Agricoltura

Nei prossimi mesi l’Italia verrà ‘invasa’ dalle navi cariche di grano canadese?

Condividi
  • Purtroppo l’interrogativo non è campato in aria Se i porti del Sud Italia verranno invasi da navi cariche di grano duro canadese, per i produttori di grano duro del Sud Italia e della Sicilia ci saranno problemi  
  • Il report di Sandro Puglisi
  • Luca Basset: “Leggiamo, tra l’altro, di stime che parlano di un raddoppio della produzione nel 2022 per il grano canadese. Per questo chiediamo alle istituzioni regionali e nazionali di intervenire in maniera incisiva su quella parte che riguarda i costi di produzione per compensare le eventuali perdite”
  • L’Assemblea dei quadri della Cia della Sicilia
  • L’intervento del presidente nazionale della Cia, Cristiano Fini

Purtroppo l’interrogativo non è campato in aria Se i porti del Sud Italia verranno invasi da navi cariche di grano duro canadese, per i produttori di grano duro del Sud Italia e della Sicilia ci saranno problemi  

L’Italia verrà invasa dalle solite navi cariche di grano canadese? Il dubbio lo abbiamo maturato seguendo l’andamento dei mercati internazionali, Da dove viene fuori che i cambiamenti climatici ci sono sempre, ma quest’anno – almeno fino ad oggi – non hanno tormentato particolarmente il Canada. Sappiamo che non mancano gli industriali italiani hanno opzionato grano canadese. Oggi due notizie rafforzano la possibilità che nel nostro Paese torni a ‘brillare’ la stessa del grano canadese: il grano duro per produrre la pasta e il grano tenero per l’industria dolciaria. La prima notizia le leggiamo nel report di oggi dell’analista dei mercati internazionali, Sandro Puglisi, dove si racconta che gli agricoltori di questo Paese, dopo la pessima annata del 2021 (il 50% della produzione ‘bruciato’ dalla siccità) hanno seminato molto grano. La seconda notizia che ci porta a ipotizzare una grande presenza di grano canadese in Italia la leggiamo in un comunicato del direttore della Cia Sicilia Occidentale Palermo/Trapani, Luca Basset. Ma andiamo con ordine.

Il report di Sandro Puglisi

Cominciamo con il report di Puglisi. Dove si legge che gli agricoltori canadesi, quest’anno, hanno seminato un grande quantitativo di grano. “In particolare – leggiamo nel report di Puglisi – Statistics Canada ha fissato le piantagioni di grano intero a 25,4 milioni di acri, il massimo dal 2013, e leggermente in aumento rispetto alla sua stima di Aprile di 25 milioni. L’area rappresenta un aumento dell’8,7% rispetto allo scorso anno ed è atterrata nella fascia alta di una serie di stime del settore. Il grano primaverile in particolare è aumentato del 10,5% anno/anno a 18,212 milioni di acri. Il frumento primaverile è usato nella panificazione. Al contrario, i contadini hanno ridotto leggermente le piantagioni di duro (6.006.100 acri) utilizzate per fare la pasta, dalle loro intenzioni primaverili”. La precisazione sul grano duro coltivato in Canada, le cui piantagioni sono state “leggermente” ridotte, non deve trarre in inganno, perché questo Paese rimane un grande produttore di grano duro. E se quest’anno non si saranno problemi di clima – come tutto lascia prevedere – le industrie della pasta dovrebbero fare incetta di grano canadese. Ciò potrebbe significare un mezzo disastro per il grano duro del Sud Italia e della Sicilia, i cui prezzi sono già poco remunerativi.

Luca Basset: “Leggiamo, tra l’altro, di stime che parlano di un raddoppio della produzione nel 2022 per il grano canadese. Per questo chiediamo alle istituzioni regionali e nazionali di intervenire in maniera incisiva su quella parte che riguarda i costi di produzione per compensare le eventuali perdite”

Andiamo alla seconda notizia che entra ne vivo del grano duro di Sud Italia e Sicilia: la dichiarazione di Luca Basset, direttore della Cia Sicilia Occidentale Palermo/Trapani, che interviene nel pieno della campagna di raccolta, soprattutto nella zona madonita: “Dopo una spinta verso l’alto che faceva ben sperare per poter compensare il calo delle rese e l’aumento vertiginoso dei costi di produzione – dice Basset – negli ultimi giorni il prezzo del grano ha iniziato ad andare giù. E questo preoccupa i nostri produttori, il cui destino potrebbe anche essere deciso dalle speculazioni internazionali. La settimana scorsa il mercato di Foggia, piazza di riferimento per i produttori siciliani, ha mostrato i primi segni di ribasso: il grano duro fino ha perso 18 euro per tonnellata, oscillando tra un massimo di 562 e un minimo di 557 euro. Prezzi che, nel caso dei produttori siciliani, devono essere erosi di un’altra manciata di euro per i problemi legati all’insularità”. La precisazione del direttore della Cia è corretta: mentre nel mercato di Foggia un quintale di grano duro si paga 56-58 euro al quintale (oggi 56 euro circa), in Sicilia il prezzo del grano duro non ha mai superato i 53 euro al quintale. “Per i produttori siciliani – aggiunge Basset – si tratta sempre di prezzi non remunerativi. Si fa sempre sentire la dura concorrenza del grano estero, come quello canadese, che viene coltivato con l’uso di prodotti chimici vietati nel nostro Paese”. Il direttore della Cia fa riferimento al fatto che in Canada usano il discusso erbicida glifosato nella fase di pre-raccolta per far maturare artificialmente il grano, ottenendo, peraltro, un grano particolarmente ricco di glutine: cosa, questa, che consente alle industrie della pasta di abbassare i costi di produzione: il problema è che il glifosato usato in pre-raccolta rimane in tracce nel grano e finisce nei derivati dello stesso grano e, di conseguenza, viene ingerito dai consumatori. E il glifosato, è noto, non è esattamente un toccasana per la salute umana… Ancora Basset: “Leggiamo, tra l’altro, di stime che parlano di un raddoppio della produzione nel 2022 per il grano canadese. Per questo chiediamo alle istituzioni regionali e nazionali di intervenire in maniera incisiva su quella parte che riguarda i costi di produzione per compensare le eventuali perdite”. Secondo i dati raccolti finora dalla Cia Sicilia Occidentale, “la produzione locale accusa un calo che oscilla tra il 30 e il 50 percento, dovuto alle condizioni climatiche avverse a partire dall’Autunno scorso: i campi allagati hanno influito sulla fase di semina. Poi la siccità durante l’Inverno e la Primavera e il caldo torrido di Giugno hanno compromesso la resa delle piante. La qualità resta comunque buona, con livelli di proteine nella normalità. Il secondo problema è poi arrivato dall’aumento dei costi di produzione, dai concimi al carburante agricolo, con prezzi in alcuni casi più che raddoppiati”.

L’Assemblea dei quadri della Cia della Sicilia

Le cronache di queste ore registrano anche l’Assemblea dei quadri della Cia della Sicilia che si è svolta a Palermo, nella Sala Lanza dell’Orto Botanico . Appuntamento, leggiamo in una dichiarazione del presidente regionale Cia, Graziano Scardino, che “si inserisce in un contesto di mobilitazione nazionale degli agricoltori. L’eccessivo costo delle materie prime, dei carburanti, dell’energia, dei fertilizzanti, dei mangimi e degli agrofarmaci, la siccità che ha colpito la Sicilia durante i mesi invernali accompagnata dal caldo torrido delle ultime settimane, stanno mettendo in ginocchio gli agricoltori Isolani compromettendo la tenuta economica e sociale delle imprese. Le basse rese produttive e l’incertezza dei prezzi di vendita aumentano lo stato di disagio, pertanto chiediamo alle istituzioni misure concrete per calmierare i costi di produzione, certezza del reddito partendo dal prezzo minimo garantito dei prodotti agricoli, un serio piano di riordino del sistema irriguo che garantisca agli agricoltori la possibilità di irrigare le proprie colture. Inoltre, all’assessore regionale all’Agricoltura chiediamo di dare seguito alle misure di sgravio dei ruoli consortili e di farsi portavoce presso il governo nazionale del profondo malessere degli agricoltori siciliani”.

L’intervento del presidente nazionale della Cia, Cristiano Fini

“La crisi economica in atto, unita alla grave carenza idrica su ataviche difficoltà del settore – ha evidenziato il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini – richiedono subito da parte del Governo un cambio di passo. Con i prezzi delle materie prime arrivati alle stelle, basti pensare ai fertilizzanti (+170%) e al gasolio agricolo (+130% nell’ultimo anno), l’agricoltura italiana rischia di chiudere i battenti con danni irreparabili per la sicurezza alimentare e la tenuta del comparto agricolo, sommati ai rischi irrecuperabili per l’ecosistema, sempre più compromesso dall’instabilità climatica. Le imprese agricole stanno perdendo liquidità e sono destinate a non fare reddito se non pioverà ancora per settimane e i campi soffriranno temperature oltre i 35°. Sono già in perdita produzioni fondamentali – ha sottolineato il presidente nazionale di CIA – dal riso (-30%) al mais (-50%), quest’ultimo vitale per l’alimentazione degli allevamenti. Dal Comitato esecutivo nazionale di Cia-Agricoltori Italiani l’ultima chiamata al Governo perché si inverta la rotta, mettendo al centro del Pnrr e dell’azione politica nazionale e regionale, le urgenze dell’Italia, affrontando la crisi economica, effetto della guerra in Ucraina, e i cambiamenti climatici come una priorità da gestire con rapidità e attraverso strumenti e soluzioni innovative, che mettano il settore al riparo anche dalle speculazioni. L’Italia deve rivedere il piano per la ripresa post pandemia – ha concluso Fini – andare oltre interventi contingenti e programmare aiuti cospicui per le imprese, oltre il credito d’imposta. Servono, dunque, misure significative contro la crisi energetica, le ripercussioni del conflitto Russia-Ucraina e l’emergenza siccità, ricordando che va ancora risolto il nodo manodopera e la pericolosa questione peste suina e gestione fauna selvatica”. Ai lavori dell’Assemblea che avuto come focus “L’agricoltura isolana tra vertenze del passato e incertezze per il futuro”, sono intervenuti, fra gli altri, l’assessore regionale dell’Agricoltura Toni Scilla, il presidente del Centro Studi Pio La Torre Vito Lo Monaco, il professore Pietro Columba, il direttore dell’Università di Catania Giovanni La Via e l’autore del libro “Storia moderna dell’agricoltura siciliana”, Antonino Bacarella.

Pubblicato da