L’Italia non è mai stata unita, perché il Sud è stato ‘conquistato’ dai Savoia

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Oggi iniziamo un ‘viaggio’ particolare: proveremo ad analizzare, in più puntate, il cosiddetto “senso della comunità” che, nella testa di chi ignora la storia del nostro sempre più disastrato Paese, unirebbe o Stivale dalle Alpi alla Sicilia. Ricordiamoci che la struttura istituzionale di uno Stato dipende dal modo in cui lo stesso Stato è stato costituito. Il Sud non ha mai fatto parte dello Stato italiano. Il primo a dimostrare che l’Italia non era unità fu Vittorio Emanuele, che non ritenne di diventare il primo re d’Italia…

In troppi e troppo spesso, ultimamente, i livelli più alti della rappresentanza istituzionale non mancano mai di sottolineare, forzando anche le occasioni, il senso di comunità che unirebbe lo Stivale, dal Brennero a Capo Passero. Poiché, a mio avviso, questo senso di comunità lo sentono solo i rappresentanti delle istituzioni, ed è questa una verifica che può fare chiunque, se, in perfetta buona fede, tesse i territori, mi chiedo se non sia il caso di capire se il Paese, al contrario, non stia dando segnali che la ‘casta’ ritiene pericolosi per le sua sopravvivenza (uno su tutti il NO al referendum sulla riforma costituzionale, che, se fosse passato il SI, avrebbe strozzato le autonomie locali).

La struttura istituzionale di uno Stato dipende necessariamente dal modo con cui lo stesso Stato si è, oppure, è stato costituito. E’ una differenza sostanziale se osserviamo il modo con cui sono nati gli Stati Uniti d’America e l’Italia.

Lo Stato italiano è il frutto autentico di una conquista militare. A differenza degli Usa che nascono tra uguali, liberamente. Da quella conquista, quindi, è nato e si è costruito negli anni uno “Stato fortemente unitario, nemico di ogni diversità, delle autonomie sociali e territoriali, controllato da una elite che si ritiene inamovibile e che si autoproclama unica interprete della volontà generale anche quando essa si esprime attraverso il suffragio universale”

Il primo che regnò sull’Italia unita dai cannoni rigati di Cialdini, Govone, Pinelli e altri “macellai avanzi di Crimea”, fu, come ci insegna la storia, il re galantuomo, Vittorio Emanuele, II della sua casata, che non ritenne di diventare Vittorio Emanuele I  re d’Italia. Cosa che accade normalmente in queste casi. Non si sentì re d’Italia più di quanto non si sentisse re di Piemonte, Sardegna, Savoia, Monferrato, casa  mirtillo e pasta reale. A nulla rilevando che il suo regnetto si fosse, come dire, allargato.

Del resto, la formula giuridico-costituzionale fu quella dell’annessione, parola che già ci dice tutto: una realtà ne annette a sé un’altra, il che vuol dire assorbe, annullandola, un’altra.

Anche il re buono, Umberto, avrebbe voluto avere come numero di maglia il IV della sua squadra originaria e chiamarsi Umberto IV, ma ne fu dissuaso. Indovinate da chi? Da Francesco Crispi, nientemeno, il quale per tutta la sua abietta vita fu ossessionato dal tabù dell’Unità, in nome e in difesa della quale, compì ogni genere di nefandezza, dallo sterminio dei Fasci siciliani all’alleanza con gli agrari contro i contadini, per affermare che l’Italia era il frutto di una conquista militare e oligarchica e non di una rivoluzione dal basso.

(Durante le guerre di indipendenza di piemontesi preferivano,come a Novara, perdere le battaglie piuttosto che farsi aiutare da popolo).

(Continua)

Foto tratta da linkiesta.it

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