MATTINALE 55/ E’ la mafia che cerca gli imprenditori o sono questi a cercare la mafia?

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Rispondere a questa domanda non è facile. Un fatto comunque appare certo: a giudicare dalle “coincidenze”, si può fondatamente affermare che, dietro le intese, i protocolli di legalità e simili orpelli in cui compaiono imprenditori c’è quasi sempre un trucco

Leggendo le ultime notizie sull’imprenditoria siciliana che finisce in galera sorge spontanea una domanda: è la mafia che cerca gli imprenditori o sono gli imprenditori che cercano la mafia? Forse è una domanda oziosa, come quelle sul se sia nato prima l’uovo o sia nata prima la gallina.

E’ un intreccio indissolubile. Una ‘transustanzazione’ corriva e feroce. A parte qualche eccezione che viene subito zittita, spesso col piombo, in Sicilia tanta, troppa, imprenditoria è mafia e la mafia è imprenditoria. Si potrebbe essere benevoli ed affermare che nel contesto isolano chi vuole essere imprenditore non può non fare i conti con la mafia e che quindi tanto vale esserci dentro.

Ma non è così. Se questa categoria, nel suo complesso, volesse veramente lavorare e trovasse un ostacolo al libero dispiegarsi della sua attività, non avrebbe che da rivolgersi compattamente alle forze dell’ordine e alla magistratura. Se non lo fa possono esservi più motivi. Quali?

Il primo motivo potrebbe essere il convincimento che la corruzione, la collusione mafiosa e la paura della mafia arrivino fino alle forze dell’ordine e alla magistratura e quindi è una strada che non porta da nessuna parte.

Il secondo motivo potrebbe essere che nel DNA dei cosiddetti imprenditori siciliani si è ormai incistato il concetto di scorciatoia verso il profitto; una scorciatoia che si articola nell’attivazione di processi corruttivi che trovano facile sponda nella politica e in certi settori della pubblica amministrazione servi della politica; poi nell’eliminazione di ogni forma di rischio d’impresa, con l’ottenimento rapido di una serie di facilitazioni da parte della stessa politica, come i prestiti “a babbo morto”, gli sgravi e le esenzioni fiscali, lo scarico dal cuneo fiscale sull’Erario.

Altro elemento, il ritardo mirato e scientifico di certe risposte da parte della pubblica amministrazione che, padrona dei tempi di risposta, e senza alcuna responsabilità, “seleziona” le pratiche, favorendo Tizio e danneggiando Caio.

Infine, nell’assenza di controlli, anche questa provocata ad arte con la corruzione e la paura, la possibilità di organizzare truffe milionarie ai danni della stessa pubblica amministrazione con la creazione di vere e proprie “filiere del crimine”, ovvero di soggetti e compagnie di produzione di fatture false e di attività inesistenti.

Il “manto protettivo” di siffatto sistema è la professione, questa sì senza paura e senza titubanze, di una antimafia gridata, pubblicizzata, protocollata.

A giudicare dalle “coincidenze”, si può fondatamente affermare che, sotto ogni intesa, protocollo di legalità, e simili orpelli, di cui uno dei sottoscrittori sia un imprenditore, c’è il trucco.

Foto tratta da leggilanotizia.it

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