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Coronavirus: siamo sicuri che la ‘patente di immunità’ o ‘l’immunità di gregge’ possano essere subito attuabili?

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La frenesia del denaro, nella vicenda Coronavirus, ha già fatto troppi danni. Non dimentichiamo gli slogan “non mi fermo di qua e non mi fermo di là”. Prima di ripensare a ‘riaprire’, bisogna pensare attentamente ai passi da fare. Non dimentichiamo Mazzarò, il personaggio di Verga che voleva portarsi la ‘roba’ nella tomba…

di Medicus 

È di questi giorni la notizia che l’Ospedale Sacco di Milano ha prodotto un test sierologico “rapido” per la ricerca degli anticorpi anti-Coronavirus per eseguire studi epidemiologici e, se possibile, al fine di assegnare la “patente di immunità” a coloro che risulteranno positivi al test.

Il test, nella fattispecie, testa, appunto, la presenza di anticorpi IgM ed IgG contro il Coronavirus. Gli anticorpi IgM sono quelli prodotti, come prima difesa, dopo alcuni giorni dal contatto con un antigene esterno (virus, batterio, protozoo, molecola estranea che sia) e durano per circa quindici-venti giorni per venire poi sostituiti dagli anticorpi IgG, che rappresentano , di solito, una difesa a lungo termine contro l’antigene estraneo, e sono sempre una “memoria immunologica” dell’avvenuto contatto con l’antigene, in questo caso il Coronavirus.

Nel caso in cui la positività dei suddetti anticorpi anti-Coronavirus si incrocia con la ripetuta negatività del tampone nasale e faringeo, ebbene, ciò significa che il paziente è guarito, non può più infettare qualcun altro ed ha sviluppato una memoria immunologica.

Ma la memoria immunologica, in questo caso, significa anche immunità da una nuova infezione? Una difesa tale da parlare di “patente di immunità”?

In tanti ritengono che i dati oggi in possesso della comunità scientifica non siano sufficienti per dirlo e, al di là di disquisizioni scientifiche che esulano dalla nostra competenza, il punto della questione è se avere gli anticorpi contro il Coronavirus permette di essere reimmessi in una normale vita sociale e lavorativa “perché tanto l’infezione non si può più riprendere (e quindi non si può più trasmettere)”. Stando ad alcuni dati aneddotici dell’Est asiatico, sembrerebbe che i fatti ci dicano il contrario.

A sostegno dei nostri dubbi, è noto che altri virus che infettano l’uomo stimolano sì la produzione di anticorpi, ma con la sola funzione di “memoria immunologica” e non anche quella di immunità: ricordiamo per tutti il virus dell’HIV ed il virus dell’epatite C.

In ultimo non dimentichiamo che i Coronavirus come anche i virus dell’influenza hanno una “deriva antigenica“ vivace. Quindi un paziente guarito non è detto che sia automaticamente uscito dalla popolazione dei “pazienti suscettibili” ad una nuova infezione.

Inoltre, in questo momento abbiamo dati sufficienti per dire che l’avvenuta diffusione del virus significa automaticamente “immunità di gregge”? E poi, “l’immunita’ di gregge” – per le malattie infettive altamente diffusive – non si raggiunge per una soglia di popolazione colpita (o vaccinata) ed immunizzata del 95%? Vogliamo essere più generosi? Fermiamoci all’80-85%. Se i conti attuali, per il Coronavirus, anche arrotondati, ci tornano non ci siamo in nessun caso (grazie a Dio).

In conclusione: per adesso non sarebbe meglio puntare ancora per un po’ sul distanziamento sociale, fino a quando il virus tenderà ad un R0 < 1 (dove R0 è il numero medio di nuovi infetti per ogni paziente positivo in una popolazione completamente suscettibile), per poi riprendere la vita sociale e lavorativa gradualmente, con l’occhio attento a nuove impennate dei contagi, sempre andando in giro più o meno “bardati” con DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) a secondo del lavoro svolto?

Almeno fino a quando non avremo sviluppato dei protocolli terapeutici efficaci e sicuri forse questa sembra la via meno avventurosa. Le riaperture frettolose, nel nome del denaro, hanno già prodotto troppi danni.

 

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