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Il Coronavirus ci ha liberato dal culto delle celebrità spesso espressione del nulla

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Già negli anni ’60 Daniel Boorstin, storico e saggista americano, sosteneva che “celebrity” non è altro che “una persona nota principalmente per essere nota”. E aggiungeva che il moderno giornalismo separa il concetto di “grandezza” da quello di “fama”, riducendo quest’ultima in mera notorietà, che spesso si accompagna al vuoto umano 

di Nota Diplomatica

Un effetto dell’epidemia Covid-19 è che moltissime persone hanno avuto modo di capire che forse moriranno entro le prossime settimane. La circostanza, come osservò Samuel Johnson a
proposito di un conoscente prossimo all’impiccagione, “concentra in maniera meravigliosa la mente”.

Che sia o no conseguenza della consapevolezza che ci sono cose più importanti nella vita, il fenomeno coincide con il raffreddarsi del culto della celebrità che ha regnato negli ultimi due decenni.

A Greta Thunberg, per la recente ricorrenza di “Earth Day”, è dovuta bastare una comparsata YouTube per criticare il Coronavirus perché “distrae” dalla sua campagna verde.

La coppia Fedez/Ferragni, prima una presenza quasi quotidiana, non figura da oltre cinque settimane sul sito de La Repubblica.

Altri “influencer” perdono follower infastiditi dalle richieste di soldi per “il virus” da parte di chi ne guadagna già tanti.

Negli Usa, quando Jennifer Lopez – “auto-isolatasi” nel giardino favoloso del ricco fidanzato a Miami – ha mandato un saluto su Facebook ai suoi fans, questi, anziché esaltarsi di potere ammirare chi stava tanto meglio di loro, hanno inventato l’hashtag
“#guillotine2020” in ricordo delle ghigliottine della Rivoluzione francese.

Le Kardashian – le “sorelle più famose dei social”- tengono giù la testa e gli inglesi paiono ora aver perso gli ultimi rimasugli di
simpatia per i “poveri” ex reali Harry e Meghan.

Anche il New York Times ha rimarcato la nuova non-tendenza. Secondo la giornalista Amanda Hess, “Tra gli impatti del Coronavirus c’è il rapido smantellamento del culto della celebrità”. La Hess trova la sua spiegazione nel sogno americano: “I ‘famosi’ sono gli ambasciatori della meritocrazia; rappresentano
la caccia alla ricchezza tramite il talento, il fascino personale e il lavoro sodo. Ma la mobilità sociale svanisce quando la società si auto-isola, l’economia si blocca, il conteggio delle vittime sale e il futuro è congelato in un appartamento affollato…”.

La persona responsabile in questo secolo del rilancio dell’espressione “famous for being famous” è Paris Hilton, l’ereditiera di una fortuna alberghiera che ha raggiunto la fama nel 2004 attraverso un video “piratato” di un suo amplesso con l’allora fidanzato, un campione di poker.

L’osservazione originale è dello storico e teorico sociale Daniel Boorstin, il quale spiegò in un suo saggio degli anni ‘60 che una
“celebrity” è “una persona nota principalmente per essere nota” e che il moderno giornalismo separa il concetto di “grandezza” da quello di “fama”, riducendo quest’ultima in mera notorietà.

Tutto questo doveva essere un innocente divertissement: senonché, strada facendo, gli influencer e consimili hanno acquisito influence per davvero. Gli dobbiamo tra le altre cose il movimento “anti-vax”,
molti eccessi del politically correct, la guerra al glutine e perfino le forme più spinte del veganismo per cui neanche i cani dovrebbero mangiare la carne.

Il male epidemico è certamente venuto per nuocere, ma se cancella alcune futilità e ci riporta alle cose che hanno veramente importanza, forse qualche beneficio resterà.

Foto tratta da Martinel Store

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