Gli scippi finanziari alla Sicilia? Legittimi, dice la Consulta. Il MUOS? Tutta salute, dice il CGA

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L’assalto della mala politica alle nomine nella Corte Costituzionale danno la misura della crisi istituzionale e culturale del nostro Paese. I giudici nominati dalla politica debbono piegare il Diritto alle esigenze di chi li ha messi lì. La Sicilia paga un prezzo altissimo del tramonto del Diritto. Con il sì dei giudici costituzionali si legittima il prelievo forzoso dello Stato sulle entrate tributarie della Regione, in barba a ben tre articoli dello Statuto che hanno rango e dignità costituzionali. La vergogna del MUOS imposto dal CGA     

“Apritemi la porta della giustizia!”. Mai richiesta fu più appropriata e tempestiva! Nel momento in cui si annuncia l’apertura della Porta santa che segna l’inizio del Giubileo, il Parlamento italiano, proprio sulla giustizia, dà il meglio di sé e lancia un messaggio, forte, chiaro e tragicamente feroce al Paese. Dall’accanimento con cui la politica tiene il punto, sostenendo ad oltranza i propri candidati a componenti della Corte Costituzionale emerge con sinistra chiarezza quanto sia importante per la politica l’occupazione dei siti istituzionali e quindi quanto sia vera l’affermazione iustizia fundamentum regni.

Questa politica miserabile, piuttosto che costruire a garanzia di se stessa e della nazione uno sbarramento ultimo e insormontabile al quale fare tutti riferimento come baluardo di obbiettività e di onestà, tenta di inquinarlo collocandovi soggetti che per il fatto stesso di continuare ad offrire il penoso spettacolo delle proprie bocciature, confessano che la propria faccia è spendibile, che sono disposti a subire l’onta della bocciatura reiterata del proprio nome per ambizione e vanità e per svisceratezza servile.

Hanno dichiarato la loro spendibilità politica, hanno con estrema  chiarezza dimostrato in anteprima di essere pronti, una volta eletti alla Consulta, a piegare il diritto alle esigenze politiche di chi li ha messi lì. Insomma, di meritare che si resista sui loro nomi. Questo è il nostro Paese, questa è la nostra democrazia.

La gravità di questa operazione non può sfuggire a chi ha a cuore le sorti della nazione. Sorti messe alla berlina da  una  politica senza onore e senza dignità. Assistendo a questo tristo spettacolo non posso da siciliano non pensare alle perplessità che nutriva Einaudi a proposito dell’Alta Corte per la Sicilia, l’organo giurisdizionale chiamato a giudicare della costituzionalità delle leggi emanate dall’Assemblea regionale siciliana e  di quelle emanate dallo Stato rispetto allo Statuto.

Einaudi  disse che era uno strumento politico, certamente perché i suoi membri erano nominati per metà al Parlamento nazionale e per l’altra metà dall’Assemblea regionale. Verissimo. E non ebbe pace fin che non venne fatta scomparire.

Nulla si sa o almeno nulla io so di che cosa ebbe a dire di  quella norma della Costituzione che stabilisce che un terzo dei componenti della Corte Costituzionale sono nominati dal Parlamento. Che ci azzecca la politica con il Diritto? Perché un  terzo dei giudici (giudici delle leggi, si badi!) deve avere sensibilità politica? Non era chiaro al costituente che quella norma avrebbe generato un mercato turpe e meschino? Che il livello di garanzia della Corte sarebbe sceso? Che le sue decisioni chiunque potrebbe definirle ben a ragione, se non politiche tout court, almeno condizionate, inquinate dalla politica?

Quale “predica inutile” ci ammannirebbe oggi Einaudi leggendo una sentenza della Corte Costituzionale che ha giudicato legittimo il prelievo forzoso operato dallo Stato sulle entrate tributarie della Regione, entrate garantite alla Sicilia da ben tre articoli dello Statuto che hanno rango e dignità costituzionali?

Che cosa direbbe soprattutto sulla motivazione politica non certo giuridica di quella sentenza? In base alla quale il prelievo era ed è motivato dalla  necessità di fare fronte ad oneri di  valenza sovranazionale?

E’ una china pericolosa, molto pericolosa. E se per necessità di rilevanza  comunitaria fosse necessario sacrificare un pezzetto dell’articolo 3 della Costituzione e dovere affermare che se è vero che tutti i cittadini sono uguali, i bruni non lo sono, che si fa? Si fa finta di niente?

Che direbbe Einaudi se sapesse che una sentenza del TAR Sicilia, il Tribunale Amministrativo Regionale (composto da giudici di carriera), che ha giudicato illegittima la costruzione del MUOS in Sicilia è stata annullata dal  Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA), i cui componenti, nominati dal governo centrale vantano una lunga militanza presso ministeri statali ed  hanno acquisito certamente una  sensibilità politica?

Qualcuno  ipotizza  che questa sensibilità politica si sia spinta al punto di tenere in conto i rapporti di alleanza tra Italia e Stati Uniti. Non ci resta che augurarci  che per la presenza del MUOS la Sicilia un giorno non diventi un bersaglio militare. Sapremmo chi ringraziare.

Anche i componenti del Consiglio di nomina regionale? Soprattutto loro! Animelle senza cura d’anime.

Fiat iustizia et pereat mundus!

 

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