Storia & Controstoria

L’Alta Corte per la Sicilia “Sepolta viva” dalla Corte Costituzionale e le luci e le ombre del Milazzismo

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  • OGGI 48ESIMA PUNTATA DELLA STORIA DELLA SICILIA DEL PROFESSORE MASSIMO COSTA
  • Portella della Ginestra
  • La Prima legislatura (1947-1951) con una fragile DC che si barcamena tra le potenti destre (liberali, qualunquisti, monarchici e separatisti) e la sinistra (il Blocco del Popolo social-comunista)
  • Con la Riforma Agraria la Sicilia comincia a cambiare pelle
  • La quieta Seconda legislatura (1951-1955) sotto la prudente guida di Restivo: egemonia democristiana appoggiata dai partiti laici e dai resti dell’indipendentismo
  • Con la Terza legislatura (1955-59) spariscono gli indipendentisti e i “giovani leoni” fanfaniani (Lima e Ciancimino) assaltano la politica siciliana
  • Il “golpe” del 1956/57: la soppressione di fatto, non di diritto, dell’Alta Corte
  • Qualche reazione dalla politica siciliana, ai tempi realmente autonomista, ma la politica italiana non ci sente
  • Lo smottamento di mezza DC: nasce l’Unione Siciliana Cristiano-Sociale, che regge un governo autonomista con l’appoggio delle sinistre marxiste, dei monarchici e, per qualche tempo, anche dei neofascisti
  • La DC, all’opposizione, gode però di ottima salute, sostenuta dallo Stato, da Confindustria e dalla Chiesa – La Quarta legislatura (1959-1963)
  • Rottura tra Sicindustria e Confindustria, nascono le partecipazioni regionali e si rilancia l’elettrificazione rurale
  • La defezione dei neofascisti di Grammatico e la ferma opposizione del Cardinale Ruffini logorano l’esperimento autonomista
  • Il viaggio in Unione Sovietica del vicepresidente Corrao segna la fine del milazzismo per motivi internazionali
  • Con una “false flag” l’Assemblea silura Milazzo: monarchici e socialisti sono “premiati” per il loro tradimento
  • L’Autonomismo, come già era accaduto un decennio prima con l’indipendentismo, si spacca nei due tronconi di destra e sinistra, ed è riassorbito dai partiti nazionali

di Massimo Costa

Portella della Ginestra

Le prime elezioni, nel 1947, iniziarono sotto i peggiori auspici, con la prima delle stragi “misteriose” dell’Italia repubblicana: Portella della Ginestra. Della strage fu considerato responsabile Turiddu Giuliano, ormai in balia degli agrari di varia estrazione (monarchici, liberali, democristiani), dopo lo scioglimento dell’EVIS che gli aveva tolto ogni credibile copertura ideologica “nobile”. E tuttavia la ricostruzione ufficiale ad oggi appare poco credibile, quanto piuttosto sembra essere stata un’azione dimostrativa e intimidatoria contro le rivendicazioni contadine, nella quale il ruolo dei “briganti” era stato tutto sommato secondario, quasi da “capro espiatorio”, rispetto a non ancora certamente identificate collusioni tra mafiosi, agrari, repubblichini (fascisti) e pezzi deviati dello Stato, probabilmente con la conoscenza di tali accordi anche da parte dei massimi vertici delle sinistre isolane, che – nel nuovo contesto internazionale – preferirono forse accettare ed essere tollerati come opposizioni e fare propria la “vulgata” secondo cui della strage erano colpevoli i … separatisti, che avevano sciolto l’esercito da più di due anni.

La Prima legislatura (1947-1951) con una fragile DC che si barcamena tra le potenti destre (liberali, qualunquisti, monarchici e separatisti) e la sinistra (il Blocco del Popolo social-comunista)

La I legislatura (1947-1951) è retta da fragili governi a guida democristiana, poiché, a destra della DC, sono fortissime le destre tradizionali, più o meno di ispirazione agraria (i monarchici, i liberali, i qualunquisti, e i separatisti del MIS), mentre a sinistra era forte il Blocco del Popolo (unione di socialisti e comunisti) che addirittura disponeva della maggioranza relativa (mentre i separatisti di sinistra del MISDR non erano riusciti ad entrare in Assemblea). In questa legislatura, tuttavia, si devono al primo Presidente, Giuseppe Alessi, i primi coraggiosi passi nel costruire dal nulla una struttura amministrativa regionale e l’appropriazione di quasi tutte le entrate tributarie spettanti alla Regione.

Con la Riforma Agraria la Sicilia comincia a cambiare pelle

Sempre in questa legislatura è varata la Riforma Agraria (con una legge parallela a quella emanata dallo Stato per il Continente). Per quanto i vecchi latifondisti siano ben indennizzati e per quanto la riforma polverizzi la proprietà, rendendola improduttiva e quindi non riuscendo a spezzare la spirale del sottosviluppo e dell’emigrazione, questa rappresenta però una svolta epocale. La Sicilia “feudale” è colpita a morte e lentamente sparisce, facendo cambiare pelle al Popolo siciliano, che rapidamente lascia i borghi dell’interno e si inurba nei centri amministrativi e sulla costa, con un cambio radicale anche del sistema economico, non più centrato soltanto sull’agricoltura o lo zolfo, ma differenziato in vari settori, con un ruolo preponderante dei servizi, e della nuova “capitale”, Palermo, ormai sempre più la “Città della Regione”.

La quieta Seconda legislatura (1951-1955) sotto la prudente guida di Restivo: egemonia democristiana appoggiata dai partiti laici e dai resti dell’indipendentismo

La II legislatura (1951-1955) è già saldamente in mani democristiane, spalleggiata da varie formazioni, alcune delle quali autonomiste o con persistenze indipendentiste. Il Presidente Franco Restivo riesce, sia pure in una Regione “parlamentare”, a condurre un governo di legislatura, caso unico più che raro. La Regione sembra paga dei suoi traguardi. Riesce anche a produrre qualche leggina sulla fiscalità di vantaggio; la Sicilia sembra recuperare anche lo svantaggio con il Nord, ma il dualismo strutturale non è mai seriamente intaccato.

Con la Terza legislatura (1955-59) spariscono gli indipendentisti e i “giovani leoni” fanfaniani (Lima e Ciancimino) assaltano la politica siciliana

La III legislatura (1955-1959) è quella che segna la rottura definitiva del sogno autonomista. Le norme transitorie in materia fiscale non sono mai superate. Lo Stato ricusa alla Regione la potestà tributaria, rinforzato dalla formale scomparsa degli autonomisti dall’Assemblea. Intanto nella DC la generazione dei “notabili” alla Alessi è superata dalla corrente fanfaniana, molto più morbida nei confronti delle istanze di Roma e di Confindustria, guidata da Giuseppe La Loggia, pure se questi, almeno nella forma, non rinuncia alle prerogative autonomistiche della Regione, ormai in chiave apertamente assistenziale. La corrente fanfaniana, però, ai livelli più bassi, soprattutto al Comune di Palermo, ha ormai i volti di Ciancimino, di Lima, e di altri politici apertamente compromessi con il potere criminale di Cosa Nostra, già “sbarcato” insieme alle truppe USA, e ora deciso ad occupare le stanze del potere senza più troppe mediazioni.

Il “golpe” del 1956/57: la soppressione di fatto, non di diritto, dell’Alta Corte

La svolta è nel 1956: la creazione della Corte Costituzionale svuota l’Alta Corte del numero di giudici necessario per farla funzionare. Per un anno circa è braccio di ferro tra Stato e Regione. Nel 1957 una sentenza (a nostro avviso deficitaria per mancanza di competenza naturale) della Corte Costituzionale dichiara forzosamente “assorbite” le funzioni dell’Alta Corte dentro quelle della Corte Costituzionale. Tale sentenza non è però immediatamente esecutiva. Il Parlamento, riunito in seduta comune, stava per nominare i membri mancanti dell’Alta Corte quando, su istanza dell’allora Presidente Gronchi, la nomina venne “sospesa” in attesa che una legge costituzionale di interpretazione autentica non valesse a regolare i rapporti tra le due corti; legge costituzionale che però da allora non è mai più arrivata.
La soppressione de facto dell’Alta Corte fu un vero golpe con cui l’Autonomia siciliana veniva colpita a morte. Da allora in poi, a “colpi” di sentenze della Corte Costituzionale, lo Statuto della Regione sarebbe stato smontato pezzo per pezzo, fino a ridurlo a nient’altro che una semplice “devoluzione di funzioni amministrative” (e in parte, sempre più piccola nel tempo, di risorse erariali), priva di qualunque sostanza e funzione socio-economica.

Qualche reazione dalla politica siciliana, ai tempi realmente autonomista, ma la politica italiana non ci sente

Sarebbe però errato dire che la Regione (intesa come comunità politica) non reagì per nulla a tale colpo. Gran parte della classe politica democristiana, infatti, aveva lottato contro l’indipendentismo ma era intrisa di sincera cultura autonomistica. La Sicilia aveva sì l’anomalia di essere regione autonoma senza partiti autonomi, ma i partiti “italiani” erano tutti, chi più chi meno, fautori dell’Autonomia, considerata patrimonio politico comune a tutti. La reazione era dovuta anche a sostanziali conflitti su diversi piani: quello finanziario delle risorse tributarie, quello dei modelli di sviluppo, nel quale l’industria siciliana, con la sua piccola “rimonta” degli anni ’50, e con i suoi sogni di grandezza, criticava i “monopoli” favoriti dal governo italiano, quello dell’energia, legato alle recenti scoperte degli idrocarburi e alle promesse che suscitava l’industria petrolchimica e termoelettrica.

Lo smottamento di mezza DC: nasce l’Unione Siciliana Cristiano-Sociale, che regge un governo autonomista con l’appoggio delle sinistre marxiste, dei monarchici e, per qualche tempo, anche dei neofascisti

E questa reazione trovò sbocco nel 1958 in una “Rivolta parlamentare”, in cui circa mezza DC uscì allo scoperto, dando vita ad un partito autonomista cattolico siciliano, l’Unione Siciliana Cristiano-Sociale, guidata da Silvio Milazzo, che mise insieme gli industriali di Sicindustria e gli agrari, ancora forti. A questi si unirono le opposizioni di sinistra e, per un certo tempo, anche quelle di destra, mettendo la DC, ancora potente del resto, all’opposizione.

La DC, all’opposizione, gode però di ottima salute, sostenuta dallo Stato, da Confindustria e dalla Chiesa – La Quarta legislatura (1959-1963)

Per 18 mesi circa la Sicilia resistette con un governo autonomo e contrapposto a quello nazionale, capace di un blocco sociale promettente e in grado di dare linfa nuova al progetto autonomistico. Le elezioni del 1959 (con cui iniziò la IV legislatura, fino al 1963) segnarono un pareggio, tra gli autonomisti e i loro alleati da un lato e la vecchia DC che, seppure ancora all’opposizione, dimostrò di essere ancora saldamente la forza maggiore in Sicilia.

Rottura tra Sicindustria e Confindustria, nascono le partecipazioni regionali e si rilancia l’elettrificazione rurale

Il Milazzismo, naturalmente, godette di pessima stampa italiana, interessata a dipingere l’operazione come una bieca unione di interessi di potere, nascondendo la reale posta in gioco, che era quella dell’emancipazione della Sicilia dal colonialismo interno. Interessanti in tal senso gli aperti intendimenti di procedere a strumenti di pianificazione economica, all’apertura dell’esperienza delle partecipazioni industriali regionali (con una finanziaria regionale, la SOFIS), all’accelerazione, tramite l’Ente Siciliano di Elettricità (altra finanziaria regionale) dell’elettrificazione rurale. La fragilità dell’ordinamento parlamentare, però, che rendeva gli esecutivi deboli rispetto alle burrasche assembleari, non aiutava certo un Governo che avrebbe avuto bisogno di maggiore coesione interna. La mafia rampante tentò di infiltrare il nuovo debole sistema di potere, soprattutto per mezzo degli esattori Salvo, ciò che però le sarebbe pienamente riuscito soltanto alla sconfitta dell’autonomismo e alla definitiva normalizzazione politica dell’Isola.

La defezione dei neofascisti di Grammatico e la ferma opposizione del Cardinale Ruffini logorano l’esperimento autonomista

Il prevalere di ideologie “italiane” sull’interesse siciliano, la mancanza di altri soggetti politici siciliani forti, indebolirono l’esperimento, mentre nel frattempo i neofascisti di Grammatico abbandonarono la maggioranza, non potendo più giustificare al proprio interno una collaborazione con un esecutivo che vedeva l’appoggio, all’altro estremo, dei comunisti di Emanuele Macaluso. Ma ciò che fece definitivamente pendere la bilancia dal verso del centralismo furono due fattori a quei tempi invincibili. Il primo era quello confessionale. Per quanto avesse caratterizzato in senso cattolico e devozionale il suo partito, Milazzo non sfuggì alla scomunica della Chiesa cattolica, il cui primate di Sicilia, Cardinale Ernesto Ruffini, trovava intollerabile la cooperazione politica con partiti apertamente atei come il partito comunista, o comunque marxisti come il partito socialista. Il sostegno della Chiesa alla DC non venne mai meno durante l’anno e mezzo di rivolta autonomista e i molti cattolici che non seguirono gli indirizzi ecclesiastici dovettero farlo su un piano strettamente personale, e in una società in cui il richiamo religioso era ancora particolarmente potente.

Il viaggio in Unione Sovietica del vicepresidente Corrao segna la fine del milazzismo per motivi internazionali

Il secondo fu l’errore di un viaggio in Unione Sovietica fatto da Corrao, numero due del partito, ed esponente della sua “ala sinistra” (Milazzo era invece su posizioni molto conservatrici). La paura che si creasse una nuova “Cuba” nel centro del Mediterraneo internazionalizzò la questione e, con ogni probabilità, segnò la fine dell’esperienza.

Con una “false flag” l’Assemblea silura Milazzo: monarchici e socialisti sono “premiati” per il loro tradimento

Con un finto scandalo si travolse la maggioranza parlamentare già nel 1960. Dopo brevi tentativi di governi eterogenei, affidati all’autonomista dissidente Majorana della Nicchiara (un monarchico in realtà) e al socialista Salvatore Corallo, la comunità politica siciliana si ricompatta di nuovo saldamente intorno alla DC che, però, questa volta apre ai socialisti per ampliare la propria base parlamentare. La svolta siciliana, guidata dal DC Giuseppe D’Angelo, costituisce la Sicilia per la prima volta “laboratorio politico nazionale”, giacché l’esperimento di aprire alla sinistra moderata, certamente con la benedizione USA, diventerà di lì a poco un nuovo blocco politico destinato a governare l’Italia intera per molti anni.

L’Autonomismo, come già era accaduto un decennio prima con l’indipendentismo, si spacca nei due tronconi di destra e sinistra, ed è riassorbito dai partiti nazionali

Gli autonomisti, nati come partito di governo, non reggono alla prova dell’opposizione. Si spaccano in due tronconi: quello di sinistra, con Corrao, riesce ad eleggere un senatore alle elezioni politiche del 1963, ma poi sostanzialmente questo confluisce nel PCI, così come già era successo a Antonino Varvaro, esponente di sinistra del MIS, anni prima; quello di destra, con lo stesso Silvio Milazzo, è rapidamente abbandonato da tutti e si dissolve.

Fine 48esima puntata/ Continua

Foto tratta da La Città Futura

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