Giornate dell’economia: “Le banche siciliane sono state distrutte”. E pure quelle del resto del Sud

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Nell’ambito della IX edizione della kermesse organizzata dalla Fondazione Curella, si è parlato di sistema creditizio. Un settore che conferma, più di altri, l’aggressione contro il Sud Italia portata avanti dai Governi nazionali

Se c’è un settore che conferma, più di altri, l’aggressione contro il Sud Italia portata avanti dai Governi nazionali, è quello bancario. La cosiddetta “ristrutturazione del sistema bancario italiano” avviata negli anni ’90, infatti,  si è tradotta una vero e proprio attacco agli istituti di credito meridionali che sono del tutto spariti. Le grandi banche del Nord hanno divorato le nostre banche, l’accesso al credito è diventato impossibile. Un fatto sottolineato, oltre che dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno e da tutti gli economisti meridionali, anche da Giulio Tremonti che quando era Ministro dell’Economia, pur non avendo mai mostrato una sensibilità meridionalista, non esitò a definire il Sud come “l’unica area italiana del tutto debancarizzata”.

Di questo importantissimo settore e della situazione in cui ci ritroviamo oggi, si è parlato a Palazzo Steri, nell’ambito delle iniziative della IX edizione de Le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno’, organizzate dalla Fondazione Curella, che si concluderanno sabato prossimo.

Le banche siciliane sono state distrutte, a parte la Banca Popolare Sant’Angelo e la Popolare di Ragusa, che lavorano in house, tutte le altre sono state date via, la realtà la conosciamo tutti – ha sottolineato il professore, Pietro Busetta che è anche presidente della Fondazione Curella.

“Quelle che abbiamo sul territorio e che riportano il nome Sicilia,- ha aggiunto- di Sicilia hanno poco e niente. Speravamo che la situazione potesse cambiare e invece non è cambiato nulla. Oggi bisogna ripensare al credito in Sicilia per consentire al sistema delle aziende di poter continuare ad avere accesso al credito per un sostegno concreto e efficace”.

Nel contesto di questo dibattito, si è dato spazio all’Irfis FinSicilia, intermediario finanziario che fa capo alla Regione. Qualcosa potrà fare, ma certamente, non potrà sostituire il ruolo che svolgevano le grandi banche siciliane.

“Abbiamo individuato nuove direttive di azione per venire incontro alle imprese con particolare riferimento a quelle agricole, a quelle che si occupano di turismo e alle start-up, assi fondamentali per la nostra economia legata al territorio – ha spiegato Patrizia Milito, responsabile area commerciale Irfis -. Ma qualsiasi nuova impresa che chiede a Irfis informazioni troverà anche un sostegno efficace attraverso lo strumento finanziario più adatto alla propria esigenza e al proprio settore”.

Rea i relatori, anche Piero Alessandrini, professore emerito Università Politecnica delle Marche

“È evidente – ha sottolineato  – che il sistema delle banche è in crisi e non parlo soltanto delle banche del Mezzogiorno, ma anche di quelle del Centro-nord. Con la nuova grande crisi abbiamo avuto una forte instabilità che è stata portata non dalle banche commerciali ma dalle grandi banche finanziarie”.

Il problema, per noi però, è quello di cui sopra: il Sud non ha banche in crisi, il Sud non ha banche.

Un capitolo a sé merita poi il racconto dettagliato di come queste banche siano state scippate ai meridionali.

In questa inchiesta– pubblicata recentemente su TimeSicilia e censurata nel 2003 (si mandarono al macero le copie del giornale che l’aveva ospitata), vi parliamo di come ci è stato scippato il Banco di Sicilia, del ruolo e delle responsabilità della Banca d’Italia e degli allora ministri al Tesoro, artefici di un vero e propria truffa in danno dei Siciliani.

In questo articolo del Corriere della Sera, si parla invece del Banco di Napoli, che subì lo stesso destino fatto di omissioni, bugie e artifizi per finire nelle mani delle banche del Nord.

Due storie emblematiche unite da un unico filo rosso: l’assalto al Sud Italia e ai suoi asset più strategici per sanare le falle del sistema Nord e privare un’area del Paese di uno strumento importantissimo per l’economia.

C’è ancora qualcuno pronto a meravigliarsi del sentimento anti Italia che dilaga nel Mezzogiorno? Certamente, la colpa è anche di una classe politica meridionale che, con grande lungimiranza, Salvemini definì ‘ascara’. Mercenari al servizio di Roma che non hanno esitato a svendere i loro territori in cambio di carriere esecrabili.

Il Sud, dunque, e la Sicilia, come non ci stanchiamo mai di ripetere, deve liberarsi da una politica colonialista e dai suoi nemici interni. Le due battaglie vanno di pari passo.

 

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