Spaghetti al pomodoro? Certo! Ma con il pomodoro italiano!!!

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Anche l’Italia è invasa dal pomodoro estero, soprattutto cinese. Che non sempre è di grande qualità. Anzi. Che fare per fare arrivare sulle tavole degl’italiani il pomodoro italiano? L’etichettatura è una mezza presa in giro e serve solo ai commercianti. Sono necessari interventi in favore degli agricoltori. E la Regione siciliana può farlo con i fondi del PSR. Fregandosene della UE. Servono aiuti concreti anche ai serricoltori di Vittoria, di Pachino e del Trapanese

Spaghetti al pomodoro? Certo. E’ sempre stato uno dei piatti preferiti dagli italiani. Magari insieme con altri condimenti. Ma il pomodoro – è in caso di dirlo – in tutte le salse non deve mancare. L’importante è che sia pomodoro italiano. Ma le cose stanno così? Non esattamente. Proviamo a raccontare cosa sta succedendo nel mondo del pomodoro.

I nostri lettori sanno quale battaglia conduciamo a tutela della pasta. Da produrre con il grano duro del Sud Italia, non certo con il grano duro canadese! C’è anche un problema legato al pomodoro.

Sì, non è bastata la sceneggiata dell’etichettatura nei pacchi di pasta, che nessuno fino ad oggi ha utilizzato: adesso è arrivata anche l’etichettatura per i derivati del pomodoro: un’altra presa in giro di un Governo a guida PD che, quando andrà via, sarà sempre troppo tardi.

Su alcuni giornali leggiamo gli stessi titoli trionfalistici che hanno accompagnato la ‘presunta’ etichettatura sui pacchi di pasta: etichettatura che nessuno ha visto e che, in ogni caso, servirebbe a poco.

L’errore – o se preferite la presa in giro – che è andata in scena con i pacchi di pasta ‘etichettati’ si sta ripetendo con il pomodoro. Etichetta, ci spiegano con enfasi, che dovrebbe tutelare il pomodoro italiano dall’inganno dei prodotti coltivati all’estero ed importati per essere spacciati come italiani e bla bla bla.

I ‘filosofi’ della Coldiretti, grandi sponsor del Ministro delle Risorse agricole e alimentari, Maurizio Martina – lo stesso personaggio che sta sostituendo Mattero Renzi alla guida del PD dopo la batosta elettorale dello scorso 4 marzo – ci raccontano la mirabolante pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale 47 del 26 febbraio 2018 del “decreto interministeriale per l’origine obbligatoria sui prodotti come conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro”.

Ecco fatto: apponendo il ‘bollino’ i signori del Governo nazionale uscente e della Coldiretti pensano di avere risolto il problema del pomodoro italiano!

Come per il grano, anche per il pomodoro, il problema, per questi signori, è commerciale e industriale. Gli agricoltori italiani, e segnatamente meridionali, sono solo un incidente di percorso!

La Coldiretti cita oltre 5 miliardi di chili di pomodoro prodotto in Italia ricordandoci, bontà sua, che questa coltura è alla base della Dieta Mediterranea. Sì, come il grano duro canadese – e da qualche mese anche del Kazakistan – come l’olio d’oliva tunisino, come le arance del Marocco, come i limoni argentini e come le mandorle californiane e via continuando!

Tutti prodotti della Dieta Mediterranea…

Per questa organizzazione agricola, in Italia ci sarebbero ancora 72 mila ettari di terreni investiti a pomodoro, circa 8 mila aziende agricole e 10 mila addetti. Dove li ha scovati questi dati la Coldiretti?

Prima di raccontarvi come stanno in realtà le cose e che cosa, invece, a nostro modesto avviso si dovrebbe fare per tutelare gli agricoltori italiani  vediamo cosa prevede il decreto sull’etichettatura dei derivati del pomodoro.

Dovrebbero essere presenti le seguenti diciture:

a) Paese di coltivazione del pomodoro: nome del Paese nel quale il pomodoro viene coltivato;

b) Paese di trasformazione del pomodoro: nome del Paese in cui il pomodoro è stato trasformato.

Direte: è fatto: quanto meno sapremo da dove arriva il pomodoro. Errato! Infatti, se le varie fasi di lavorazione avverranno nel territorio di più Paesi, potranno essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.

In pratica – ammesso che le etichette si ‘materializzeranno’ – non sapremo nulla di concreto sul luogo di coltivazione del pomodoro che arriva sulle nostre tavole!

Nel decreto ci avvertono, poi, che se tutte le operazioni avverranno nel nostro Paese potrà essere utilizzata la dicitura “Origine del pomodoro: Italia”.

Dopo di che ci spiegano che è prevista una fase di “adeguamento” delle aziende al nuovo sistema, precisando che, prima dovranno essere smaltite le vecchie etichette…

Non solo. Il decreto non avrà più valore quando troverà piena attuazione l’articolo 26, paragrafo 3, del regolamento (UE) n.1169/2011 che prevede i casi in cui andrà indicato il Paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario utilizzato nella preparazione degli alimenti.

Insomma, alla fine deciderà tutto la Commissione Europea – che nessuno in Europa ha eletto – che fino ad oggi, bontà sua, non è intervenuta, ma interverrà presto dietro il grande affare del pomodoro ci sono le multinazionali, alle quali la UE dice sempre sì…

Allora, cominciamo col dire che è interesse nostro mangiare pomodoro fresco e pomodoro trasformato prodotto in Italia, possibilmente con tecniche agronomiche tradizionali.

Va bene anche quello in serra, a patto che venga prodotto da agricoltori in grado di utilizzare i pesticidi che, inevitabilmente, si utilizzano per le coltivazioni in serra.

Ma se – come sta succedendo in Sicilia – facciamo andare sul lastrico gli agricoltori di Vittoria, provincia di Ragusa, e gli agricoltori di Pachino e Porto Palo di Pachino (dove si coltivano il Pomodorino di Pachino e il Datterino) luoghi d’elezione del pomodoro in serra nella nostra Isola, prepariamoci a mangiare il pomodoro di serra che arriva da chissà dove!

Cosa che è già successa, se è vero che a Pachino, un un supermercato, si commercializzava il pomodorino prodotto nel Camerun! (COME POTETE LEGGERE QUI).

Eccoci arrivati al punto. Oggi il pomodoro si coltiva in tante aree del mondo. La produzione mondiale si attesta intorno ai 170 milioni di tonnellate (con variazioni di anno in anno legate a vari fattori).

Il primo Paese produttore al mondo di pomodoro è la Cina che, da sola, coltiva il 30% della produzione mondiale. Seguono Stati Uniti e India.

L’Italia – che ha una lunga tradizione nella coltivazione e nella lavorazione del pomodoro – si ferma al 3% e, come ora diremo, è in fase di declino, perché il nostro pomodoro è oggetto di una concorrenza spietata sui prezzi.

Nel nostro Paese la pressione della Cina è fortissima. E siccome in Italia la politica agricola, grazie alla compiacenza dei Governi, la decidono le industrie e non gli agricoltori, ecco che il nostro Paese è invaso dal pomodoro cinese che viene fatto passare per pomodoro italiano! (COME HANNO DOCUMENTATO MOLTO BENE IN UNA TRASMISSIONE LE IENE: QUI IL VIDEO).

Il problema del pomodoro italiano è lo stesso di quello di altri prodotti agricoli: costi di produzione troppo alti rispetto ad altri Paesi. Ma non perché i nostri costi di produzione sono alti, ma perché sono bassi i costi di produzione di altri Paesi, per esempio della Cina.

Il problema è sempre lo stesso: l’agricoltura italiana non può competere con Paesi dove il costo del lavoro è bassissimo perché, di fatto, si è in presenza di moderne forme di schiavismo!

Gli industriali del nostro Paese che trasformano il pomodoro – che nella maggior parte dei casi sono localizzati nel Centro Nord Italia – trovano più conveniente acquistare il pomodoro estero (per lo più già semilavorato o lavorato) rispetto al pomodoro italiano. Per un motivo semplice: perché costa molto meno! E costa meno perché, come già accennato, costa molto meno il lavoro.

E qui arriviamo al primo punto di questa vicenda. Il già citato decreto sulle etichette, presentato come il toccasana, non solo è una presa in giro, ma affronta il problema dal punto di vista degli industriali, non certo il problema degli agricoltori italiani.

Quello che va detto al Ministro uscente Martina, alla Coldiretti e al Governo nazionale che verrà è che i consumatori italiani, per ciò che riguarda il pomodoro, si possono tutelare solo sostenendo gli agricoltori italiani. Perché l’unica, vera tutela per i consumatori italiani risiede non nell’etichetta, ma nella certezza di mangiare pomodori italiani: quindi pelati e passata di pomodori italiani!

Sono gli agricoltori che debbono essere tutelati, non gli industriali che acquistano pomodori pelati e passata di pomodoro da Paesi esteri e, segnatamente, dalla Cina!

Ancora una volta il Governo nazionale a trazione PD e la Coldiretti non hanno centrato l’obiettivo. Magari in buona fede, ma hanno sbagliato!

Dobbiamo ricordare che, nei Paesi come Cina e Stati Uniti d’America la coltura del pomodoro è praticata con la più ferrea logica del profitto. Colture intensive per produrre di più.

Ma non sempre, in agricoltura, all’aumento della produzione corrisponde il miglioramento della qualità. Quando si ‘preme sull’acceleratore’ dei pesticidi e dei concimi i quintali di produzione per ettaro si incrementano certo, ma la qualità dei prodotti, nella stragrande maggioranza dei casi, va a farsi benedire!

Ricordatevi che dietro le grandi produzioni agricole che si estendono per centinaia e migliaia di ettari pesticidi ed erbicidi la fanno da padroni. E’ il caso del glifosato in Argentina (COME POTETE APPROFONDIRE IN QUESTO VIDEO). O ancora del glifosato in Canada (COME POTETE LEGGERE QUI).

E allora? E allora, come già accennato, vanno sostenuti i produttori italiani di pomodoro, di pieno campo e in serra.

Certo, valorizzare la stagionalità dei prodotti è importante. Per questo il pomodoro di piano campo va preferito al pomodoro in serra.

Ma siccome ormai siamo abituati a mangiare il pomodoro da insalata in tutti i mesi dell’anno, ben vengano le serre. A Patto che siano utilizzate da personale competente. E noi, in Sicilia, abbiamo i serricoltori di Pachino, ci Porto Palo di Pachino, di Vittoria, di Scicli, del Trapanese che sono altamente specializzati e sanno come utilizzare i pesticidi e i concimi.

Ribadiamo: è da preferire sempre la stagionalità dei prodotti e, possibilmente, l’agricoltura biologica. La vera agricoltura biologica, possibilmente. Dove i prodotti ‘Bio’ siano il frutto di controlli e non ti ‘bollini’ o etichette che servono a poco.

Detto questo, non si può pensare a una produzione di pomodoro di massa biologico. Va bene anche il pomodoro in coltura tradizionale. Ma deve essere italiano non perché gli industriali che lo trasformano lo scrivano sulle etichette!

Le etichette vanno bene se sono affiancate da controlli. E poiché, oggi, è diventato difficile, per gli agricoltori italiani, coltivare i pomodori di piano campo da industria, sono questi ultimi che debbono essere sostenuti dallo Stato e dalle Regioni.

Il costo del lavoro è un elemento cruciale. Tutti ci scandalizziamo nel sapere che un operai – che di solito è extra comunitario – per raccogliere il pomodoro viene pagato 20-30 euro al giorno.

Secondo le leggi italiane, mettendoci anche i contributi, un operaio avventizio impiegato per la raccolta del pomodoro dovrebbe costare circa 100 euro al giorno.

Il problema è che, se un titolare di un’azienda agricola dovesse pagare un operaio per la raccolta del pomodoro 100 euro al giorno fallirebbe.

Questo è il primo problema da risolvere. In Sicilia, ad esempio, molti agricoltori non coltivano più il pomodoro di pieno campo perché, per raccoglierlo, dovrebbero pagare gli operai agricoli in nero e non certo 100 euro al giorno!

Qualcuno lo fa a proprio rischio e pericolo, ben sapendo che, con un controllo, pagherà multe salatissime! Così molti non rischiano più.

Ma questo significa che in Sicilia si coltiva sempre meno pomodoro di pieno campo. Che viene inevitabilmente sostituito dal pomodoro che arriva dall’estero!

Noi in questo articolo ci occupiamo della Sicilia. Perché non sappiamo, ad esempio, cosa succede in Emilia Romagna, che è la prima Regione italiana per la produzione di pomodoro da pieno campo da industria.

In Sicilia c’è una grande tradizione legata alla trasformazione dei pomodori pelati e della salsa di pomodoro. Parliamo dei pomodori pelati e della salsa di pomodoro fatta in casa.

Fino agli anni ’70 del secolo passato tantissime famiglie siciliane acquistavano il pomodoro da pieno campo prodotto in Sicilia e preparavano da sé i pelati e la salsa di pomodoro.

Per opporsi, ‘dal basso’, alla nefasta logica della globalizzazione – che il filosofo e commentatore Diego Fusaro definisce in modo felice “glebalizzazione”, perché tenda a creare la gleba, cioè a impoverirci – bisogna riscoprire le tradizioni.

Ma per riscoprire le tradizioni, anche nel pomodoro, bisogna consentire agli agricoltori siciliani di coltivare il pomodoro di piano campo (e anche il pomodoro in serra a Pachino,a Vittoria e nel Trapanese).

Con i fondi del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) destinati alla Sicilia si potrebbe venire incontro ai produttori del pomodoro, per abbattere i costi di produzione. Fregandosene, eventualmente, dei divieti di un’Unione Europea che, ormai è assodato, favorisce smaccatamente le multinazionali.

Pagando, con i fondi PSR, una cospicua parte del costo del lavoro si aiuterebbero le aziende siciliane e si aiuterebbero anche i lavoratori salariati, che sono in massima parte extra comunitari.  

E’ importante sostenere gli agricoltori siciliani che producono il pomodoro di pieno campo. E, come già accennato, vanno anche sostenuti i produttori dei pomodori in serra di Vittoria, Pachino, Porto Palo di Pachino e via continuando. Riducendo, anche per loro, i costi di produzione e aiutandoli, almeno in una prima fase, a vendere i propri prodotti in Sicilia.

Il Governo regionale di Nello Musumeci, di recente, ha detto che intende aprire il dialogo con la Grande distribuzione organizzata per fare in modo che la produzione agricola siciliana trovi ampio spazio nei supermercati della nostra Isola.

Bene, non c’è migliore occasione di questa per cominciare.

Da leggere:

Il pomodorino ciliegino di Pachino: ecco chi specula sulla pelle degli agricoltori

 

 

 

 

 

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