I dubbi sull’agricoltura biologica e sui biocarburanti in uno studio pubblicato da ‘Nature’

I dubbi sull’agricoltura biologica e sui biocarburanti in uno studio pubblicato da ‘Nature’
30 gennaio 2019

Il giornale Fresh Plaza ha avviato un interessante dibattito sull’agricoltura biologica. A partire da un articolo pubblicato su ‘Nature’, una delle più importanti e più antiche riviste scientifiche del mondo. L’agricoltura biologica, secondo uno studio svedese, avrebbe effetti negativi sul clima e sarebbe causa di deforestazione. Critico anche il giudizio sui biocarburanti, che provocherebbero “emissioni talmente elevate da non poter essere definite intelligenti per il clima” 

Il giornale on line Fresh Plaza ha aperto un interessante dibattito sull’agricoltura biologica nel mondo. Ci sono scienziati che manifestano dubbi sull’agricoltura biologica e altri che la difendono. Noi proveremo a illustrare entrambe le posizioni. Anche se un dubbio ci assale: e cioè che l’attacco a un segmento del mondo agricolo che non utilizza la chimica di sintesi possa finire per essere strumentalizzato dai fautori dell’attuale liberismo economico, che è la “mentalità convenzionale” del nostro tempo.

Per la cronaca, la “mentalità convenzionale” è un concetto utilizzato dall’economista John Kenneth Galbraith nel suo celebre saggio La società opulenta. Dove per “mentalità convenzionale s’intende il complesso di idee che vengono rese accettabili dalla loro familiarità. Questo complesso di idee, nella visione del grande economista, dà più importanza alla produzione di beni di consumo (industria privata) e meno importanza ai servizi quali strade, scuole, sanità, pubblica sicurezza.

In questo caso la “mentalità convenzionale” è rappresentata dall’industria chimica che non ha alcuna intenzione di perdere i grandi affari in agricoltura (concimi, pesticidi, diserbanti, ormoni).

Per rispetto verso i nostri lettori noi diciamo subito che siamo di parte: noi siamo favorevoli alla vera agricoltura biologica: un’agricoltura biologica che non utilizza la chimica (non dovrebbero essere utilizzati nemmeno il rame e lo zolfo che sono invece patrimonio della Lotta biologica integrata, che è cosa diversa dalla Lotta biologica ai parassiti delle piante) e i cui prodotti -cereali, ortaggi, frutta – vengono certificati da soggetti non pagati dagli stessi agricoltori che operano in biologico; un’agricoltura biologica che non può non prevedere controlli sui prodotti agricoli biologici successivi alla certificazione.

Detto questo, proveremo a dare contezza di entrambe le posizioni. Cominciamo a illustrare i dubbi manifestati sul mondo dell’agricoltura biologica.

L’articolo che oggi riprendiamo ha come punto di riferimento scientifico un articolo pubblicato su Nature – che è una delle più importanti e più antiche riviste scientifiche del mondo – del 12 dicembre del 2018 (‘Assessing the efficiency of changes in land use for mitigating climate change’. Timothy D. Searchinger, Stefan Wirsenius, Tim Beringer & Patrice Dumas).

La fonte, come leggiamo sempre su Fresh Plaza, è lavanguardia.com 

“L’agricoltura biologica – leggiamo in un articolo pubblicato da Fresh Plaza lo scorso 7 gennaio – dovrebbe essere vantaggiosa per l’ambiente ma, secondo un nuovo studio scientifico condotto in Svezia, questo potrebbe non essere vero, almeno per quanto riguarda l’impatto sui cambiamenti climatici”.

Lo studio internazionale condotto dalla Technological University di Chalmers, in Svezia, rivela che “i cibi coltivati con metodi biologici hanno un impatto maggiore sul clima rispetto ai cibi coltivati in maniera convenzionale, poiché richiedono maggiori appezzamenti di terreno”.

“I ricercatori – prosegue l’articolo – hanno sviluppato un nuovo metodo, insieme ad altri, per valutare l’impatto climatico dell’uso del suolo, utilizzandolo per confrontare la produzione biologica con quella convenzionale. I risultati mostrano che gli alimenti prodotti con l’agricoltura biologica possono produrre una quantità decisamente maggiore di emissioni. I cibi biologici sono molto più impattanti sul clima perché le rese per ettaro sono molto più basse, e soprattutto perché questo tipo di agricoltura non utilizza fertilizzanti. Quindi, è necessaria un’area di coltivazione molto più ampia per produrre la stessa quantità di cibo biologico”.

Già abbiamo capito che non stiamo parlando di ‘qualità’, ma di ‘quantità’.

Nell’articolo si riporta una dichiarazione di Stefan Wirsenius, professore associato di Chalmers e uno dei responsabili dello studio:

“In agricoltura biologica – spiega  Wirsenius – il maggiore uso del suolo porta indirettamente a maggiori emissioni di anidride carbonica, a causa della deforestazione. La produzione alimentare mondiale è regolata dal commercio internazionale, quindi il modo in cui coltiviamo il cibo in Svezia influenza la deforestazione ai tropici: se usiamo più terra per produrre la stessa quantità di cibo, contribuiamo indirettamente a una maggiore deforestazione in altre parti del mondo”.

Questa a noi sembra una considerazione un po’ esagerata: noi pensavamo che a causare la deforestazione fossero stati gli interessi del capitalismo – o del turbocapitalismo, come lo definisce oggi il filosofo e commentatore Diego Fusaro – non certo l’agricoltura biologica!

Nell’articolo di Fresh Plaza si parla di “un nuovo metodo di misurazione per valutare l’effetto dell’utilizzo di un appezzamento di terreno più ampio e delle sue conseguenze sulle emissioni di anidride carbonica dovute alla deforestazione. Questo metodo – leggiamo sempre nell’articolo – considera la quantità di carbonio che viene immagazzinata dalle foreste e rilasciata in atmosfera sotto forma di anidride carbonica, a causa della deforestazione. Lo studio è uno dei primi al mondo ad utilizzare questo metodo di misurazione”

“Il fatto che un maggiore uso del suolo porti a un maggiore impatto sul clima – spiegano gli autori dello studio – non è stato considerato nelle precedenti comparazioni tra alimenti biologici e convenzionali. Questa è una svista grave perché, come dimostra il nostro studio, questo impatto potrebbe essere maggiore di quello derivante dai gas serra, che vengono analizzati negli altri studi. E’ un impatto da prendere in seria considerazione visto che attualmente i politici svedesi hanno come obiettivo aumentare la produzione di alimenti biologici. Se lo raggiungeranno, l’impatto della produzione alimentare svedese sul clima probabilmente aumenterà notevolmente”.

In agricoltura biologica non viene utilizzato alcun fertilizzante.

“L’obiettivo – leggiamo nell’articolo – è utilizzare risorse naturali come energia, terra e acqua, in modo sostenibile e a lungo termine. Le colture sono nutrite principalmente attraverso gli stessi nutrienti presenti nel terreno. Gli obiettivi principali sono una maggiore diversità biologica e un equilibrio tra sostenibilità animale e vegetale. Inoltre, vengono utilizzati solo agrofarmaci di origine naturale. Mancano però prove scientifiche per dimostrare che tali alimenti sono generalmente più sani e più rispettosi dell’ambiente rispetto ai cibi convenzionali”.

Questa affermazione non sembra molto condivisibile: si può affermare che non c’è differenza tra un frutto o un ortaggio coltivato senza pesticidi e un ortaggio o un frutto coltivato con i pesticidi?

Il seguente passaggio, invece, è molto condivisibile:

“Nello stesso studio i ricercatori avvertono che la produzione di biocarburanti è dannosa, anche per il clima perché richiede vaste aree di terra adatte alla coltivazione e, pertanto, secondo la stessa logica, aumenta la deforestazione in tutto il mondo”.

Dopo di che c’è una notizia interessante:

“Tutti i biocarburanti prodotti da seminativi hanno emissioni talmente elevate da non poter essere definite intelligenti per il clima”.

“I biocarburanti da rifiuti e i sottoprodotti – conclude l’articolo – non hanno questo effetto, ma il loro potenziale è minimo, secondo i ricercatori.

Foto tratta da DiLei.it

(Fine prima puntata/ continua)

L’articolo scientifico di riferimento è: ‘Assessing the efficiency of changes in land use for mitigating climate change’. Timothy D. Searchinger, Stefan Wirsenius, Tim Beringer & Patrice Dumas (Nature, 12 dicembre 2018).

Fonte: lavanguardia.com

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