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I fatti di Washington: non solo Trump. Gli Stati Uniti resteranno tali?/ MATTINALE 464

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I disordini di ieri al Campidoglio di Washington sono la spia di un malessere che è iniziato dopo le elezioni del 3 Novembre dello scorso anno. Ieri gli animi si sono riscaldati non per i brogli elettorali, veri o presunti, ma per violazioni costituzionali che invece sembrano essere state consumate in almeno sei Stati. Non crediamo che con l’elezione di Biden, che dovrebbe avvenire oggi, tutto si calmerà. Noi pensiamo, al contrario, che ieri si è aperta una stagione dagli esiti imprevedibili    

Per noi che seguiamo le elezioni presidenziali americane dalla notte fra il 3 e il 4 Novembre quanto avvenuto ieri a Washington non ci stupisce. A nostro avviso non è l’epilogo di due mesi di polemiche e di disinformazione, ma l’inizio di qualcosa di imprevedibile. Ieri sera, a partire dalle 18,00, abbiamo seguito in diretta i lavori delle due camere del Parlamento americano, Camera dei Rappresentanti e Senato: ed è proprio per questo che, per oggi e per il futuro, ipotizziamo scenari imprevedibili. 

Non è questa la sede per raccontare per filo e per segno quello che è avvenuto dalla notte delle elezioni presidenziali americane ad oggi. Del resto, i lettori che seguono I Nuovi Vespri troveranno tanti articoli e tanti video dove si illustra quello che è avvenuto dalla notte fra il 3 e il 4 Novembre dello scorso anno e nei giorni successivi fino ad arrivare a fatti di ieri.

Oggi riassumiamo solo i termini della vicenda, anche per illustrare cosa è successo dentro il Parlamento americano ieri.

Va detto che, ieri, i livelli dello scontro parlamentare sono stati due.

Il primo riguarda i brogli elettorali denunciati da un folto gruppo di parlamentari (e non solo da Trump!).

Ridurre tutto ala formula “Trump è un fascista” è un errore. I fatti sono molto più complessi e toccano l’equilibrio tra gli Stati americani e il livero federale.

Ma il vero scontro, ieri, quello che, con molta probabilità,  ha riscaldato gli animi, dentro e fuori dal Parlamento, è stata la decisione della presidenza del Parlamento di accettare alcuni grandi elettori dell’Arizona e di escluderne altri. 

Qui è necessaria una precisazione, senza la quale si rischia di non comprendere bene la situazione.

L’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America non avviene il giorno delle elezioni presidenziali, ma il 6 Gennaio successivo alle elezioni presidenziali che si celebrano nei primi giorni dell’anno precedente.

Le elezioni presidenziali – se sono regolari – designano i grandi elettori di ognuno dei cinquanta Stati americani che, il 6 Gennaio, eleggono il Presidente degli Stati Uniti.

Nei primi anni ogni Parlamento di ognuno degli Stati americani eleggeva i propri grandi elettori. A un certo punto è stato deciso che sarebbero stati gli stessi cittadini di ogni Stato ad eleggere i grandi elettori. Tale elezione avviene contestualmente alle elezioni presidenziali: se in uno Stato vince il candidato-Presidente Democratico, il successivo 6 Gennaio, ad eleggere il Presidente degli Stati Uniti vanno i grandi elettori del Partito Democratico; se vince il candidato-Presidente del Partito Repubblicano, ad eleggere il nuovo Presidente vanno i grandi elettori del Partito Repubblicano.

I Parlamenti dei cinquanta Stati restano comunque sovrani anche su tale questione. Questo è un punto molto importante.  Significa che se il Parlamento di uno Stato arriva alla conclusione che le elezioni presidenziali non sono state regolari, ignora il risultato elettorale e designa i propri grandi elettori.

Ed è proprio quello che è successo in queste elezioni presidenziali. Ci sono sei Stati, o meglio, i Parlamenti di sei Stati, che ritengono che le elezioni presidenziali non siano state regolari e che hanno inviato i propri grandi elettori in alternativa a quelli eletti con le presidenziali.

Perché i Parlamenti di questi sei Stati ritengono non valide le elezioni negli stessi Stati? In questo caso i brogli elettorali non c’entrano. I Parlamenti di questi Stati hanno denunciato violazioni costituzionali. In pratica, i governatori di questi sei Stati hanno cambiato le leggi elettorali ignorando i rispettivi Parlamenti!

Per essere chiari: è come se il capo del Governo italiano, una bella mattina, si sveglia e decide che in Italia si voterà con una legge elettorale decisa da lui! Ovviamente, succederebbe un gran casino!

In sei Stati americani è successa la stessa cosa. I governatori hanno deciso di cambiare il sistema elettorale – con riferimento al voto via posta – ignorando i Parlamenti che sono insorti!

E’ questo il motivo per il quale i Parlamenti di sei Stati hanno inviato i propri grandi elettori, in sostituzione dei grandi elettori che loro considerano abusivi!

Ieri, nel Parlamento americano, i telefoni si sono rotti su questo punto.

Le violazioni costituzionali sono state denunciate alla Corte Suprema degli Stati Uniti che, però, di fatto, ha rifiutato di pronunciarsi.

Attenzione, questo è un altro punto importante: la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha emesso una sentenza dicendo che i Parlamenti dei sei Stati hanno torto: sul punto si è limitata a dire che chi ha presentato tali ricorsi non avrebbe i titoli per occuparsi di questa vicenda!

Ieri, nel Parlamento americano, le polemiche sono esplose quando la presidenza del Parlamento ha accettato i grandi elettori dell’Arizona eletti contestualmente con le elezioni presidenziali, respingendo i grandi elettori inviati lì dal Parlamento dell’Arizona.

Ribadiamo: quanto avvenuto ieri con i brogli elettorali c’entra poco. Il problema è di ordine costituzionale. E non è detto che negli Stati dove, secondo i rispettivi Parlamenti, la Costituzione sarebbe stata violata, la vicenda si chiuderà lì.

Ricordiamo che nel Texas, qualche settimana addietro, è stata paventata la secessione. 

Gli Stati Uniti d’America sono tali se il livello federale non intacca l’autonomia di ogni Stato. A nostro modesto avviso, in queste elezioni, il livello federale ha intaccato l’autonomia di alcuni Stati.

Il discorso è molto più profondo e riguarda il capitalismo liberista che oggi, nel mondo, controlla le sinistre di molti Paesi. Hanno cominciato con il Regno Unito ai tempi di Tony Blair e oggi controllano il Partito Democratico americano. Ma non controllano gli Stati. Questo comunque è un altro aspetto che merita di essere trattato a parte.

Quello che va sottolineato oggi è che, a prescindere dai brogli elettorali, veri o presunti, ci sono sei Stati americani che contestano violazioni costituzionali.

Sarà interessante capire cosa succederà oggi nel Parlamento americano. Sono 13 i Senatori repubblicani hanno chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta che, in dieci giorni, dovrebbe esaminare sia le denunce sui brogli elettorali, sia le violazioni costituzionali in sei Stati. Se non cambieranno gli orientamenti, questa richiesta dovrà essere messa ai voti per essere o approvata o ‘bocciata’.

Se tale proposta verrà messa ai voti e ‘bocciata’, chi la ‘boccerà’ dovrà spiegare perché non vuole che si faccia chiarezza sulle questioni sollevate.

Detto questo, non crediamo che la vicenda si chiuderà a tarallucci e vino. Al contrario, i fatti avvenuti ieri nel Campidoglio di Washington dimostrano che, negli Stati Uniti d’America, nel rapporto tra livello federale e Stati qualcosa si è rotta.

Anche l’aspetto penale, fino ad ora ignorato, non crediamo che si chiuderà con un nulla di fatto. Noi, in questi due mesi, abbiamo raccontato cose incredibili. Ci sono decine di avvocati che stanno ancora lavorando su irregolarità, vere o presunte.

Non crediamo che Rudy Giuliani e l’ex procuratrice federale, Sidney Powell, getteranno la spugna. Anzi.

Pensare che quanto avvenuto ieri a Washington sia da addebitare solo a Trump è un errore. La spaccatura, nel cuore degli Stati Uniti, è molto più seria. Ci sono state troppe forzature. Troppe cose strane.

Foto tratta da Contropiano 

 

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