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terza pagina/17 Novembre: Salvatore Giuliano incontra il giornalista Jacopo Rizza

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La nostra rubrica dedicata alle pillole culturali: gli incipit tratti dai grandi romanzi, gli aforismi di scrittori e filosofi, i siciliani da non dimenticare, gli anniversari di fatti storici noti e meno noti, la Sicilia dei grandi viaggiatori, i proverbi della nostra tradizione e tanto altro ancora. Buona lettura

terza pagina

(a cura di Dario Cangemi)

Incipit

Un classico buongiorno. O, se preferite, un buon giorno ricordando un grande romanzo. Il modo migliore di iniziare una giornata: l’incipit di un grande libro. Se lo avete già letto sarà un bel ricordo. Se no, potrebbe invogliarvi alla lettura.

‘’La tua virtù mi rassicura: non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, né che il bosco sia spopolato e solitario, perché tu per me sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?’’.

William Shakespeare, “Sogno di una notte di mezza estate”

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Pensieri sparsi

L’aforisma, la sentenza, sosteneva Nietzsche, sono le forme dell’eternità. L’aforisma é paragonato dal filosofo tedesco alle figure in rilievo, che, essendo incomplete, richiedono all’osservatore di completare ‘’col pensiero ciò che si staglia davanti’’.

‘’La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l’altro d’angoscia, e taglia in due il cuore’’.

Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé’’.

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Eventi e fatti storici

Salemi, Salvatore Giuliano incontra il giornalista Jacopo Rizza

… 17 novembre 1949

L’iniziativa parte dall’editore Giorgio De Fonseca che la mattina del 7 ottobre 1949, negli uffici della Rizzoli (editore del settimanale “Oggi” in via Barberini a Roma), propone a Rizza di andare a intervistare Giuliano. Del gruppo fanno parte Italo D’Ambrosio e Ivo Meldolesi, entrambi fotoreporter dell’agenzia Meldolesi della capitale. Fissano il loro quartier generale all’hotel Sole di Palermo, ma si recano spesso a Partinico, dove si incontrano con un mediatore che li mette in contatto con Giuliano. L’incontro avviene in una masseria, a circa dieci chilometri dal bivio per Salemi. I giornalisti sono forniti di macchine fotografiche e cinepresa. Alla fine, il 17 novembre 1949, si trovano faccia a faccia con il bandito in una stalla, dove Giuliano arriva con Pisciotta. Giuliano svela al giornalista la sua intenzione di volere espatriare, come aveva già fatto Sciortino, nell’estate del ’47, e gli confida di aver compilato un diario dettagliato sulle vicende degli ultimi anni (“La Settimana Incom illustrata”, 16 aprile 1961).

Ma c’è qualcosa che non torna nella cronistoria di quanto accade in quella stalla nei pressi di Salemi. In un articolo scritto per la rivista “Oggi” (“Come penetrai nel covo di Giuliano”, 17 dicembre 1959) Ivo Meldolesi ci fornisce dettagli che si discostano dalla versione di Rizza. A cominciare dalle date. Per Rizza, come abbiamo visto, i preparativi dell’incontro risalgono al 7 ottobre ’49 e si chiudono con l’intervista del 17 novembre. Il tutto su iniziativa dell’editore De Fonseca. Meldolesi invece scrive che “la grande avventura” inizia a Roma il 9 novembre quando lo stesso Meldolesi ne parla con Ugo Zatterin, a capo della redazione romana di “Oggi ”. A partire assieme a Meldolesi e a d’Ambrosio, doveva essere proprio Zatterin, ma questi passa il testimone a Jacopo Rizza, perchè – dice – ha la “mamma ammalata”.

Ultima, macroscopica discrepanza rispetto alla versione di Rizza sta nella data dell’incontro. Secondo Meldolesi avviene, infatti, il 10 dicembre ‘49. Ovvero più di tre settimane dopo quella indicata da Rizza. Come spiegare questa divergenza?

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Siciliani notevoli da ricordare

‘’Eran trecento, eran giovani e forti,

E sono morti!’’

La spigolazione di Sapri

..Ricordiamo oggi Luigi Mercantini (Ripatransone, 19 settembre 1821 – Palermo, 17 novembre 1872) è stato un poeta.

Nel 1860 fonda un quotidiano, il Corriere delle Marche (l’odierno Corriere Adriatico); viene nominato docente di storia e di estetica all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Il 3 febbraio 1861 viene eletto deputato alla Camera dei deputati del Regno d’Italia nel collegio di Fabriano (Ancona), con voti 157 su 195 votanti, ma la sua elezione viene annullata.

Sebbene considerato un poeta minore nella letteratura italiana, Luigi Mercantini è da annoverare tra i più conosciuti rappresentanti della poesia lirica di ispirazione patriottica. L’Inno di Garibaldi e La spigolatrice di Sapri sono tra le composizioni più note di tutto il Risorgimento italiano. Amatissimo per i suoi componimenti al tempo stesso delicati e popolareschi, è classificabile come un tardoromantico. Godette della grande stima di Giovanni Pascoli, che ebbe a pronunciare per lui parole di affetto e considerazione.

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Viaggio e cultura: il rapporto degli scrittori con la Sicilia

Se il viaggio è desiderio di conoscere l’altro e, al tempo stesso, possibilità di riconoscere se stessi. E’ affascinante notare come la Sicilia rappresenta per chi non vi è nato un’attrazione irresistibile, calamitando fantasie e immaginari dei viaggiatori stranieri che, forti della propria identità, vengono in Sicilia per capirne la conclamata diversità e forse trovano per lo più quello che credevano di voler trovare secondo la loro formazione, i loro desideri.

Quando pensiamo alla Sicilia, inevitabilmente i ricordi personali si sovrappongono alle descrizioni letterarie, così come i fatti di attualità si intrecciano con le fantasie mitologiche

e il folklore si confonde con i luoghi comuni, suggerendo all’immaginazione percorsi alternativi.

Raccontiamo oggi il viaggio di Carlo Levi in Sicilia.

Carlo Levi è venuto nell’Isola tre volte: nel 1951, l’ anno dopo e nel 1955. E ha descritto quello che lui ha definito ‘’il senso dell’infinita contemporaneità del tempo’’. ‘’Ho raccontato tre viaggi in Sicilia- ha scritto con ironica modestia – e le cose di laggiù, come possono cadere sotto l’ occhio aperto di un viaggiatore senza pregiudizi. Quello che per avventura vi trovasse di più, lo accolga come qualcosa che gli è dato per sovrammercato’’. L’ editore ripropone la stessa prefazione di Vincenzo Consolo dell’edizione per la scuola del 1990: ‘’Questo è la forza e la poesia delle pagine di Levi: l’ amore per tutto quanto è umano, acutamente umano, vale a dire debole e doloroso, vale a dire nobile. Da qui quella sua straordinaria capacità di guardare, leggere e capire la realtà, capacità di leggere la realtà contadina meridionale, di comunicare con essa. Da questo suo amore poi, l’ironia e l’ invettiva contro il disumano, contro i responsabili dei mali, e la risolutezza nel ristabilire il senso della verità e della giustizia’’. Parole ancora toccanti, non usurate dagli anni. Il libro gronda dolore, le uniche pagine lievi, a tratti scanzonate, sono quelle che accompagnano la marcia trionfale di Impellitteri nel paesello natio. È a Lercara che Levi dispiega tutta l’umana sofferenza di cui è capace. È lì che vede i lavoratori siciliani entrare nel ‘’nobile fiume della storia’’. E lì che condivide le notti con i minatori in sciopero – ed è la prima volta – da un mese. ‘’La causa di questo miracolo era dovuta al sacrificio di un ragazzo di diciassette anni, Michele Felice, morto schiacciato da un masso dentro la miniera dei Ferrara. Alla busta-paga del morto venne tolta una parte del salario, perché, per morire, non aveva finito la sua giornata. Il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò’’. Levi è uno dei primi a raccontare la mafia e lo fa con un autorevole interlocutore, che lo aiuta a capire e a decrittare i segni di una presenza visibile e inquietante, di cui però nessuno al tempo osa parlare.

Il volto feroce dei boss lo avrebbe visto riflesso nelle rughe secche di pianto di Francesca Serio, alla quale avevano strappato l’ unico figlio a colpi di lupara. Accanto al letto che fu di Turiddu la donna ‘’parla della mortee della vita del figlio – racconta Levi – come se riprendesse un discorso appena interrotto per il nostro ingresso. Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l’ italiano, la narrazione distesa e la logica dell’interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, la morte del figlio, e la solitudine e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. Niente altro esiste di lei e per lei, se non questo processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre’’. Francesca Serio non c’è più. È morta con quella Sicilia raccontata da Levi..

‘’Ad un tratto, come se una mano con un gesto improvviso avesse scostato i vapori e aperto alla luce gli orizzonti, ecco apparire, tragico, ardente e inverosimile, il blu di Sicilia, e la costa, e lo scheletro bruciato di Monte Pellegrino. Quasi succhiati da quella terra attrattiva e divorante, prima di aver tempo di contemplarla, eccoci sulla pista dell’aeroporto, a Bocca di Falco’’.

Carlo Levi

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La scuola poetica siciliana

La scuola poetica siciliana è la prima forma di letteratura laica in Italia. Suo promotore fu l’Imperatore Federico II di Svevia. Questa scuola vide il suo apice tra il 1230 e il 1250. Nacque come una poesia di corte, infatti autori dei più noti sonetti sono lo stesso Federico II e membri della sua corte quali Pier delle Vigne, Re Enzo, figlio di Federico, Rinaldo d’Aquino, Jacopo da Lentini (funzionario della curia imperiale), Stefano protonotaro da Messina…La lingua usata era il siciliano o meglio il siculo-appulo.

‘’In amoroso pensare

ed in gran disïanza

per voi, bella, son miso,

sì ch’eo non posso posare,

tant’agio tempestanza.

Vostr’amor, che m’à priso

a lo core tanto coralemente,

mi distringe e distene

la voglia e la spene

e donami martiri

sì ch’io non por[r]ia diri

come m’avete preso fortemente…’’

‘’In amoroso pensare’’ Rinaldo d’Aquino

XIII secolo

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Proverbi Siciliani

Il proverbio è la più antica forma di slogan, mirante non già ad incentivare l’uso di un prodotto commerciale, bensì a diffondere o a frenare un determinato habitus comportamentale, un particolare modo di valutare le cose, di interpretare la realtà.

Aspittari e non veniri, jiri a tavula e non manciari, jiri o lettu e non durmiri su` tri peni di muriri.

Aspettare qualcuno che non viene, andare a tavola e non mangiare, andare a letto e non dormire sono tre pene da morire

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