Storia & Controstoria

La Sicilia vince da sola contro tutti. La Pace di Caltabellotta/ Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 19

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  • Re Giacomo diventa re in Sicilia al posto del padre Pietro
  • La guerra va a fasi alterne e nel frattempo re Giacomo fa uccidere vilmente Alaimo da Lentini
  • Giacomo diventa re d’Aragona e tradisce la Sicilia promettendola ai Francesi in cambio di Sardegna e Corsica
  • I Siciliani si ribellano e acclamano re il fratello Federico, lasciato vicario dell’Isola
  • Federico e la Sicilia SOLI, contro Italia, Francia e Spagna
  • Le sagge riforme di Federico II
  • Federico perde l’ammiraglio Roggero di Lauria, che passa al nemico: la disfatta navale di Capo d’Orlando
  • Ritornano gli Angioini, entrano a Catania, tutto sembra perduto
  • Alla Falconara i Francesi sono fermati, fasi alterne della guerra
  • L’ultimo sforzo dei Francesi, infine sconfitti e pronti a chiedere la pace
  • La Pace (provvisoria) di Caltabellotta: la Sicilia temporaneamente riconosciuta indipendente con il nome di Regno di Trinacria

di Massimo Costa

Re Giacomo diventa re in Sicilia al posto del padre Pietro

A Barcellona succedeva Alfonso III, che mai era stato in Sicilia e che non aveva alcun interesse alla stessa. A Palermo veniva incoronato Giacomo (I e unico di Sicilia, sarebbe poi diventato II di Aragona) nel 1286, anche se risiedette più stabilmente a Messina. Nell’incoronazione promulgò in Parlamento le Costituzioni con cui replicava in Sicilia la riforma di Onorio nel Continente. Se furono dimezzate le gabelle (imposte indirette) furono però ripristinate le collette (imposte dirette) sia pure limitate a quattro specifici casi, tra cui quello di grande attualità della difesa del Regno. Nelle stesse Costituzioni Giacomo rinunciò all’autorizzazione per i matrimoni dei feudatari, introdotta da Ruggero II, e contro cui per generazioni i nobili avevano protestato. I due re fratelli (Alfonso e Giacomo) stipulano un’alleanza militare tra Aragona e Sicilia. Con il Papa invece le cose non vanno bene: Giacomo, la regina Costanza e tutti i Siciliani sono ufficialmente scomunicati da Onorio IV. Alfonso, in realtà, voleva negoziare la pace con la Francia e con il Papa, non volendo restare invischiato in faccende di un Paese a lui estraneo, ma – non avendo per il fratello Giacomo una corona alternativa – di fatto si limitò ad una quasi neutralità e a liberare Carlo II lo Zoppo, ancora prigioniero degli Aragonesi. La guerra nel frattempo procedeva incerta, i Siciliani erano rigettati in Calabria, perdendo Taranto e le punte avanzate delle loro conquiste. La superiorità sul mare continuava; i Siciliani avevano ereditato dagli Angiò il fondaco di Tunisi (una sorta di concessione commerciale-coloniale) insieme al tributo dalla Tunisia conquistato nell’ultima crociata.

La guerra va a fasi alterne e nel frattempo re Giacomo fa uccidere vilmente Alaimo da Lentini

Una spedizione napoletana ad Augusta si risolse in un disastro per gli invasori, che videro sconfitta di nuovo la loro flotta nel 1287. Nel frattempo re Giacomo si fa consegnare dal fratello Alfonso e assassina senza processo, buttandolo in mare al largo di Marettimo, l’eroe di Messina, Alaimo da Lentini, suscitando un’ondata di sdegno tra i Siciliani. Giacomo era un ambizioso, non aveva mai legato i propri destini a quelli della Sicilia e se, fino ad ora, la difendeva, lo stava facendo solo per l’interesse personale alla corona come dimostreranno a breve le vicende successive. Un suo tentativo di sbarco a Gaeta troverà la popolazione locale ostile ai Siciliani e costringerà Giacomo alla ritirata. Ormai si tentava una composizione diplomatica. Dal 1289 al 1291 si ottenne una tregua tra le parti. Giacomo era disposto a restituire la Calabria e tenersi la Sicilia con le appendici tunisine, spartendo in sostanza il Regno di Sicilia. La parte papale-francese non accettò.

Giacomo diventa re d’Aragona e tradisce la Sicilia promettendola ai Francesi in cambio di Sardegna e Corsica

Poco dopo la morte, a soli 27 anni, di Alfonso III di Aragona (1291), si creerà una situazione che determinerà la prima di tutta una serie di crisi dinastiche che, alla lunga, avrebbero fatto perdere la piena indipendenza alla Sicilia. Tradendo il testamento di Alfonso (e di Pietro prima ancora) Giacomo assume la corona di Aragona, ma non lascia il Regno al fratello minore Federico, nominandolo appena vicario. Però Federico d’Aragona non protesta e accetta la carica. Cessata la tregua, la guerra prosegue “a bassa intensità”, mentre Giacomo sottobanco tesseva accordi con il Papa per farla cessare. Alla fine del 1295 i patti sono scoperti: a Giacomo andavano i diritti di conquistare Sardegna e Corsica, a Federico il titolo di imperatore latino d’oriente (un titolo puramente nominale, giacché i latini avevano perso Costantinopoli da una trentina d’anni) con la promessa di aiutarlo a riconquistare i possedimenti perduti, la Sicilia data per un anno al Papa che poi l’avrebbe restituita… a chi avesse voluto, cioè a Napoli e agli Angioini.

I Siciliani si ribellano e acclamano re il fratello Federico, lasciato vicario dell’Isola

Re Giacomo fu preso dai suoi sudditi per quello che era, cioè un traditore. I Siciliani non volevano saperne di aver fatto una Rivoluzione e una guerra durata tanti anni per nulla. Il Parlamento di Catania così acclama re Federico (che chiameremo III, come si firmava nei diplomi, contando “all’aragonese”, e anche per distinguerlo dal precedente, che abbiamo chiamato II, mentre in realtà è proprio questi il Federico II di Sicilia), che poco dopo è coronato con una solenne cerimonia a Palermo. La Sicilia è in questo momento traboccante di orgoglio nazionale, si stringe sul suo re contro tutti, Aragona compresa, che ora diventa un paese nemico.

Federico e la Sicilia SOLI, contro Italia, Francia e Spagna

Federico, infatti, si trova contro ormai non solo Napoli, il Papa, e i Comuni e Signorie guelfe dell’Italia del Nord (cioè in pratica tutta l’Italia), e non solo la Francia, con la Provenza angioina, che sempre spalleggiava lo stato napoletano, ma ora anche la stessa Aragona. Nel frattempo la Sicilia diventa una monarchia parlamentare e viene adottato lo stemma del Regno. Il Parlamento di Catania del 1296 che lo fa re stipula un patto tra Corona e Parlamento; patto da cui nasce la prima monarchia costituzionale moderna europea. Il re non può più decidere su guerra e pace senza il consenso del Parlamento, la funzione legislativa e le politiche finanziarie sono parimenti codecise. In questo Parlamento stesso viene fissato come stemma della casa regnante quello che nel tempo sarebbe diventato l’emblema del Regno di Sicilia e quindi la sua bandiera: i pali giallo-rossi che univano i colori del Vespro nella foggia catalana, inquartati con le aquile reali sveve, che rappresentavano la tradizione sentita come autoctona della dinastia Hohenstaufen.

Le sagge riforme di Federico II

Si dovrà a questo grande re anche una prima liberalizzazione nella gestione dei feudi siciliani in termini di divisibilità dei titoli nell’asse ereditario, di loro più libera trasmissibilità, e soprattutto alienabilità (con le Costituzioni “Si aliquem” e “Volentes”). Fu mantenuta tuttavia l’indivisibilità del feudo singolo, e altri istituti tipicamente feudali, come la possibilità del re di avocare all’erario il feudo per fellonia o altri motivi politici, il diritto di relevio da dare all’erario o l’investitura, a ogni successione, così come il maggiorascato e il fedecommesso. Ma questa riforma impresse dinamicità ai feudi siciliani che, pur gravati ancora di funzioni pubbliche, erano diventati dei veri e propri patrimoni privati quasi liberamente negoziabili.
Si dovrà a Federico III ancora l’istituzione di un tribunale di ultimo appello, anche sopra la Gran Corte, per cause di livello “politico”, o per specifiche cause demandate dal re: sorta di alter ego del re in materia giudiziaria, il Tribunale del Concistoro e della Sacra Regia Coscienza. Sarebbe però diventato una magistratura stabile e al vertice dell’intero potere giudiziario siciliano solo secoli dopo, con le riforme di Filippo I del 1569.

Federico perde l’ammiraglio Roggero di Lauria, che passa al nemico: la disfatta navale di Capo d’Orlando

Tornando però alle operazioni militari, Federico III avanza in Calabria e persino in Puglia, ma finì per litigare con l’ammiraglio Roggero Lauria, che mal sopportava la disciplina di questo re, rispetto all’accomodante Giacomo. L’inizio del litigio fu per un motivo apparentemente futile: la piazza di Catanzaro, conquistata da Federico, era di un suo congiunto. Poi, in un Parlamento tenuto a Sciacca, il Lauria fu messo in minoranza con la sua proposta di accettare un incontro a Ischia tra i due fratelli (Federico e Giacomo). Il Lauria, dopo un ultimo scontro con il re, prese il pretesto di accompagnare fuori dal regno la regima madre Costanza e il vecchio Giovanni da Procida che si ritiravano dalla politica, forse sconcertati dalla guerra tra i due fratelli e che tornavano in Catalogna. Una volta a Napoli passò definitivamente al nemico, tenendosi in pegno le isole di Gerba e Kerkennah, per le quali si fece investire direttamente da Bonifacio VIII. Al suo posto la flotta fu affidata al genovese Corrado Doria. Ora Federico era solo, solo con il suo Popolo siciliano contro tutti. Allettato dalla promessa di una forte ricompensa in denaro, lo stesso Giacomo II stava guidando le operazioni militari e sbarcò a Patti nel 1298. Nonostante la presa di alcune piazze, la Sicilia resiste con la forza di un leone. Per mare i nemici sono sconfitti: il figlio di Roggero Lauria, ormai nemico, Giovanni, è catturato e condannato a morte per fellonia dalla Magna curia. Giacomo si ritira, lasciando in Sicilia alcuni presidi, che poco a poco i Siciliani vanno riconquistando. Torna in forze l’anno nuovo e sbarca a Capo d’Orlando. I Siciliani, infatuati dai continui successi, pensano di essere invincibili sul mare e, in condizioni di inferiorità numerica, costringono Federico III ad attaccare la coalizione aragonese-guelfa-francese. La battaglia navale di Capo d’Orlando, del 1299, si risolve in un disastro per i Siciliani, peraltro proprio contro il Lauria, imbattibile sui mari, e Federico si mette a stento in salvo a Messina. Ciò che ottennero i Siciliani fu solo di causare talmente tante perdite tra gli Aragonesi che tra di loro iniziò a serpeggiare il malcontento, al punto che Giacomo abbandonò la coalizione, anche perché non vedeva un soldo della compensa promessa dal Papa.

Ritornano gli Angioini, entrano a Catania, tutto sembra perduto

Sebbene avessero perso un nemico, però, la sconfitta si faceva sentire. Carlo II mandava il figlio Roberto come vicario in Sicilia, e questo, terra dopo terra, nel Val Demone, e soprattutto in Val di Noto, prende diverse fortezze. Alcuni generali e feudatari siciliani, vedendo la causa persa, passano al nemico. Le isole sul Golfo di Napoli (Ischia e Procida) sono perdute. Il colpo più grosso però fu l’entrata degli Angioini a Catania, per un tradimento. Anche in Calabria si perdeva terreno. Sembrava tutto perduto.

Alla Falconara i Francesi sono fermati, fasi alterne della guerra

All’estremo opposto un altro esercito sbarcava intorno a Trapani e dava l’assedio. Ma a questo punto, nonostante alcune defezioni e tradimenti, successe una cosa incredibile. I Siciliani si strinsero ancora una volta intorno al loro re, non abbandonarono le piazze in loro possesso, si autotassarono e mandarono soldati, ricostruendo un grande esercito che piombò su Trapani. Mentre l’esercito francese si stava spostando da Trapani a Marsala, nella pianura della Falconara, il 1° dicembre 1299 le truppe francesi furono travolte dai Siciliani che lottavano per la loro libertà. Un figlio del Re di Napoli, Filippo, fu preso prigioniero. La guerraa infuriò con nuovo vigore. All’estremo opposto della Sicilia i napoletani venivano pure sconfitti e perdevano terreno. Napoli chiese di nuovo rinforzi alla Francia. Il POapa mandò in Sicilia a combattere i Templari e i Gerosolimitani di S. Giovanni (i futuri Cavalieri di Malta). Ma i Siciliani non si arrendevano. Riorganizzarono la flotta, sfidarono i Napoletani a Ponza in mare, ebbero di nuovo la peggio per l’enorme sproporzione di forze, ma continuarono a resistere.

L’ultimo sforzo dei Francesi, infine sconfitti e pronti a chiedere la pace

I Francesi e gli Italiani raccolsero di nuovo un grande esercito che sbarcò in Sicilia nel 1302, diede per qualche tempo l’assedio a Palermo, ma questa resistette non meno coraggiosamente di come aveva fatto Messina all’inizio della Guerra del Vespro. Vedendo l’inutilità dell’assedio si addentrano verso sud, occupano qualche piazza, ma alla fine esausti, decimati da un’epidemia, isolati in una terra straniera e del tutto ostile, si arrendono.

La Pace (provvisoria) di Caltabellotta: la Sicilia temporaneamente riconosciuta indipendente con il nome di Regno di Trinacria

Re Federico III propone e ottiene da Carlo di Valois, il francese comandante della spedizione, una pace che passerà alla storia come la Pace di Caltabellotta (1302), con cui si considera conclusa la prima fase del Vespro, la più eroica e nazionale. Gli Angioini abbandonano le parti occupate nell’Isola, e i Siciliani quelle occupate nel Continente, e fra queste Reggio Calabria che mai aveva abbandonato la causa siciliana in vent’anni. Di fatto Napoli e Sicilia si riconoscono reciprocamente, ma è la Sicilia, più piccola, a dover fare concessioni immediate apparentemente più gravose. Il titolo di “Re di Sicilia” spetta a Napoli. A Palermo (o a Messina, dove risiedeva più frequentemente il re, restando la prima sempre capitale nominale) solo il titolo di “Re di Trinacria”, e … a tempo. Alla morte di Federico il “Regno di Trinacria” si sarebbe dovuto estinguere e ripassare sotto dominio napoletano. I beni sequestrati alla Chiesa durante la guerra sono restituiti. I diplomatici pontifici chiedono che la Sicilia, come Napoli, si consideri feudataria dello Stato della Chiesa, con la donazione di un censo annuo, soldati e agevolazioni sulle importazioni di grano. Federico è costretto ad accettare tutte le condizioni, ma non fa ratificare dal Parlamento la soggezione feudale al Papa; in pratica restò solo obbligato al peso del pagamento di un censo. Questi pagamenti furono irregolari e fruttarono anche qualche “scomunica per morosità”, ma intanto Bonifacio VIII toglieva interdetti e scomuniche comminate durante la lunga Guerra del Vespro.

Fine 18esima puntata/ Continua

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Foto tratta da caltabellotta.net

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