Categorie: Storia & Controstoria

Oggi ricorre l’anniversario dello scippo dei soldi al Banco di Sicilia ad opera di Garibaldi

  • Lo scippo dei soldi al Banco di Sicilia e la misteriosa morte di Ippolito Nievo, noto scrittore che si era unito ai Mille e vice cassiere   
  • Il libro di Lucio Zinna 
  • I siciliani e i palermitani aspettano ancora di essere risarciti di queste rapine

di Ignazio Coppola

Lo scippo dei soldi al Banco di Sicilia e la misteriosa morte di Ippolito Nievo, noto scrittore che si era unito ai Mille e vice cassiere   

Il 27 Maggio del 1860 data l’inizio della scientifica spoliazione e della rapina delle ricchezze e dei beni delle genti del Sud e dei siciliani. Con l’entrata di Garibaldi a Palermo ha infatti inizio il saccheggio della tesoreria del Regio Banco di Sicilia. Del resto, che cosa ci si poteva aspettare da un predone che in Sudamerica era uso, grazie alle lettere di “corsa” assaltare e depredare, per far bottino, le navi imperiali brasiliane e spagnole? Nelle more dell’armistizio, per accordare ulteriori 3 giorni di proroga, Garibaldi pretenderà la consegna di tutto il denaro del Regio Banco delle Due Sicilie. La cronaca di quei giorni e della consegna di quanto contenuto e saccheggiato dal Banco delle Due Sicilie è bene e dettagliatamente riportata nel libro di Lucio Zinna Il Caso Nievo ( che come si sa fu il vice intendente di finanza della spedizione dei Mille). Per la cronaca, Ippolito Nievo era uno scrittore che si unì ai Mille di Garibaldi. Zinna fa una puntuale e interessante ricostruzione del caso Nievo e della sua misteriosa morte avvenuta nel Marzo del 1861, nell’affondamento del Piroscafo Ercole a Punta Campanella, nei pressi di Napoli, mentre stava portando a Torino la rendicontazione della gestione amministrativa e finanziaria dell’impresa dei Mille comprendente anche, si presume, la vicenda riguardante la “consegna” del denaro del Banco delle Due Sicilie preteso da Garibaldi all’atto dell’armistizio. Ma sfortunatamente tutto andò a fondo nel naufragio dell’Ercole e ogni notizia al riguardo si perse con la misteriosa morte di Nievo.

Il libro di Lucio Zinna 

Lucio Zinna, nel suo interessante libro, puntigliosamente e minuziosamente, ricostruisce la cronaca del “prelievo” fatto da Garibaldi a danno dei palermitani e dei siciliani al Banco delle Due Sicilie: “Il primo Giugno Francesco Crispi e Domenico Peranni (ultimo tesoriere di nomina borbonica, ben presto e per breve tempo Ministro delle Finanze della dittatura garibaldina) ricevettero nel Palazzo delle Finanze, dallo stesso generale Lanza e in presenza di funzionari, la somme che vi erano custodite. Complessivamente 5 milioni 444 ducati e 30 grani. E poiché nella monetazione siciliana – spiega Zinna nella sua puntuale ricostruzione – un ducato, equivalente a dieci tarì, corrispondeva al cambio in lire italiane di 4,20, la somma complessiva ammontava a 22 milioni 864 mila 801 ducati e 26 centesimi pari a 166 miliardi 962 milioni 738 mila 984 lire che tradotti in euro fa 86 milioni 229 058 e 44 centesimi. Un importo complessivo costituito dai depositi dei privati tranne 112 mila 286 ducati di pertinenza erariale. Una somma enorme equivalente a quasi metà delle spese sostenute nella guerra franco piemontese del 1859 contro l’Austria. E fu così che privati cittadini palermitani e siciliani si videro così spogliare di tutti i loro risparmi ai quali Garibaldi rilasciò una improbabile ricevuta con su scritto “Per spese di guerra” con l’impegno che il nuovo Stato avrebbe restituito il prestito. Qualche anno dopo il nuovo Stato italiano rifondò il Banco di Sicilia, depredato e saccheggiato anni prima da predone Garibaldi, con una apposita legge a firma di Gregorio Caccia che restituiva in parte il denaro sottratto ai siciliani dall’Eroe dei due Mondi. La legge 11 Agosto 1867 rifondò il Banco di Sicilia riconoscendogli il diritto al ripianamento dei debiti contratti, dichiarò leciti i prelievi fatti da Garibaldi e dalla Prodittatura e illeciti quelli operati dal generale borbonico Lanza. La legge passò alla Camera in due giorni e fu approvata dal Senato in mezza giornata. Il novello Stato Italiano era dunque pronto ad azzerare le passività ed a pagare anche gli interessi, ma unicamente sulla passività documentabile. Nel progetto di liquidazione presentato dal Banco di Sicilia alcune voci del 1860 non furono ammesse, perché non sufficientemente documentate.

I siciliani e i palermitani aspettano ancora di essere risarciti di queste rapine

E fu così che privati cittadini palermitani e siciliani si videro così spogliare di tutti i loro risparmi ai quali Garibaldi rilasciò una improbabile ricevuta con su scritto “Per spese di guerra” con l’impegno che il nuovo Stato avrebbe restituito il prestito. Il foglietto contenente la ricevuta restò negli archivi a futura memoria. Il dovuto non fu mai restituito ma distribuito ai garibaldini , alla copertura delle spese delle guerre sabaude e al ripianamento del debito pubblico dello stato più indebitato d’Europa che era allora il Piemonte per le enormi spese di guerra sostenute. I siciliani e i palermitani aspettano ancora di essere risarciti di queste rapine anche per questo la magica parola Risorgimento vorrà ancora oggi ,per loro significare, con i dovuti interessi, Risarcimento. Di questo prelievo indebito e forzato è difficile, trattandosi di un vero e proprio atto di saccheggio e di pirateria dei depositi bancari dei siciliani, trovarne traccia nelle cronache e nei libri del tempo. Ne fa cenno nel suo libro-diario “La Flotta inglese e i mille” l’ammiraglio sir Rodney Mundy, inviato, con la sua flotta, dal governo del suo paese, a scortare e proteggere Garibaldi, che così debitamente riporta l’avvenimento : 1° giugno – Riferendosi alle clausole della convenzione firmata dal generale Lanza e dal sig. Crispi, segretario di Stato del governo provvisorio, la Finanza e la Zecca reale passava agli insorti. Nelle casse furono trovate un milione e duecentomila sterline in denaro contante” (Corrispondente, in sterline, all’ingente somma così bene e minuziosamente descritta da Lucio Zinna).

P.s.
Si ricorda a tal proposito che nella notte tra il 4 ed il 5 Marzo 1861 (ormai la spedizione di Sicilia era conclusa), Ippolito Nievo (biografo della spedizione dei Mille e vice cassiere) partì da Palermo in direzione di Napoli a bordo del piroscafo Ercole. Le cronache dicono che nella notte a causa di una tempesta, la nave affondò ma tutte le altre imbarcazione che quella notte si trovavano su quella rotta, la mattina successiva entrarono tranquillamente nel porto di Napoli. Dell’Ercole e dei suoi passeggeri (circa 80 persone), non si trovò più traccia. Ippolito Nievo aveva portato con se una cassa con documenti contabili della Spedizione dei Mille, documenti che servivano in difesa di certe accuse alla gestione dei soldi e la testimonianza dei finanziamenti inglesi alla Spedizione stessa, in particolare delle elargizioni agli Ufficiali Borbonici che così opposero scarsa resistenza all’impresa dei Mille. Documenti che non potevano girare troppo e che non arrivarono mai a Napoli. (Cesaremaria Glori, “Il naufragio doloso del piroscafo Ercole”) 

 

 

 


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