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terza pagina/ Giovanni Pascoli in Sicilia “dove tutto e poesia”

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 La nostra rubrica dedicata alle pillole culturali: gli incipit tratti dai grandi romanzi, gli aforismi di scrittori e filosofi, i siciliani da non dimenticare, gli anniversari di fatti storici noti e meno noti, la Sicilia dei grandi viaggiatori, i proverbi della nostra tradizione e tanto altro ancora. Buona lettura

terza pagina

(a cura di Dario Cangemi)
Incipit

Un classico buongiorno. O, se preferite, un buon giorno ricordando un grande romanzo. Il modo migliore di iniziare una giornata: l’incipit di un grande libro. Se lo avete già letto sarà un bel ricordo. Se no, potrebbe invogliarvi alla lettura

«L’amore? Cos’è l’amore? L’amore impedisce la morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto. L’amore è Dio, e il morire significa che io, una particella dell’amore, ritorno alla sorgente eterna e universale».

Lev Nikolaevič Tolstoj, “Guerra e pace”

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Pensieri sparsi

L’aforisma, la sentenza, sosteneva Nietzsche, sono le forme dell’eternità. L’aforisma é paragonato dal filosofo tedesco alle figure in rilievo, che, essendo incomplete, richiedono all’osservatore di completare ‘’col pensiero ciò che si staglia davanti’’.

«Un uomo vale quanto le cose che ama».

Saul Bellow, “La resa dei conti”

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Siciliani notevoli da ricordare

Ricordiamo oggi… Raffaele Cosentino (Catania, 13 maggio 1884 – Acireale, 1 novembre 1957) è stato un regista, commediografo e sceneggiatore siciliano.

Chiamato al fronte, per la prima guerra mondiale, anche lì costituì una compagnia teatrale detta “Compagnia comica Bisagno”, che prese il nome dalla gloriosa Brigata Bisagno, per risollevare il morale dei soldati italiani. Finita la guerra si dedicò in particolar modo al teatro portando in giro per l’Italia le sue commedie comico-musicali, soprattutto con la compagnia di Attilio Rapisarda.

Tra le sue opere più importanti si ricorda:

* La guerra e la moda (1916)

* Signor Diotisalvi (1916)

* Per te, amore! (1916)

* Primavera siciliana, atto unico di bozzetti e canzoni di Raffaele Cosentino con Musica di Gaetano Emanuel Calì attore Attilio Rapisarda 1928

* Raggia di Cori, bozzetto in due atti 1929

* Non mi videmu cchiu, 1929

* Fuori dalle rotaie, commedia drammatica in 3 atti

* Cose ca succeduno, commedia folkloristica in 3 atti 1929

Ricordiamo oggi anche…

Ezra Pound, poeta, saggista e traduttore statunitense (morto nel 1972, 1 Novembre)

 

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Eventi e fatti storici

1918 – Prima guerra mondiale: due ufficiali della Regia Marina italiana compiono l’Impresa di Pola, nella quale viene affondata la corazzata austro-ungarica Viribus Unitis L’Impresa di Pola fu un’azione navale compiuta il 1º novembre 1918 da due ufficiali della Regia Marina italiana ai danni della flotta austro-ungarica in fase di dissoluzione ancorata nel porto di Pola, in Istria. Fin dall’inizio della prima guerra mondiale, la munitissima base austriaca di Pola era uno dei principali obiettivi della Marina italiana, a maggior ragione quando divenne chiaro che la scelta tattica della marina austro-ungarica era quella di opporre al nemico una flotta di dissuasione, perennemente alla fonda nel porto e non impegnata in battaglie in mare aperto. Diverse volte nel corso del conflitto si era tentato quindi, ma invano, di forzare il porto e affondare qualche unità là dove le navi erano ritenute dagli austriaci maggiormente al sicuro.

Altri accadimenti:

835 – La festa di Tutti i Santi viene spostata dal 13 maggio al 1º novembre da Papa Gregorio IV.

1295 – Dante Alighieri diventa membro del Consiglio dei Trentasei del Capitano del Popolo.

1765 – Il parlamento britannico impone lo Stamp Act sulle 13 colonie, allo scopo di aiutare il pagamento delle operazioni militari britanniche nell’America del Nord.

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Viaggiatori in Sicilia

Se il viaggio è desiderio di conoscere l’altro e, al tempo stesso, possibilità di riconoscere se stessi. E’ affascinante notare come la Sicilia rappresenta per chi non vi è nato un’attrazione irresistibile, calamitando fantasie e immaginari dei viaggiatori stranieri che, forti della propria identità, vengono in Sicilia per capirne la conclamata diversità e forse trovano per lo più quello che credevano di voler trovare secondo la loro formazione, i loro desideri. In passato, l’identità univoca dei centri da cui provenivano i viaggiatori, bagaglio e ideale di cultura di cui erano portatori e di cui cercavano conferma in Sicilia, si è scontrata con l’identità plurale dell’isola in cui giungevano, quella pluralità tipica delle periferie e pure delle dimore di frontiera, con il loro intreccio di genti e di culture.

Raccontiamo oggi il viaggio di Giovanni Pascoli in sicilia, a Messina.

Scrisse di avere in faccia “Urbino ventoso”. Ma di fronte aveva il mare dello Stretto e, un po’ più in là, l’Aspromonte calabrese. Fu, infatti, a Messina che, in una giornata invernale riscaldata da una luce tutta siciliana, sentendo nell’aria «qualcosa di nuovo anzi d’antico», Giovanni Pascoli si trovò catapultato nel passato di una primavera lontana, ai tempi del collegio degli Scolopi, e rivide il viso dei compagni e gli aquiloni che volavano alti sempre più alti fino a confondersi con l’immagine dell’amico “morto giovinetto”.

A Messina il poeta romagnolo (di cultura positivistica ma così sensibile al mistero e all’inconoscibile) trascorse «i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie»: così scriverà lui stesso, qualche anno più tardi, in una lettera indirizzata a Ludovico Fulci. Messina l’aveva stregato, con quella «bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo», tra «il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte».

Era il 1898, gennaio, quando Pascoli vi mise piede in compagnia della sorella Mariù e del cane Gulì. L’avevano chiamato a insegnare Letteratura latina all’Università: con piacere si lasciava alle spalle la Bologna dove insegnava grammatica greca e latina dal 1895 e dove aveva sofferto in solitudine. Il Sud, Scilla e Cariddi, la Sicilia mitica e immaginifica: si cambia pagina, il mare al posto dei portici. Il sole, l’azzurro, la storia. E la poesia: perché tutto qui, secondo il poeta, è poesia; anche la gente ha qualcosa di diverso: Pascoli è attento a cogliere particolari finissimi della quotidianità, suoni e colori, impressioni e sensazioni, espressioni e immagini frammentarie. Tant’è vero che il terremoto riuscirà a distruggere strade e palazzi ma non – osserva ancora- la poesia. Del resto alla base della sua visione di vita c’è la convinzione che solo la fede e la poesia, capaci di penetrare nell’intimo delle cose, possono redimere l’uomo dal suo destino di dolore.

Il soggiorno messinese dura fino al 1903. L’anno dell’arrivo in Sicilia è anche l’anno di pubblicazione del secondo volume di versi: “Primi poemetti”. All’inizio va ad abitare in un appartamento al secondo piano di via Legnano, al numero civico 66.

Poi, nell’autunno 1898, si trasferisce nelle stanze di Palazzo Sturiale in via Risorgimento (un recente documentario in onda su Sat 2000 ha mostrato le condizioni di degrado dello stabile, di proprietà privata e al centro di un contenzioso, che meriterebbe un pronto recupero da parte del comune e l’allestimento di un museo pascoliano con i documenti e i reperti che hanno segnato un soggiorno così prestigioso). La zona dove sorge Palazzo Sturiale è quella di nuova espansione a sud di Messina, l’alloggio è «moderno, abbastanza vasto, e soprattutto sicuro contro il terremoto», scrive lui stesso. Ne è talmente entusiasta che quando invita la sorella “Mariuccina” a tornare nella città siciliana (se n’era tornata al Nord), le fa sapere che la casa «è pulitissima»e decanta la «bella vista», dice anche che «dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti… dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte». E ancora: definisce lo studio «stupendo» e, occupandosi personalmente dell’arredamento della nuova casa, promette che essa diventerà «il più bell’alloggio di tutta Messina». Appassionato fotografo, ritrae se stesso con l’autoscatto al balcone, appoggiando la sua Kodak alla ringhiera, con un uccellino in mano (era anche un ornitologo).

Si sente a casa. Stringe sinceri rapporti d’amicizia. Perfino col portinaio di Palazzo Sturiale, tale Giovanni Sgroi. Pascoli gli si affeziona, anche se lo definisce «aborto di Polifemo: guercio, zoppo, piccolo» e, dopo il terremoto del 1908, si ricorderà di lui e della sua grande bontà d’animo, inviandogli una grossa somma di denaro e una lettera dove esprime l’augurio che «la nostra Messina» risorga «più bella di prima».

Alla fine di giugno del 1902, il poeta lascia per sempre la Sicilia. Passa alla cattedra di Pisa, prima di ritornare a Bologna al posto di Carducci. La notizia della terribile catastrofe del 1908 lo farà rabbrividire. E alla città sul mare che ha amato così tanto, ascoltando ancora una volta «il cuore» e il suo dolente umanitarismo, rivolgerà parole cariche d’emozione: «Tale potenza nascosta – scriverà – donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare.Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia».

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Rapporti tra scrittori e la Sicilia

Quando pensiamo alla Sicilia, inevitabilmente i ricordi personali si sovrappongono alle descrizioni letterarie, così come i fatti di attualità si intrecciano con le fantasie mitologiche e il folklore si confonde con i luoghi comuni, suggerendo all’immaginazione percorsi alternativi.

‘’[..Sulla Sicilia] Tutto ciò che d’importante poteva capitarmi, accadde lì.’’

TRUMAN CAPOTE

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La scuola poetica siciliana

La scuola poetica siciliana è la prima forma di letteratura laica in Italia. Suo promotore fu l’Imperatore Federico II di Svevia. Questa scuola vide il suo apice tra il 1230 e il 1250. Nacque come una poesia di corte, infatti autori dei più noti sonetti sono lo stesso Federico II e membri della sua corte quali Pier delle Vigne, Re Enzo, figlio di Federico, Rinaldo d’Aquino, Jacopo da Lentini (funzionario della curia imperiale), Stefano protonotaro da Messina…La lingua usata era il siciliano o meglio il siculo-appulo.

‘’Giammai non mi conforto,

Né mi voglio rallegrare:

Le navi sono al porto,

E vogliono collare.

Vassene la più gente

In terra d’oltremare:

Ed io, oimé lassa dolente!

Come deggio fare?..’’

Rinaldo d’Aquino (Lamento dell’amante del crociato- Incipit)

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Proverbi Siciliani

Il proverbio è la più antica forma di slogan, mirante non già ad incentivare l’uso di un prodotto commerciale, bensì a diffondere o a frenare un determinato habitus comportamentale, un particolare modo di valutare le cose, di interpretare la realtà.

Dui su` i putenti, cu avi assai e cu non avi nenti.

Due sono i potenti, chi ha tanto e chi non ha niente.

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