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Palermo, il PARF e i ‘grandi soldi’: ma la Natura oggi presenta il conto tra siccità e allagamenti

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Oggi Palermo è alle prese con una sinistra alternanza tra siccità e allagamenti. In parte sono problemi climatici, in parte i problemi di oggi sono frutto di scelte del passato. Che è bene non dimenticare. Come la ‘filosofia’ dei PARF che, ricorda l’ecologo Silvano Riggio, “assecondò la folle esplosione urbanistica voluta da Lima e Ciancimino e fu funzionale al sacco edilizio che avrebbe devastato la città per tutto il ventennio ’70-90 ed oltre” 

da Silvano Riggio
docente di Ecologia all’università di Palermo
riceviamo e publichiamo

Giorni fa , nel momento dell’inondazione di Mondello con le acque fuoruscite dai tombini, è stato “scoperto un collettore sconosciuto” che portava dritto a Sferracavallo, e questo messaggio postato sui media suscitò un coro di mi piace da parte di chi applaudiva alla notizia e sollecitava l’apertura dello scarico nella baia di Sferracavallo. In realtà l’annuncio clamoroso va derubricato fra le fake news perché il collettore sotterraneo è tutt’altro che sconosciuto, dato che fu realizzato negli anni ‘60 e fa parte di quel sistema di smaltimento delle acque che è previsto dal Piano fognario cittadino. Il Piano risponde a vedute decisamente controverse che si dividono fra il rigetto di coloro che aspirano ad una città vivibile, e il giubilo dei tecnologi e degli ingegneri che hanno collaborato all’opera.

La polemica è almeno trentennale: tutto il Piano fognario di Palermo, o PARF, è malvisto in quanto frutto di un’ingegneria ottusa, ostinatamente chiusa ai princìpi elementari dell’Economia circolare che pongono in primo piano la salvaguardia dell’ambiente col riuso delle acque. Riuso, ricordo, ormai prescritto da tutte le agenzie sovranazionali e tanto più necessario nelle aree povere di acqua e soggette a lunghe siccità come la nostra.

Da questa osservazione nasce la critica al PARF, che fu concepito nei primi anni ’70 e realizzato nel decennio successivo con la stazione di trattamento di Acqua dei Corsari e mai più aggiornato. Il mega impianto dovrebbe servire tutta quanta la città, nel frattempo ingrandita decine di volte rispetto all’origine e da sempre tormentata da una carenza della fornitura idrica che contrasta con la ricca riserva del sottosuolo, ormai danneggiata irreparabilmente.

Pochi sanno la dietrologia del Piano fognario che ebbe due antagonisti nelle persone del prof. Emanuele Guggino Picone e del prof. Guglielmo Benfratello, entrambi tecnici illustri ed entrambi scomparsi, il primo nel 1985, il secondo un anno addietro.

Il prof. Guggino vantava un curriculum internazionale avendo operato in America ed avendo lavorato al piano urbanistico di Ottawa. Sulla base delle esperienze d’oltre oceano aveva concepito un progetto per la nostra città che precorreva le soluzioni degli anni 2000 e che avrebbe fatto di Palermo la città ideale. Ma non si fece e oggi sappiamo che era un’utopia. Il piano prevedeva la crescita di agglomerati urbani di dimensioni limitate separati da fasce di vegetazione; dotati di impianti autonomi di trattamento (non chiamiamoli di depurazione, che non esiste) delle acque fognarie nei quali le fasce di verde avevano un ruolo essenziale.

Gli alberi sono i filtri dell’atmosfera, moderatori del clima urbano e avrebbero portato a termine la depurazione rimpinguando la falda. Il surplus idrico stagionale sarebbe stato immesso in un’area verde periurbana e una frazione sarebbe stata stoccata nel sottosuolo per mantenere l’integrità della falda idrica. Era un sogno? Così mi parve il piano quando il prof. Guggino me lo illustrò durante le mie visite nella sua bella casa di Sferracavallo.

Io muovevo i miei primi passi all’università e mi colpì la sua modernità che fu un vademecum alla comprensione dei modelli ecosostenibili dell’Ecologia. Ma certamente era troppo avanzato per essere apprezzato nella città di Lima e Ciancimino. Infatti non lo è neanche oggi e soprattutto non lo è per gli ingegneri palermitani.

La storia ci dice che il prof. Guggino non fu fra i vincenti del concorso alla cattedra di Ingegneria idraulica della nostra Università e, a parziale risarcimento del torto subìto, gli fu assegnata la cattedra di Idraulica Agraria dell’Università di Catania, che lui considerò un declassamento: si potrebbe liquidare come una storia di ordinaria baronia universitaria, secondo il principio che “che cu avi ‘cchiù prùvula spara“, ma questa delusione lo amareggiò al punto da affrettarne la scomparsa.

A suo onore ricordo che a Catania il prof. Guggino fondò un gruppo leader nelle tecniche per l’utilizzazione e il recupero delle acque, e che insieme al suo allievo Salvatore Indelicato fondò la Scuola Internazionale di Idraulica presso il Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice. E non gli mancarono le soddisfazioni né le realizzazioni nella Sicilia orientale, ma la piazza di Palermo gli fu chiusa inesorabilmente.

Dalla fine degli anni ‘70 l’Idraulica universitaria palermitana è stata dominio incontrastato del prof. Gugliemo Benfratello e si concretizzò nel PARF che, come si vede dalla sua realizzazione, ebbe connotati esattamente opposti a quelli concepiti dall’antagonista.

Non ho le competenze per entrare nel merito tecnico del PARF, che è un’opera grandiosa e che certamente espresse la grande cultura tecnologica del prof. Benfratello e della sua scuola, ma che mostra un’infinità di punti deboli. Da naturalista mi limito a considerare che esso accentra in un’unica struttura la rete di raccolta e scorrimento dei liquami fognari di una città policentrica, che li concentra in una grande stazione di trattamento, e dopo un processo di depurazione parziale li scarica direttamente in mare causando un’eutrofizzazione potenziale (cioè una concimazione eccessiva) delle acque costiere che è esattamente il problema da risolvere. Il contrario cioè dei processi naturali di autodepurazione, confermato dai danni ambientali che ne sono la conseguenza.

La critica al PARF verte anzitutto su questa concezione accentratrice tipica delle grandi opere con forte impatto, nate negli anni’50 e di per sé superata dalle acquisizioni di biologia dell’ambiente in un regime di “economia circolare” che è quella degli anni attuali e ancor più di quelli a venire. Un impianto unico di enormi dimensioni comporta almeno tre giudizi negativi:

1) risponde ad una crescita esponenziale come quella che ha subìto la città di Palermo e che è la causa prima della sua invivibilità;

2) non si presta ad un trattamento al 3° stadio necessario per una depurazione efficace;

3) si traduce nello spreco di una risorsa indispensabile come l’acqua, che non possiamo permetterci.

La pratica dello scarico in condotta sottomarina non risolve il problema, ma lo esaspera a causa della costosissima manutenzione delle condutture e del loro inevitabile deterioramento. Ed è evidente la perdita di una risorsa che in questi giorni per cause meteo è fin troppo abbondante (in virtù della Niña che pochi conoscono), ma che fino all’anno passato era paurosamente deficitaria.

Tutto questo caratterizza il PARF, con buona pace dei suoi sostenitori; ricordo pure che l’impianto di Acqua dei Corsari attende invano un adeguamento delle strutture e funziona soltanto grazie alla grande capacità degli operatori. L’impianto sussidiario di viale Olimpo – quello detto dei Centomila – include altri errori madornali sui quali si discute da sempre. La soluzione di pompare le acque trattate ad Acqua dei Corsari è cervellotica, ma lo scarico a Sferracavallo di acque “bianche” (che in realtà sono liquami puzzolenti), sarebbe disastroso, e non mi parlino di “acque bianche” che non esistono più dai tempi di San Francesco.

Anche qui risale l’imprevidenza e la faciloneria dei tecnici che fanno i conti soltanto con macchine e tubi e col favore di un’amministrazione consenziente.

In conclusione, il PARF fu realizzato già con un ritardo di 20 anni secondo vedute puramente tecnicistiche che ignoravano le norme elementari di salvaguardia dell’ambiente che intanto si erano affermate; il PARF assecondò la folle esplosione urbanistica voluta da Lima e Ciancimino e fu funzionale al sacco edilizio che avrebbe devastato la città per tutto il ventennio ’70-90 ed oltre.

Questi, ripeto, sono i defaults inevitabili di una pianificazione focalizzata sugli aspetti puramente tecnici che non entra nel merito delle loro ricadute sulla collettività. Oggi tutto ciò non è più concepibile, ma a Palermo nessuno che conta fa l’autocritica e accetta un dialogo con chi ha opinioni diverse. Morale della triste favola: si continua a ripetere gli errori di sempre, ingigantendoli.

Queste considerazioni le feci pubblicamente allo stesso prof. Benfratello, che non era uso a ricevere critiche da un povero naturalista squattrinato come me. Oggi la natura presenta il conto ed è pesante. Oggi si ha giusto terrore degli allagamenti, ma nessun ingegnere si ricorda delle siccità totale dei due anni trascorsi, che se si fosse verificata anche quest’anno ci avrebbe portato a un disastro certamente peggiore degli allagamenti.

Ci si chiede cosa avrebbero escogitato i tecnologi panormiti per assicurare l’acqua a un milione di cittadini assetati. Non oso pensarlo. Inutile ricordare che questi problemi un povero naturalista li conosce più e meglio di coloro che pontificano su tubi e impianti, ma non si sono mai curati di informarsi sull‘IPCC, sull’ENSO e sulla NAO dai quali dipende il clima mondiale, ma questo è un altro discorso. Perché per dei riduzionisti ad oltranza come loro contano solo le grandi opere, i grandi appalti e i grandi soldi. Compiacendo i poteri che hanno massacrato la città.

Il resto sono quisquilie da cacciatori di farfalle. Amen.

Foto tratta da etmpaermo.wordpress.com

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