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La Sicilia è tecnicamente fallita. Se n’è accorto qualcuno?/ MATTINALE 178

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Il Governo regionale non ha ancora presentato la manovra 2019. Le ex Province sono alla frutta. I Comuni pure. Con in testa Palermo e Catania, che stanno sprofondando. Tutta la Sicilia è senza soldi. Grazie alla gestione finanziaria assurda del precedente Governo regionale di centrosinistra. Una situazione che l’attuale Governo regionale di centrodestra non può denunciare perché…   

Dalle parti di Palazzo Reale, sede del Parlamento siciliano, non c’è ancora traccia della manovra economica e finanziaria della Regione 2019. Si sono materializzati il Rendiconto 2017 e la manovra di assestamento. Ma di quelli che un tempo si chiamavano Bilancio e Finanziaria ci sono solo parole e promesse.

Si sa soltanto che l’attuale Governo regionale non ne vuole sapere di effettuare la manovra da 2 miliardi di euro chiesta nei mesi scorsi dalla Corte dei Conti. 

Sapete qual è il bello di questa storia? Che né chi governa oggi la Regione, né chi l’ha governata fino al novembre dello scorso anno possono aprire bocca. Infatti, l’attuale Governo nazionale giallo-verde non ha toccato l’impostazione dei rapporti finanziari tra lo Stato e la Regione siciliana impostati dal Governo Renzi e avallati dal Governo Gentiloni.

Tutti gli scippi operati da Roma a partire dal 2014 ad oggi ai danni della Regione siciliane sono fra le entrate dello Stato nel 2019. Scippi incredibili come il prelievo forzoso di un miliardo e 350 milioni di euro all’anno dal Bilancio regionale e il prelievo, altrettanto forzoso, di 200 milioni di euro in danno delle nove ex Province siciliane.

Tutto confermato dal Governo Conti-Di Maio-Salvini. Con gli esponenti del centrodestra e del centrosinistra della Sicilia che debbono stare zitti. Non avendo detto nulla quando, a partire dal 2014, Renzi e il PD scippavano questi soldi alla Sicilia, a che titolo dovrebbero lamentarsi oggi?

Tra l’altro, nel gennaio di quest’anno, Nello Musumeci era già presidente della Regione quando Roma si teneva 800 milioni di euro di IVA siciliana. Non poteva parlare, il presidente Musumeci, perché in quel momento Berlusconi era alleato di Renzi: insieme l’ex Cavaliere e l’allora segretario del PD pensavano di vincere le elezioni politiche dello scorso 4 marzo per poi andare a governare, sempre insieme, l’Italia.

Ma hanno perso. E ha perso pure Musumeci, che adesso si ritrova con una Regione siciliana ‘in bolletta’. L’unica entrata aggiuntiva – a parte il tentativo tragicomico di spremere soldi dal demanio (e lì ci sarà da ridere) – dovrebbe arrivare dal ‘magheggio’ nella rendicontazione delle risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regione (FESR). 

Su questo fronte è in corso il tentativo – che sicuramente riuscirà, visto che a Bruxelles gli imbroglioni non mancano – di rendicontare, come opere realizzate con i fondi europei, cose che con i fondi europei non hanno nulla a che vedere. Una storia che vi abbiamo raccontato con dovizia di particolari IN QUESTO ARTICOLO.

Si tratta di un mega imbroglio contabile da circa 700 milioni di euro con il quale l’attuale Governo regionale proverà a trasformare questi 700 milioni di euro circa di risorse FERS in spesa corrente, con l’avallo dell’Unione Europea e di Roma (anche se il Governo nazionale, chissà, potrebbe sempre opporsi: tutto è possibile).

Insomma, Musumeci è tecnicamete condannato a ‘crocetteggiare’ (cioè a fare come il suo predecessore, Rosario Crocetta): non può denunciare gli scippi romani (non l’ha fatto nella passata legislatura, quando era parlamentare regionale, perché dovrebbe farlo ora?) e si accinge a ripercorrere le strade crocettiane: un mutuo per pagare la spesa corrente (sembrerebbe questa la strada per ‘salvare’ le nove ex Province siciliane) e continuare a erodere il fondo sanitario regionale (cioè continuare a scippare soldi agli ospedali pubblici della Sicilia, non certo all’ISMETT!).

Non va meglio per le già citate ex Province. Noi siamo testimoni del fatto che l’unico uomo politico che, già due anni addietro, i solitudine, denunciava gli scippi ai Comuni e alle ex Province siciliane è il vice presidente dell’ANCI Sicilia, Paolo Amenta. Non ricordiamo interventi del presidente dell’ANCI Sicilia, Leoluca Orlando. 

Anzi ricordiamo che, quando il Governo Renzi scippava soldi alla Sicilia, Orlando riceveva in pompa magna Renzi a Palermo, prima in occasione della campagna elettorale per il referendum sulle riforme costituzionali (referendum perso da Renzi e dal PD) e poi in occasione delle campagne elettorali per le elezioni regionali e nazionali.

Oggi il Comune di Palermo è sull’orlo del baratro finanziario. Con un rendiconto 2017 ‘bocciato’ dai Revisori dei conti. In attesa che nove o dieci consiglieri comunali di centrosinistra si ‘immolino’ per approvare il Rendiconto 2017 a proprio rischio e pericolo.

Tutto questo senza conoscere i veri conti del Comune di Palermo e delle sue allegre società collegate. 

Quello che appare in queste ore – ma è solo uno dei tanti esempi – è il disastro dell’AMAT, l’Azienda per il trasporto delle persone del Comune di Palermo. Un’Azienda che non sa più dove trovare i soldi per tirare avanti. Il tutto con 15 grotteschi km di Tram che costano la ‘modesta’ cifra di circa 10 milioni di euro all’anno che pesano come un macigno sui conti della stessa AMAT…

Insomma, a Palermo i conti pubblici sono sempre più ‘ballerini’. Con l’aggravante che entro il 7 novembre si dovrà materializzare il Rendiconto 2017, altrimenti…

Ma se il Comune di Palermo piange, il Comune di Catania non ride. Lì è già stato accertato un ‘buco’ finanziario di un miliardo e 600 milioni di euro. Con la moneta europea si è smarrito il senso della misura nei conti pubblici. Tant’è vero che quasi nessuno si sofferma su un dato che è il frutto della legge che regola i dissesti finanziari negli enti locali.

In presenza di dissesto l’ente locale chiede in prestito i soldi allo Stato e li restituisce in dieci anni. Ciò significa che i catanesi – i cittadini catanesi – dovrebbero pagare ogni anno 160 milioni di euro. Cifra insostenibile per famiglie e imprese di Catania. 

Che significa questo? Che l’attuale sindaco della Città Etnea, Salvo Pogliese, per tirare avanti, può solo sperare nella clemenza di qualche sceicco…

Palermo e Catania sono esempi paradigmatici. Ma sono circa 300 e forse più i Comuni siciliani senza Bilanci di previsione 2018. E siamo a novembre…

In conclusione, se facciamo quattro conti ci accorgiamo che la Sicilia è fallita. Disastri nei conti della Regione, disastri per le Province (Siracusa è già fallita), disastri nei Comuni. ‘Buchi’ finanziari ovunque. Servizi pessimi o inesistenti per tutta la linea. Autostrade e strade abbandonate.

Con un paio di paradossi.

Primo paradosso. Le ex Province non possono pagare i dipendenti, non hanno le risorse per la manutenzione delle strade provinciali e degli edifici scolastici, ma gestiscono ancora – almeno in alcuni casi – appalti miliardari!

La Regione siciliana sta andando a sbattere, i Comuni non effettuano più tutti i servizi, ma Regione e Comui si apprestano a pagare fior di debiti fuori bilancio rimasti ormai l’ultima frontiera delle ‘operazioni’ (e ci deve essere veramente fame, nella politica, se è in corso il tentativo di pagare i debiti fuori bilancio che, alle spalle, non hanno nemmeno una sentenza esecutiva…).

 

 

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