Storia & Controstoria

La Rivoluzione Industriale siciliana bloccata dai piemontesi e la grande emigrazione

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  • STORIA DELLA sICILOIA DEL PROFESSORE MASSIMO COSTA 45esima puntata
  • La Sicilia prima dell’avvento della disgraziata unità d’Italia non conosceva l’emigrazione
  • Il Commissariato Civile del Codronchi, il Memorandum dei “Fasci” e l’Autonomismo cattolico
  • La Rivoluzione Industriale siciliana interrotta dalle politiche protezionistiche italiane
  • E “partono i bastimenti”…
  • L’omicidio Notarbartolo
  • Il “Progetto Sicilia” di Ignazio Florio
  • I “popolari” conquistano le amministrazioni delle principali città
  • Il Comitato “Pro Sicilia”
  • L’Autonomismo quasi-separatista di Nasi e del giovane Finocchiaro Aprile
  • Tutto bloccato dalla I Guerra mondiale
  • La Sicilia si mette di traverso all’ascesa del Fascismo
  • … ma alla fine è costretta a piegarsi
  • Il “granaio dell’Impero”
  • Aboliti i circondari, ultimo residuo dei distretti del Regno di Sicilia, vengono create due nuove province e sono cambiati i nomi di molti Comuni
  • La lotta alla mafia del Prefetto Mori e l’ossessione antisiciliana di Mussolini

di Massimo Costa

L’ascesa del Regionismo

E la repressione non poteva durare all’infinito mentre i tempi cambiavano. L’estensione del diritto di voto, voluta dalla Sinistra, favoriva alla lunga l’opposizione. Molti enti locali erano stabilmente amministrati dai “regionisti” (autonomisti) che a Roma erano isolati e non ottenevano nulla per la Sicilia ma che costituivano il nerbo della classe dirigente dei tempi. Anche il socialismo – come detto – non poté essere fermato. Catania mandò stabilmente per anni De Felice Giuffrida alla Camera, leader socialista siciliano. Nel frattempo anche il mondo cattolico si andava riorganizzando dopo la vera e propria dittatura liberale che datava dall’Unità d’Italia.

Il Commissariato Civile del Codronchi, il Memorandum dei “Fasci” e l’Autonomismo cattolico

Crispi stesso, poco prima di essere sconfitto elettoralmente, stava pensando di metter mano ad una qualche forma di moderato decentramento amministrativo e di riforma del latifondo, quando la battaglia di Adua e il successivo crollo del suo governo fecero passare la mano sulla Questione Siciliana al suo successore. Nel 1896 ritornarono al potere i moderati, dopo un ventennio di opposizione. Ma la nuova destra, del Di Rudinì, siciliano, era piuttosto diversa dalla vecchia Destra Storica. Intanto era “trasformista” non meno della Sinistra che aveva governato in precedenza. E poi era meno caratterizzata in senso nordista della prima. Di Rudinì, anche se era stato campione dell’Unità ai tempi del “Sette e mezzo”, era pur sempre un siciliano, non insensibile nei confronti dei problemi dell’Isola. Tentò un decentramento nel 1896, sostituendo ai Commissari militari dello stato d’assedio, un Alto Commissariato Civile che coordinasse l’amministrazione pubblica in Sicilia, un po’ come gli antichi Luogotenenti, un po’ anche per rispondere alle pressanti esigenze di decentramento. A questo Commissario i Socialisti di Palermo, eredi dell’esperienza dei Fasci, presentano un celebre memorandum per la soluzione della Questione Siciliana, che era sì sociale ed economica, ma anche politica. I socialisti chiedono Autonomia per la Sicilia, dopo più di 30 anni di occupazione militare nordista e di continue repressioni, l’introduzione del suffragio universale e la nazionalizzazione
dell’industria zolfifera. L’autonomismo dei socialisti siciliani, però, fu ancora una volta sconfessato da quelli italiani, in Parlamento a Roma, determinando tra le due formazioni una progressiva frattura. Solo i cattolici moderati diedero ascolto alle richieste che venivano dalla Sicilia, ma naturalmente non se ne fece nulla. Il Commissariato Civile del resto durò solo un anno (1896-97), sia perché era nato come un esperimento provvisorio, sia per la fiera opposizione parlamentare, che vide in questo esperimento una sorta di attentato all’Unità d’Italia.

La Rivoluzione Industriale siciliana interrotta dalle politiche protezionistiche italiane

Gli anni ’90 avevano visto la Sicilia, e soprattutto Palermo, protagonista di una piccola rivoluzione industriale, partita da lontano, e guidata soprattutto da capitale straniero e dai settori dei trasporti navali, del vino e dello zolfo. Principali protagonisti di quest’epoca furono i Florio, famiglia industriale locale, proveniente dalla Calabria. La Sicilia della Belle Epoque è segnata dallo stile Liberty e dall’illusione di creare un polo di sviluppo economico contrapposto a quello del Triangolo industiale, culminato nell’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92. Ciò che mancò all’industria siciliana fu, ancora una volta, il sostegno di uno Stato, mentre quello italiano era sistematicamente rivolto a difendere gli interessi dell’economia nordista e ciò, sulle lunghe distanze, avrebbe fatto la differenza. È pur vero che con il Regno d’Italia la Sicilia conobbe finalmente le ferrovie, quando il Regno delle Due Sicilie aveva
appena licenziato un “progetto” nel 1860, che poi sarebbe stato continuato dal nuovo regime. Ma la realtà è che la Sicilia, come nel passato regime, era sempre la “retroguardia” del Paese, dove gli investimenti e le innovazioni arrivavano, certo, ma buone ultime dopo che tutte o quasi le altre aree del Paese erano state servite. Così, il regime borbonico era arrivato a introdurre i francobolli in Sicilia solo
nel 1859, un anno prima del suo collasso. Così, dopo un lungo progetto che era portato avanti da decenni, e dopo la liquidazione definitiva dei vecchi “banchi comunali”, nel 1860, si diede vita alla prima Cassa di Risparmio siciliana (la “Vittorio Emanuele”) che poi nel tempo sarebbe diventato il secondo istituto di credito nell’Isola. Ma nel complesso gli investimenti in infrastrutture siciliane erano
sempre particolarmente lenti. Solo nel ’900 inoltrato poté essere completata la ferrovia Palermo- Messina. Solo nel 1919 fu istituita la prima “Scuola superiore di commercio” a Palermo (antenata delle Facoltà di Economia e Commercio), quando a Venezia era stata istituita già nel 1869. E così potrebbe dirsi per qualunque altra branca dell’amministrazione o degli investimenti pubblici.

E “partono i bastimenti”…

Nel frattempo l’emigrazione, soprattutto verso “le Americhe” raggiungeva proporzioni mai conosciute prima d’allora. La Sicilia, da sempre e soltanto terra d’immigrazione nella sua lunghissima storia, dopo l’Unità d’Italia diventava terra di emigrazione, anzi di vero e proprio esodo. Qualche beneficio tuttavia si ebbe da questa ondata di emigrazione: l’innalzamento dei salari agricoli per il rarefarsi della manodopera rurale, il ritorno e il reinvestimento terriero degli “americani”, agli inizi del XX secolo, con una progressiva erosione dell’eterno latifondo.

L’omicidio Notarbartolo

Gli ultimi anni del secolo e i primi del nuovo videro una polarizzazione autonomista della politica siciliana, e per la prima volta una aggressione mediatica italiana nei confronti della Sicilia in quanto tale, accusata in blocco di essere mafiosa o comunque terra dell’illegalità. In effetti la mafia ormai dominava incontrastata, e lo aveva dimostrato con l’uccisione dell’integerrimo Cav. Emanuele Notarbartolo che aveva rilanciato il Banco di Sicilia facendone una grande banca nazionale, ma impermeabile alle pressioni di certo potere locale. Dell’uccisione fu ed è considerato storicamente responsabile il deputato crispino Raffaele Palizzolo, referente politico della mafia, ma non si arrivò mai a una condanna definitiva, essendo questi assolto per insufficienza di prove, forse per immancabili appoggi nella Roma che contava.

Il “Progetto Sicilia” di Ignazio Florio

Il capitalismo nascente siciliano, l’unico presente a sud di Roma, non solo non era facilitato dal Governo italiano, ma addirittura era osteggiato. Fu il più importante degli industriali siciliani del tempo, Ignazio Florio, a comprendere che per difendere la Sicilia occorreva un’azione politica. Fondò a tale scopo il giornale “L’Ora” a vocazione apertamente meridionalistica, e riuscì a creare un fronte comune
con gli agrari, intorno al “Progetto Sicilia”, contro le politiche liberticide e antimeridionali del Pelloux. Nonostante la stragrande vittoria elettorale alle elezioni politiche del 1900, i deputati siciliani non si rivelarono determinanti per le maggioranze nazionali, e quindi l’Italia continuò a perseguire le sue politiche protezionistiche antisiciliane. La Sicilia stava pagando ora, ancora una volta, l’assenza di uno Stato proprio a difendere la spontanea rivoluzione industriale che aveva conosciuto, e veniva così condannata al regresso economico. L’uccisione di re Umberto I, e la strategia della tensione che ne derivò, fecero sfilare gli agrari dalla coalizione, facendo deflagrare il progetto politico così difficilmente imbastito.

I “popolari” conquistano le amministrazioni delle principali città

Nelle grandi città, ancora, le sinistre “popolari” (essenzialmente socialiste, ma anche radicali, repubblicane, etc.) avevano preso il potere, tanto a Palermo (con il principe “rosso” Alessandro Tasca di Cutò), quanto a Catania, quanto a Messina. La Sicilia sembrava una polveriera. Nel fronte “popolare” si segnala ora un nuovo impegno dei cattolici in politica, guidati da Luigi Sturzo; questi non sono più notabili o clericali, ma ormai sensibili alle esigenze sociali dei ceti più deboli e avviati a costituire una nuova formazione di massa, man mano che la partecipazione alle elezioni si estendeva sempre più (nel 1913 le prime elezioni a suffragio quasi universale).

Il Comitato “Pro Sicilia”

Ci furono altri conati sicilianisti, anzi indipendentisti, nella Sicilia della Belle Epoque. Uno fu quello legato al citato processo di mafia contro Raffaele Palizzolo. Il linciaggio mediatico che avvolse la Sicilia nel caso ebbe sostanzialmente l’effetto di fare solidarizzare gran parte della classe dirigente siciliana con il poco raccomandabile deputato “di sinistra” (sinistra liberale naturalmente, la sinistra “vera”, di
Colajanni, peraltro anche lui sicilianista, lo avversò sempre), attraverso il comitato “Pro Sicilia”. Ma fu un’agitazione di breve durata, anch’essa a suo modo spia dell’insoluta Questione Siciliana.

L’Autonomismo quasi-separatista di Nasi e del giovane Finocchiaro Aprile

Più seria e diffusa fu la sollevazione politica a favore del Ministro trapanese Nunzio Nasi, accusato per motivi sostanzialmente futili, e “reo” in realtà di opporsi al blocco di Giolitti tra l’industrialismo del Nord e gli agrari del Sud, contro gli interessi dell’industria e del commercio estranei a questo accordo, in particolare a quelli dell’imprenditoria siciliana, proprio dal Nasi rappresentata. Di questi anni è la
nascita di un primo partito sicilianista organizzato: il Partito Siciliano, nel 1908, ma in realtà più “lobby interpartitica” che non partito vero e proprio nel senso moderno del termine. La dura esperienza giudiziaria fece maturare a Nasi un forte orientamento autonomistico, che culminò in un programma politico nel 1913. Il “nasismo”, tra i cui sostenitori troviamo un giovane Andrea Finocchiaro Aprile, attirava molti esponenti politici siciliani di varie estrazioni, ma non arrivò mai forse a raggiungere quella massa critica necessaria ad influenzare stabilmente gli equilibri nazionali.

Tutto bloccato dalla I Guerra mondiale

L’entrata dell’Italia nella I Guerra mondiale congelò infatti questa ventata di autonomismo e popolarismo, sospendendo la vita politica normale e mobilitando tutto il Paese per la Grande Guerra. La Sicilia diede decine di migliaia di morti per una guerra lontana e incomprensibile, dove molti coscritti neanche comprendevano gli ordini perché dati in una lingua, l’italiano, ancora poco intelligibile per la maggioranza dei Siciliani.

La Sicilia si mette di traverso all’ascesa del Fascismo

La vittoria – come è noto – non vide se non per pochi anni la ripresa di una vera vita politica liberale. Le elezioni a suffragio universale del 1913, quelle con il proporzionale nel 1919 e nel 1921, videro stabilmente in maggioranza le varie correnti del sicilianismo liberale di centro-sinistra, seguite dai socialisti riformisti (ex “fascisti siciliani”) e dai popolari sturziani, che declinarono anche loro l’autonomismo, ma questa volta di segno cattolico. Furono anni molto “caldi” dal punto di vista politico e sociale, caratterizzati da agitazioni e occupazioni di terre e di fabbriche. Gli agrari, anche loro con toni sicilianisti, forse addirittura separatisti, si organizzarono in un partito a sé. Nonostante la crisi politica, il liberalismo rimase egemone, soprattutto intorno alla figura di Vittorio Emanuele Orlando, almeno fino alle consultazioni amministrative del 1925, le ultime parzialmente libere. Più resistenti di tutti al fascismo si dimostrarono i democratico-sociali di Antonio Colonna di Cesarò, singolare figura di aristocratico antifascista, anticlericale e di ispirazione esoterica e teosofica: fu tra i protagonisti dell’Aventino e del fallito attentato a Mussolini del 1926.

… ma alla fine è costretta a piegarsi

La Sicilia, ad ogni modo, non ebbe il tempo di far sentire la propria voce dopo la Grande Guerra giacché fu schiacciata nuovamente dal Regime fascista (che nulla ha in comune con i Fasci siciliani, se non il nome e una vaga origine socialista). Regime alla cui nascita e diffusione la Sicilia non partecipò più di tanto, salvo poi essere costretta ad accettarlo senza per contro troppe reazioni, almeno in
superficie. Nei due plebisciti, del 1929 e del 1933, con le buone o le cattive, i Siciliani di sesso maschile furono costretti a dire SI ad una rappresentanza parlamentare in cui gli interessi territoriali erano quasi azzerati: 99,9 % di SI nel 1929, 100,00 % di SI nel 1933. Poi, dal 1937, non furono neanche più interpellati. Anzi i Siciliani escono del tutto dalla “Camera dei Fasci e delle Corporazioni” che prese il
posto della Camera dei Deputati, all’infuori degli 8 segretari federali del Partito Nazionale Fascista. Sotto il fascismo ogni barlume di attività politica in Sicilia fu divelto. Le uniche opposizioni clandestine che riuscirono a sopravvivere furono quelle del partito comunista, assai minoritaria e settaria, e di alcuni circoli sicilianisti che – poco a poco – avrebbero preso per reazione un colore definitivamente
separatista.

Il “granaio dell’Impero”

Il fascismo portò avanti una politica di autarchia, come è noto. Questa comportava l’esistenza di un solo polo industriale in Italia. Per la Sicilia, che era l’unica regione del Mezzogiorno ad avere avuto una sorta di piccola rivoluzione industriale alla fine del secolo, questo significò lo smantellamento del sistema industriale e il ritorno alla retorica del “granaio dell’impero”. La posizione del regime sul latifondo era quella di non spezzarne la proprietà, ma di favorirne la “colonizzazione”: si voleva cioè riportare la massa contadina, da secoli concentrata in borghi agricoli, dispersa nelle campagne. Ma tale politica fu un totale fallimento. Il fascismo de-industrializza la Sicilia, chiude la Corte di Cassazione e confisca le riserve auree togliendo al Banco il diritto di emissione di banconote. Già Crispi aveva costretto a spostare da Palermo a Genova il centro dell’attività portuale italiana, costringendo la Flotta Florio a fondersi con la Rubattino di Genova, nella nuova Navigazione Generale Italiana. Le politiche industriali avevano da sempre favorito il Nord, ma sotto il fascismo questa politica fu accelerata e non fu consentita alcuna dinamica di segno opposto, per quanto debole. Il divario tra Nord e Sud accelerò durante il fascismo come mai era accaduto in più di mezzo secolo di storia unitaria. Gli ultimi residui di sovranità siciliana (la Corte di Cassazione e l’Istituto di Emissione) furono aboliti, le riserve auree siciliane confiscate e trasferite in Banca d’Italia senza alcun indennizzo. Pure va detto che, come in tutta Italia del resto, furono introdotte in Sicilia infrastrutture moderne, come la rete delle strade statali, o i primi aeroporti, o innovazioni sociali che andavano emergendo in tutta Europa, come le tutele previdenziali obbligatorie o la costruzione di nuovi insediamenti di edilizia popolare.

Aboliti i circondari, ultimo residuo dei distretti del Regno di Sicilia, vengono create due nuove province e sono cambiati i nomi di molti comuni

Si deve al fascismo anche un cambiamento interno geopolitico stabile della Sicilia. Furono aboliti i circondari, che riflettevano ancora i vecchi distretti del Regno di Sicilia, e in cambio, oltre ad accentrare i poteri nei prefetti a capo delle province, ne furono create due nuove: Ragusa (per trasformazione del vecchio distretto di Modica, già appartenente a Siracusa), ed Enna (per accorpamento dei distretti di Nicosia e Piazza Armerina, già appartenenti, rispettivamente, a Catania e Caltanissetta). Notevole fu il ritorno dei nomi di molti Comuni per superare la presunta “barbarie” araba o medievale a quelli antichi greci: Monte di San Giuliano divenne Erice, Girgenti divenne Agrigento, Adernò divenne Adrano, Castrogiovanni divenne Enna, Terranova divenne Gela, e così via. Queste ridenominazioni sarebbero
state destinate a permanere oltre la caduta del regime, ma non così Ionia, tentativo di fusione tra Giarre e Riposto. Non fu possibile cambiare il nome invece a Caltanissetta, araba nel nome sin dalla fondazione e priva di precedenti classici.

La lotta alla mafia del Prefetto Mori e l’ossessione antisiciliana di Mussolini

Anche la mafia, come strumento di intermediazione tra Stato e Sicilia, da sempre organica alla politica del nuovo Stato italiano, non fu più tollerata, giacché il regime non poteva dominare la Sicilia accettando poteri o mediazioni locali. Si diede inizio ad una spettacolare repressione del fenomeno, inviando in Sicilia il “Prefetto di ferro” Mori. I metodi di sradicamento furono brutali, ad esempio interrompendo le forniture di acqua a interi paesi, e forse colpendo più i contadini che i mafiosi. In realtà il sistema mafioso era stato inglobato nelle strutture di partito e della milizia e, quando il Prefetto di ferro toccò i santuari di questa collusione, il suo lavoro fu dichiarato terminato ed egli fu trasferito altrove. Con tutto ciò la Sicilia non pareva del tutto pacificata. Mussolini ne era forse  ossessionato. In un’affermazione si lasciò scappare che ne aveva affidato la gestione al “Ministro per le Colonie”, in altre che avrebbe voluto riedificare tutte le città siciliane, secondo un modello rinascimentale italiano, in modo da divellere ogni traccia dell’arte e della cultura siciliana, in altre ancora espresse il proposito di “interrare” lo Stretto di Messina, perché non si parlasse più di Isola. Il regime, in altri termini, percepiva l’alterità della Sicilia come una potenziale minaccia all’unità nazionale, ma non sapeva trovare altri strumenti che quelli della repressione. Come nei più bui giorni borbonici, lo stesso uso del termine “Sicilia” era mal sopportato se non riferito strettamente al dato geografico.

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