… e fu così che i Savoia , con una truffa, s’impadronirono di Venezia e del Veneto!

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Sentite condoglianze, amici del Movimento Venetista! Oggi 7 novembre 2016, ricordiamo e celebriamo il 150esimo anniversario di quando, a cavallo della Bella Rosina, il re galantuomo, al secolo Vittorio Emanuele II, Re d’Italia per grazia di Dio (e degli inglesi) e soprattutto per volontà della Nazione (quale?) entrò da padrone a Venezia. La dimostrazione che l’Italia è nata male e sbagliata dal Veneto alla Sicilia

Era appunto il 7 novembre del 1866 e l’Italia aveva vinto a sua insaputa la terza guerra di indipendenza.

Per chi volesse saperne di più rispetto all’iconografia ufficiale, vi raccontiamo noi per filo e per segno quell’epopea e così capirete come è stata “fatta” l’Italia senza italiani.

Nell’aprile 1866 il già glorioso Regno d’Italia concluse una alleanza militare con la Prussia, e contro l’Austria, proprio per unire la Venezia e il suo territorio, al Regno. Per la verità gli austriaci si erano detti disposti a consegnare il Veneto all’Italia senza colpo ferire, ma il Re galantuomo, al quel non fregava niente dei giovani soldati italiani che sarebbero morti in quel conflitto, per onorare la parola data ai Prussiani (e fu quella la prima e l’ultima volta nella storia  di quella sciagurata dinastia), scese in guerra

Mentre l’Italia si copriva di “gloria” per terra e per mare (sconfitte pesantissime a Custoza e Lissa), i Prussiani, gente seria, portarono l’Austria al collasso e la costrinsero all’armistizio a Nikolsburg. Sul fronte italo-austriaco venne firmato l’armistizio di Cormons, l’unico armistizio della storia chiesto da chi era vincitore nel conflitto (che diavoli gli italiani!).

L’Austria, vittoriosa contro l’Italia, ma sconfitta dalla Prussia, cedette i territori residui del Regno Lombardo-Veneto alla  Francia (Austria e Italia manco si “parlavano” ) nell’intesa che Napoleone III li consegnasse al galantuomo previa organizzazione di una consultazione, che formalmente avesse confermato la volontà popolare alla liberazione del Veneto dal dominio austriaco

La forma del trattato, per quanto riguardava il plebiscito, non incontrò i favori del re e del governo italiano:

«Il plebiscito si trova un atto veramente ridicolo e urta moltissimo il Re” (da una  lettera di Bettino Ricasoli).

Ma come, proprio lui che aveva sollecitato e spinto graziosamente perché nelle regioni conquistate (pardon, liberate) si svolgessero con la massima rapidità i referendum  per l’annessione al Piemonte!

Noi faremo un trattato da soli con l’Austria e in questo trattato non parleremo di Plebiscito».

Ancora Ricasoli, altro uomo d’onore (ma come li sceglieva bene il galantuomo  quelli del  suo cerchio magico!).

“Le truppe italiane entreranno tosto in Venezia e nelle altre fortezze, e insieme alle truppe saranno installate le autorità italiane. In questo modo s’intenderà compiuta la consegna e la riconsegna delle fortezze e dei territori …., perché in Venezia e in Verona entrerebbero i nostri soldati e sarebbero installate le nostre autorità. La Venezia sarebbe nostra e il plebiscito apparirebbe come una formalità susseguente”.

Il trattato di Vienna del 3 ottobre 1866, concluso fra Austria e Italia, stabiliva le condizioni della consegna e affermava nel suo preambolo che l’imperatore d’Austria aveva ceduto all’imperatore dei francesi il Regno Lombardo Veneto e che l’imperatore dei francesi, dal canto suo, si era dichiarato pronto a riconoscere la riunione del “Regno Lombardo Veneto agli Stati di Sua Maestà il Re d’Italia, sotto riserva del consenso delle popolazioni debitamente consultate”.

Gli accordi erano però diversi. Il che significa che le autorità italiane sarebbero potute entrare in Venezia solo dopo un plebiscito favorevole all’annessione al Regno d’Italia.

I Re galantuomo con una savoiata delle sue fece entrare le truppe italiane in Veneto prima che fosse celebrato il plebiscito, cosa che provocò la reazione del generale plenipotenziario francese Le Boeuf, che protestò che “a fronte delle determinazioni reali, la sua consegna del Veneto a tre notabili onde organizzino un plebiscito, diventa derisoria”

La votazione per il plebiscito ebbe luogo nei giorni 21 e 22 ottobre 1866. Il plebiscito fu a suffragio universale maschile.

La votazione seguì secondo seguente formula qui sotto esposta.

“I Cittadini esprimeranno la loro volontà di aggregarsi al Regno d’Italia portando all’urna che si troverà nella località pure da destinarsi o il bollettino stampato od altro anche manoscritto che valga alla manifestazione della volontà.

FORMULA

«Dichiariamo la nostra unione al Regno d’Italia sotto il Governo Monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e de’ suoi successori».

Fu  pertanto possibile votare consegnando un qualsiasi foglio contenente il testo del quesito, aggiungendo oppure No.(Nella fretta dimenticarono  la Soppressione del CNEL).

La partecipazione al plebiscito del 1866 della minoranza friulana di lingua slovena della cosiddetta Benecija o Slavia Veneta (situata nell’odierna provincia di Udine), fu particolarmente significativa.

L’Impero austriaco aveva annullato l’autonomia giuridica, linguistica e fiscale un tempo riconosciuta dalla Serenissima alla comunità slovena, la quale anche per questo motivo aderì alle idee risorgimentali. Il voto antiaustriaco degli sloveni fu unanime: su 3.688 votanti vi fu una sola scheda contraria al Regno d’Italia.

Se qualche sloveno fosse venuto giù in Sicilia prima del plebiscito e avesse visto come i soldati piemontesi trattavano i siciliani, avrebbe vivamente sconsigliato i suoi compaesani dal votare sì.

Col passaggio al Regno di’Italia iniziò anche una politica di italianizzazione delle Valli slovene che nei decenni successivi al plebiscito alimentò un progressivo sentimento di delusione delle speranze di riconoscimento dell’identità slovena.

Lo Spirito Folletto, periodico satirico di Milano, a novembre 1866 pubblicò una vignetta con una donna che chiede al marito:

«Gastu, dito sì o no?».

Risposta del marito:

«Cossa gogio da saver mi? … I m’ha dà un pezetin de carta scrito, e oto soldi; go butà la carta nel buso e i bezi in scarsela… e servitor patroni».

A partire dalla metà degli anni 1990, alcuni storici, per lo più riconducibili al movimento venetista, hanno iniziato a contestare la validità di quel plebiscito imputando ai Savoia una forte pressione politica, una serie di presunti brogli e un non corretto svolgimento delle votazioni, aggiungendo che la società veneta ottocentesca era prevalentemente rurale con un tasso di ancora elevato e larghi strati della popolazione erano pronti ad accettare le indicazioni dei «ceti superiori»

Nel 2012 il Consiglio regionale del Veneto approvò una risoluzione nella quale veniva affermato che «l’adesione del Veneto al Regno italiano con il referendum del 21 e 22 ottobre 1866 è maturata con uno strumento di consultazione diretta, caratterizzato, per la verità, da una serie di azioni truffaldine messe in atto dal Regno d’Italia».

Lo scorso settembre la Regione del Veneto ha inviato ad ogni biblioteca del territorio una copia di un libro che sostiene la tesi di truffa, rinvigorendo il dibattito tra gli storici.

Dal giorno successivo all’annessione cominciò in Veneto una fortissima emigrazione all’estero da parte di numerosa popolazione in cerca di condizioni migliori di quelle offerte dal Regno d’Italia.

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