I Nuovi Vespri: una politica per restituire la Sicilia ai siciliani

I Nuovi Vespri: una politica per restituire la Sicilia ai siciliani
1 luglio 2018

Ieri, a Palermo, presentazione dell’Associazione politica ‘I Nuovi Vespri’. Abbiamo deciso di iniziare ad attraversare il deserto. Molti di noi non vedranno la meta per un’anagrafe ostile. Pazienza. Noi guardiamo oltre. Vogliamo liberare la Sicilia da chi l’ha ridotta a una colonia dalla quale ogni anno fuggono migliaia di giovani. Così nasce l’Associazione politica per l’autodeterminazione dei siciliani di cui questo blog è voce e tribuna. Le battaglie condotte da ‘I Nuovi Vespri’ sono la nostra linea politica

Ancora una volta, alle elezioni comunali di tanti centri della nostra Isola, tanta parte dell’elettorato siciliano ha dato prova della sua assoluta mancanza di libertà. Sì, di libertà, non di indifferenza, non di corruttibilità, non di ignoranza, ma proprio di libertà, quella di pensare, di valutare, di capire di quale tesoro sia depositario, di ciò che è meglio per sé. C’è chi si è lasciato abbindolare ancora una volta da false promesse, chi si fatto comprare per il “solito” pacco di pasta, e c’è chi, dopo essere stato tante volte abbindolato, si è fatto più “sperto”, non ci casca più e non va a votare.
Il risultato è una Sicilia sempre più miserevole e succube. I dati ultimi ci consegnano una fotografia dell’Isola sempre più ultima in Italia. E questo non è casuale.

Una condizione dolorosissima per chi, e sono tanti, vorrebbero una Sicilia assai diversa, una Sicilia che cresca e si sviluppi seguendo un modello etico di progresso sociale, civile ed economico. Chi può impegnarsi e lottare deve impegnarsi e lottare. Per loro. Chi sente come suo dovere morale impegnarsi e lottare trova la forza di impegnarsi e lottare. Per loro.

Tu puoi, quindi devi: Tu devi, quindi puoi.
Avendo chiaro che in Sicilia, più che altrove, ha un senso profondo l’ammonimento di Confucio: “Quando intraprendi qualcosa, sappi che avrai contro quelli che volevano fare la stessa cosa, quelli che volevano fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente.”

E questa è la declinazione alla siciliana del monito confuciano: “Ma cu tu fa fari”; “ma cu ciù porta”; “cu sapi chi ‘cce sutta”, e simili.
Questo è il male oscuro, il male di vivere dei siciliani, un mare torbido, sporco nel quale si sono avvezzati a vivere e prosperare pesci voraci e sempre affamati: quei tanti nostri politici, non tutti, per fortuna, che promettendo e compromettendo, corrompendo, e pagando una parte di noi, hanno in pugno i destini di noi tutti.

Noi però non ci rassegniamo. A chi ci chiede:

“Ma voi che “robba” avete?, ovvero: qual è il vostro seguito, dato che i peggiori elettori siciliani sono ormai un tutt’uno con i peggiori politici?” Noi rispondiamo osservando che in Sicilia 2 milioni e 500 mila elettori non vanno a votare. Si tratta di oltre la metà del corpo elettorale siciliano. Noi non cerchiamo i voti di chi ha gli armadi pieni di cadaveri. Noi non vogliamo entrare nel gioco cannibalesco di chi mangia chi. Ad ogni elezione regionale un milione di voti passa da un fronte all’altro o, peggio, da un partito all’altro, tutti appartenenti allo stesso fronte.

Noi cerchiamo i voti di chi vuole una vita dignitosa. E noi siamo convinti che se riusciremo a fare loro capire la convenienza di votare per una giusta causa, cioè per se stessi, il loro futuro cambierà in meglio.
La costruzione del consenso somiglia alla costruzione di un castello di carte. In Sicilia poi questa costruzione passa attraverso la forca caudina di una specie di aporia, di un ragionamento apparentemente assurdo.
Un castello di carte, anche i bambini lo sanno, si costruisce unendo le loro reciproche debolezze che ne impediranno la caduta.

Fuori dalla metafora, questo è il ragionamento tutto siculo di tanti soggetti politici di fronte alla nostra proposta:

“E’ un bel progetto, ma io non mi unisco a voi se non raggiungete il quorum”. E’ come se una delle carte dell’esempio dicesse alle altre: “Io non gioco se prima il castello non sta in piedi senza di me”.

Prima di andare avanti è necessario rispondere a due domande strettamente connesse, che aprono uno scenario tormentato. C’è proprio bisogno in Sicilia, in questa fase della politica italiana di un altro movimento politico che, per di più, si richiami ai valori dell’indipendenza dell’Isola? Non ce n’è già abbastanza?

Una premessa e poi la risposta. La biodiversità è un valore, in tutte le manifestazioni della natura e dello spirito. Preserva dall’estinzione e garantisce la sopravvivenza. Noi non vogliamo pestare i piedi a nessuno. Chi vuole continuare a baloccarsi con il passato faccia pure. Noi abbiamo altro da fare. E poi, siete veramente convinti che i partiti al governo nel Paese faranno qualcosa di risolutivo, di decisivo, in una parola di rivoluzionario, per il SUD e per la Sicilia da meritare la conservazione del consenso attuale? Che resteremo piccoli piccoli?

Credete possibile che le contraddizioni interne a ciascuno di essi, 5 Stelle e Lega, e le stridenti contraddizioni contenute nel contratto di governo, prima o poi non esploderanno? Che sia senza significato il fatto che su 152 pagine del contratto, al SUD, alla lotta alla Mafia siano dedicate una mezza paginetta per ciascuno e al problema dei migranti ben 40? Dunque in questo paese la superpriorità politica è la caccia al migrante e non quella alla criminalità organizzata che vampirizza l’economia del SUD?

Come si comporterà l’elettore quando invece del reddito di cittadinanza si troverà a dover subire gli effetti di una manovra economica restrittiva di circa 10 milioni di euro imposta dalla comunità europea che era il bersaglio dei populisti? Confermeranno il loro consenso?

Io non lo credo e con me i tanti che condividono la nostra iniziativa. Ecco perché oggi, mentre tutti vendono, noi compriamo. E’ come essere in Borsa quando un titolo rovina verso il basso. Domani ci ritroveremo proprietari di un tesoretto il cui valore salirà vertiginosamente quando i tanti siciliani che ancora una volta hanno abboccato a messaggi lusinghieri capiranno l’ennesimo inganno e si guarderanno intorno smarriti. Noi saremo lì, a spiegare a proporre, con onestà intellettuale e purezza di cuore.

Spiegheremo che solo una forza superiore, organizzata e determinata, una forza endogena potrà porre fine agli effetti di quella scelta scellerata, miope ed egoista che all’atto dell‘Unità condannò il SUD ad una funzione subalterna e subordinata! Ecco perché noi vogliamo aggiungere nel panorama politico siciliano di ispirazione indipendentista un nuovo tassello, con una sua ricchezza di proposte e di valori moderni.

Sarò diretto e chiaro: noi intendiamo colmare un vuoto di idee e di proposte; mostrare ai siciliani la miseria del loro stato, ma nello stesso tempo dare loro la consapevolezza della loro forza e indicare come farne buon uso.

Il nostro movimento è tanto più necessario quanto più chiaro si ha il quadro dei movimenti indipendentisti storici. Si tratta in troppi casi ormai, al di là della buona fede di chi ancora vi milita, di nostalgici, condannati all’irrilevanza, all’impotenza e alla inedia politica. Somigliano a quei dannati dell’Inferno dantesco che hanno il volto impiantato sulle spalle. Camminando, guardano sempre quello che c’è dietro di loro,credendo che sia davanti a loro.

Litigiosi, inconcludenti, si accapigliano per inezie e primazie inutili e ridicole. Chi rivendica di aver chiuso gli occhi a Canepa, chi di avere tenuto la mano di Finocchiaro Aprile morente, chi di aver composto la salma di Lo Giudice e simili benemerenze. Impolitici e sprovveduti (forse non tutti, però, qualcuno la coda ce l’ha sempre avuta), al punto di affidare le sorti magnifiche dell’Indipendenza ai partiti nazionali. Fino ad oggi.

Che cosa pensare di chi si allea con personaggi come Lombardo, Musumeci o Armao? Che hanno bisogno di un buon medico. Stendiamo un tendone pietoso. E’ come se i pellerossa, per combattere i lunghi coltelli, le giacche blu, si alleassero col generale Custer. Geni della politica!! Sono ormai soggetti sprovvisti di identità, la loro condizione di assoluta anonimità è complementare ad una pressoché completa inesistenza intellettuale. E’ necessario parlare di Garibaldi, di Canepa, dell’EVIS prima di affrontare i problemi attuali? No! Tutta questa corriva inutile diatriba va superata, abbandonata a se stessa.

La nostra società, dove ha vinto il capitalismo che non fa prigionieri e che lascia indietro milioni di persone è assai peggio degli antichi spartani che gettavano da monte Taigeto i nati disabili. Perché i motivi delle discriminazioni non sono sociali, non sono di tutti, ma di pochi, di una minoranza avida e senza scrupoli che fa del proprio arricchimento il proprio scopo nella vita, dimenticando che la vita di ciascuno, ricco o povero che sia, finisce e che il sudario non ha tasche.

Ricordate il grido disperato di Mazzarò morente? “Robba mia veni cummia”. Tutto inutile. Noi dobbiamo vivere e operare in questa consapevolezza. In ciò consiste l’essere civili, costruire e mantenere lo stesso spazio e le stesse opportunità per tutti E saremo civili, faccio un esempio per tutti, se lotteremo contro ogni disabilità, anche se non avremo figli disabili, come purtroppo succede. Solo se la nostra sensibilità non è generata da un personale coinvolgimento, allora saremo civili.

La nostra Sicilia che paga troppi prezzi, non può essere rallentata da chi ci impedisce di andare avanti. E non mi riferisco soltanto a “reduci senza avere combattuto”.
“Ma guarda questo qui, già sento le critiche,è l’ultimo arrivato e si permette di criticare, di giudicare; che si crede di essere?”.

Rispondo subito. Ho cominciato questa mia battaglia quando il Partito Democratico, erede del partito nei cui valori mi sono sempre riconosciuto, il Pci, ha candidato a Presidente della Regione Rosario Crocetta. Sapevo chi era, ma lo sapevano bene anche loro. Ciò che mi ha fatto più male e mia aperto gli occhi fu l’affermazione di Bersani, allora segretario del Partito, fino ad allora uomo d’onore e persona seria. Bersani disse che Crocetta era l’uomo giusto per i siciliani.

Delle due l’una, Bersani: o tu sei stato un cretino nelle mani dei politicanti siciliani del tuo partito, che ti hanno imbrogliato, o tu, pur sapendo chi fosse veramente Crocetta, non ti sei fatto scrupolo di ingannare i siciliani. Per te non c’è perdono in ogni caso. Per me fu come se un fascio di luce si fosse acceso e avesse reso visibile ciò che nella mia coscienza era tenuto freudianamente in chiaroscuro.

La nostra storia, la nostra vicenda politica e tutto il resto diventarono realtà: era tutto vero, è tutto vero, siamo considerati pezze da piedi, ruote di scorta da tutta la politica nazionale e, a seguire, da tanta parte di quella regionale.
Sono pochi anni è vero, rispetto a tanti stagionati militanti, quindi potrebbe essere vero che sono l’ultimo arrivato.

In questi pochi anni, però, ho impegnato in questa battaglia risorse intellettuali e materiali in misura assai maggiore di quanto abbiano fatto negli ultimi settant’anni alcuni, se non tutti i movimenti storici messi insieme. Ho messo su un blog che ho affidato a professionisti, ho fondato un’associazione culturale che ha investito in ricerche su temi che ci riguardano da vicino, come il reddito di inclusione, quello vero, non quello gridato, e sui crediti che la Sicilia vanta nei confronti dello Stato. Ho tentato la strada delle elezioni e con una serie di cavilli mi è stato impedito di partecipare.

Investimenti, sì investimenti, tali li considero. E siccome nel mio modo di essere e di fare non lo mando a dire, per questa mia attività ho pure subito denunce a tutti i livelli e devo difendermi in cause civili e penali con pretese di risarcimenti miliardari.

Come nel caso della Barilla e Co &, alla quale, lo dico con orgoglio, abbiamo fatto levare il vizio di usare glifosato per fare la pasta, annientando la nostra produzione di grano. Io non so se l’aver vinto questa causa, subita per aver fatto l’interesse esclusivo dei granicoltori siciliani ha arrecato loro benefici. Nessuno è venuto a trovarmi. Né io li aspettavo. Ma se li hanno avuti, i benefici, hanno incassato senza fare un plissé.

Tanti, troppi siciliani sono fatti così. Se non li aiuti sei un infame, se li aiuti hai fatto solo il tuo dovere. E loro non sentono il grave peso della riconoscenza. Ma, appunto, per adesso, mi sta bene così. Quello che fa veramente male è il fatto che, di fronte alla dichiarazione di resa, una resa ufficiale, della Barilla e Co &, ovvero la loro dichiarazione che non avrebbero più importato dall’estero, il che valeva a dire la loro apertura ad acquistare dai nostri mercati, i nostri produttori, invece di entusiasmarsi, di esultare, di unirsi e predisporre un cartello unico per diventare essi i fornitori di Barilla e Co &, non hanno fatto proprio nulla, assolutamente nulla, chiusi nel loro pavido ego.

E continuano a subire le invasioni di grano fasullo che appesta la nostra Sicilia e distrugge le nostre produzioni. Soggezione? Paura? Divisioni? Piccoli interessi contrastanti? Furberie? Non lo so! Quello che è chiaro e mi rivolgo direttamente a voi, è che siete ben 75.000, che quindi basta alternare un presidio pacifico, gandhiano, non violento, di non più di 100/200 persone al giorno nei porti di attracco e il grano resta a bordo. Mentre il vostro comincerebbe a circolare.

Lasciate perdere i politici, troppi di loro sono a libro paga e vi prenderanno sempre per i fondelli, la tireranno per le lunghe, vi faranno qualche regalino per tenervi buoni. Se avete da denunciare, fatelo, facciamolo, ma, come diceva il prefetto Mori, il ‘Prefetto di ferro’, “non solo tra i fichidindia, ma anche in qualche prefettura o in qualche ministero”.

La rivoluzione americana cominciò con un carico di the buttato a mare dai coloni esasperati dalla politica della madrepatria inglese. Ci sono però coloni e coloni. Noi scendiamo ogni giorno sempre più in basso. Faccio un solo esempio: da grandi fabbricatori di mobili, con industrie di rilievo e grandi artigiani al limite con l’arte, oggi siamo ridotti a ripararli, i mobili fatti dagli altri, e tra poco nemmeno questo sapremo fare, ovvero ci faranno fare, e andremo da Miccichè e Musumeci che sono i continuatori di quella politica di devastazione morale, prima che economica, a chiedere che ci facciano l’elemosina di qualche ora di lavoro pagata dalla Regione.
Vergogna, Vergogna, Vergogna!

Chi avverte il disagio di vivere in questa condizione, un disagio che si diffonde anche tra giovani politici che credono nei valori della buona politica, venga con noi. Chi se la sente di lottare per vedere affermarsi un’altra Sicilia, una Sicilia nuova, moderna, con l’occhio rivolto al futuro, venga con noi. Noi abbiamo forza, volontà, intelligenza, buoni amici, qualche mezzo e qualche risorsa per raggiungere i comuni obiettivi. Il resto è archeologia, da rispettare, certo, un circuito museale da visitare, una storia da insegnare ed imparare.

La casa brucia! Majora premunt!! Occorre agire!

Come agiremo? Seguiremo un esempio luminosissimo, quello di un prete, che nei primi anni ’60 del secolo scorso insegnava religione in un liceo di Palermo e che creò tra tantissimi di quei suoi allievi di allora una comunione spirituale, libera, limpida e intensa. Don Elio, questo era il nome, riunì sotto la sua ala solo quelli che volevano prima di tutto migliorare se stessi. Solo così, argomentava, potranno migliorare gli altri e questa città, la nostra Palermo, cambierà.

La sua esperienza fu intercettata e interrotta proprio da chi avrebbe dovuto incoraggiarla e tutelarla, ovvero dal Cardinale Ernesto Ruffini, Arcivescovo di Palermo, quello che è sceso nel più profondo Inferno con in bocca le parole .. “la mafia non esiste”. Ruffini dispose e impose la confluenza di quel movimento nella FUCI (Federazione universitaria cattolici italiani) e ne decretò cinicamente la fine.

Alla Sicilia occorrono più che mai persone come Don Elio, persone che si spendano per gli altri, che con altruismo, autorevolezza e tenacia indichino la strada ai tanti giovani che costituiscono la porzione aurea di quei troppi astenuti che possono cambiare la Sicilia.

Qual è l’obiettivo più importante? Pensare, capire, connettere, lottare. Andando al cuore di ciò che Piersanti Mattarella, nelle sue dichiarazioni programmatiche da Presidente della Regione chiamò “Problema Sicilia”; occorre pensare, capire e connettere per raggiungere la capacità di valutare il senso vero e profondo del concetto di l’autodeterminazione di un gruppo sociale e la ricchezza anche materiale che questo status può consegnare a chi lo raggiunge.

Soltanto così avremo chiara la coscienza che purtroppo dobbiamo lottare per ottenere quello che è nostro da tanto tempo ma che non ci viene dato. Conosceremo il nostro stato personale, quello di ciascuno di noi, inciso indelebilmente in quello sociale, e ripristineremo le connessioni storiche e sociali che i nostri nemici hanno tagliato da sempre.

I modi per tenere “li popoli suggetti”, come dice Dante, sono tanti. Da una brutale repressione poliziesca si può passare a metodi più raffinati. Nel caso della Sicilia lo Stato italiano, spenti nel sangue gli ansiti separatisti, ha trovato più conveniente ai suoi interessi non dare corso all’attuazione dello Statuto regionale. Ma non si è limitato a questo. Facendo leva su una condizione storica che proprio quello Statuto doveva modificare, ha operato un graduale, potente e sottile scollegamento tra la causa del perpetuarsi della nostra minorità nel Paese (ovvero la mancata attuazione dello Statuto regionale) e l’effetto (appunto la soggezione politica, economica e sociale che ne è inevitabilmente derivata).

E’ un procedimento antico, consolidato, collaudato: “Mantenere una condizione di inferiorità artificialmente, intensificandola e legittimandola con la stampa di sistema, da scrittori prezzolati, insomma con tutti i mezzi di cui dispongono i poteri dominanti” (questo ci insegna Marx). Pochi oggi sono in grado di leggere quella connessione che è stata deliberatamente interrotta e che ha consentito, in danno della Sicilia, la prosecuzione di un processo di colpevolizzazione secondo cui la nostra miseria viene attribuita a nostre ataviche, ancestrali, antropologiche, immodificabili condizioni umane.

Tutto questo è menzogna! La verità è che la Sicilia è costretta a vivere contro i propri principi, senza le proprie regole, principi e regole, che ci sono, eccome! Che erano e sono strumenti e mezzi per migliorare e migliorarsi, per crescere e prosperare. Ebbene, quei principi, quegli istituti e quelle regole sono rimaste lettera morta per l’egoismo di una parte del Paese che forse ha anche paura della nostra libertà.

Un esempio su tutti. In applicazione dello Statuto, le Prefetture sono destinate a ridimensionarsi e a diventare in parte uffici regionali alle dipendenze del Presidente della Regione e in parte uffici comunali alle dipendenze dei sindaci. Lo Stato centralista, prevaricando mafiosamente, ha impedito l’attuazione di questo articolo dello Statuto e continua a gestire il territorio e la sicurezza come se fosse compito suo. Nemmeno il buon gusto di esporre la bandiera della Sicilia hanno!

Siamo in condizione di dimostrare in tutte le sedi, e lo faremo, che fin dal giorno successivo all’entrata in vigore dello Statuto autonomistico, per arrivare ad oggi, lo Stato italiano, violando i precetti della Costituzione repubblicana e i diritti costituzionali dei siciliani, ossia di un gruppo d’identità infra -statuale, si è reso autore di una serie di gravi e massicce violazioni dei diritti dell’uomo, violazioni che costituiscono una vera e propria negazione di ogni diritto di autodeterminazione interna.

Per capire bene quello che successo, è come se, dopo il referendum istituzionale in cui ha vinto la Repubblica, lo Stato, subendo pressioni generate da interessi inconfessabili, avesse tenuto Umberto II nel posto di Re. Si ricordi ciascuno che una volta accertato nei supremi tribunali internazionali di giustizia questo stato di cose, le esigenze di autodeterminazione prevalgono su quelle di confine, sul principio dell’integrità nazionale.

Perché nei tribunali internazionali? Non abbiamo la Corte Costituzionale? Purtroppo la Consulta è “sensibile”. Lo dico con grande serenità e consapevole di quello che dico perché è fattuale. Mi spiego. Un terzo dei giudici costituzionali è nominato dal Parlamento in seduta comune, ovvero dalla politica. In occasione di queste nomine in Parlamento si è assistito a squallidi episodi di mercimonio, con mediazioni al ribasso e dichiarazione di fedeltà. Che cosa sono i giudici? Esseri umani, quindi; nessuno quindi è in grado di garantire che un giudice nominato con i voti di un certo partito non sia sensibile ai “desiderata” di quel certo partito.

Che significa? Che se la Regione impianta una causa che mette in discussione gli interessi di qualcuno su al Nord, questo qualcuno si può rivolgere all’elettore di un giudice costituzionale con buone speranze. E’ successo tante volte, al punto che Bossi in una occasione definì la Corte costituzionale un organismo inaffidabile corrotto.

Ecco perché dobbiamo adire le Corti internazionali dove un altro cancro che rode la Corte costituzionale, ovvero la “ragion di stato” non esiste.
Esemplare al riguardo è la sentenza 385 del 1996 della Corte suprema del Canada:

“I gruppi sociali cui le autorità nazionali rifiutano un effettivo diritto allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale, hanno diritto di avvalersi del principio di autodeterminazione dei popoli”.

Sembra scritto per il caso Sicilia! E infatti, come si può definire il comportamento di uno Stato che ha deliberatamente impedito l’attuazione di precetti costituzionali? Prevaricatore! Grande prevaricatore ma a anche ladro di passo, autore di vere e proprie rapine: sì, lo stato italiano è un’istituzione amministrata da predatori; sì, Roma è ladrona! Lo affermava l’attuale ministro dell’Interno, ricordate!

Vi faccio un esempio illuminante. Un articolo dello Statuto regionale (ossia della Costituzione italiana) stabilisce che sono di pertinenza della Regione le tasse riscosse in Sicilia. Non affronterò il tema della malizia giuridica con cui lo Stato applica in generale questo articolo. Vi farò notare solo questo.

Voi sapete che in Sicilia operano numerosi uffici pubblici statali dove lavorano tantissimi impiegati, appunto, statali. Con uno stratagemma degno di Al Capone, lo Stato italiano ha spostato a Latina la riscossione delle tasse pagate in Sicilia dagli impiegati statali che lavorano in Sicilia. Dal punto di vista formale, lessicale quelle tasse non sono riscosse in Sicilia. E’ ovvio però che lo Stato dal punto di vista sostanziale ha eluso il precetto costituzionale, rubando alla Sicilia milioni e milioni di euro che sono suoi. E c’è di più. A che servono le tasse? A pagare servizi. Questi lavoratori godono dei servizi forniti dalle istituzioni siciliane senza pagare le corrispondenti tasse e la Sicilia si impoverisce sempre di più.

Queste cose e tante altre cose ve le hanno mai spiegate? Hanno fatto mai qualcosa i tanti politicanti d’accatto, servi di Roma per impedire questo scempio? NO! Perché? Perché, se vogliono fare politica in Sicilia devono sottomettersi e stare zitti. E lo fanno assai volentieri. Chi si è ribellato è stato eliminato, politicamente e talvolta fisicamente. Altri hanno subito un isolamento umano, oltre che politico, tale da non potere accettare di continuare a vivere in mondo senza valori.

Lo Stato italiano è colpevole due volte. La prima perché per i motivi i più abietti, non ha dato attuazione a principi e regole cardine della Costituzione repubblicana, quelle sulle autonomie locali (..”la Repubblica attua il più ampio decentramento” …) e ha mutilato a pro’ di un centralismo alla savoiarda mai morto, il corpo dello Stato. Poi perché, subdolamente e cinicamente, ha impiantato, orchestrato e diretto una campagna denigratoria della Regione siciliana, da cui però trae cospicui mezzi per la sua sussistenza. E così è nato e si è alimentato lo stereotipo che noi siciliani tutto questo ce lo meritiamo. E, tragedia nella tragedia, tanti, troppi siciliani ci credono o ci marciano e ci mangiano come per esempio tanti buttanissimi pseudo scrittori o giornalisti a libro paga.

La condizione di impalpabilità dell’esistenza della Sicilia e dei suoi interessi nel contesto di quelli della Nazione si evidenzia in modo tragico nelle clausole dei trattati commerciali internazionali che lo Stato italiano, nel corso degli ultimi anni, ha stipulato con Paesi extracomunitari. Negli scambi commerciali l’Italia esporta prodotti che né la Sicilia, né il Sud fabbricano (es. trattori, mietitrebbia) e in cambio l’Italia importa prodotti della terra che costituiscono la (poca, unica) ricchezza produttiva della Sicilia e del Sud in generale.

E così, mentre il Nord esporta prodotti industriali e tecnologia che noi non produciamo, il Sud si vede inondato da produzioni agricole e ortofrutticole di bassa qualità e di basso costo. Confindustria, la truce Confindustria, che tali trattati sponsorizza, fregandosene delle conseguenze per il SUD, esulta, dicendo che le nostre importazioni sono in crescita, e nessuno parla dell’effetto povertà che questo crea al SUD.

Come se non bastasse, quelle produzioni vengono quasi tutte veicolate dalla Grande distribuzione organizzata (anch’essa in mano al NORD), non certo dai nostri commercianti. I grandi centri commerciali, i supermercati, trasferiscono in tempo reale i guadagni delle vendite direttamente all’estero e a noi non resta niente.

Un dato tragico: in Sicilia si spendono da 12 a 14 miliardi di euro all’anno in prodotti alimentari; di questi solo un miliardo e mezzo di euro sono prodotti siciliani. E’ un’autentica spoliazione, un impoverimento inarrestabile e forse irreversibile, cui la Sicilia, finita nelle mani di parassiti e rinnegati, ha risposto finora in un solo modo: l’emigrazione.

Bassa qualità e basso costo, dicevo. Bassa qualità: avete provato a mettere in frigorifero per qualche giorno un bottiglia di “olio extravergine” tunisino? Sapete quello che succede? Che l’olio di semi contrabbandato in quella bottiglia precipita, condensa e diventa nero, cosa che non si verifica col nostro vero olio di oliva.

Basso costo: chi lavora nelle campagne del Magreb? Persino i militari, che vivono di rancio quindi a costo zero. Come si batte questa concorrenza? Come si possono salvare i diritti e le conquiste dei lavoratori contro questi nemici implacabili? Come si può interrompere questo cammino verso la morte certa delle nostre produzioni?

Un modo sicuro è eleggere al Parlamento europeo veri siciliani, competenti, determinati e autorevoli che conoscano i processi e i percorsi del grandi fattori economici e dei mercati. Quello sicurissimo è cacciare via questi politici che calpestano i nostri diritti e del nostro Statuto se ne fanno un baffo.

Tornando all’Europa, bisogna fare l’esatto opposto di quanto fatto finora. Finora la nostra politica serva ha mandato al Parlamento europeo il peggio della politica siciliana, che è già di suo il peggio della politica nazionale. Se scorrete i nomi dei parlamentari europei eletti nel tempo in Sicilia, cadono le braccia: vecchi arnesi a fine corsa, dilettanti allo sbaraglio che a stento sanno parlare in italiano. Mentre gli altri si sono attrezzati, hanno fatto squadra, hanno fatto lobby e creato gruppi di potere e di pressione, catturando cospicue risorse aggiuntive a quelle dei Fondi dell’obbiettivo uno che il governo regionale spreca.

In Sicilia si elegge gente che, quando e se si scomoda per andare a Strasburgo o a Bruxelles, invece di fare il proprio dovere, esegue il compito di stare zitta e ferma.

Pensare, capire, connettere, lottare consapevolmente per tutto ciò che è nostro da tanto tempo, ma che non ci viene dato da uno Stato traditore di se stesso e dei suoi principi, oltre che delle regole che si è dato, e che per mantenere la sua supremazia ingaggia ascari e servi.

Questo è il compito che ci siamo dato. Per realizzarlo intendiamo costruire un sistema integrato di risorse, di azioni e di saperi. La comunicazione sarà appannaggio del Blog I Nuovi Vespri. Nato nell’ottobre del 2015, ha totalizzato finora quasi 6 milioni di visite, quasi 13 mila like e un generale apprezzamento. E’ affidato a giornalisti professionisti e pubblicisti. Il blog continuerà ad essere istituzionalmente aperto al contributo di quanti si ritroveranno nel nostro progetto. Accoglieremo consensi e critiche con lo stesso volto sereno. Ovviamente, al passo coi tempi, il blog sarà veicolato attraverso i social media. Ci troverete su Facebook, Twitter ed altri strumenti più recenti.

La ricerca, gli approfondimenti tecnici e scientifici, gli studi storici, la formazione alternativa saranno gestite dall’Associazione culturale I Nuovi Vespri, che ha già maturato significative esperienze che porteremo a conoscenza dei nostri simpatizzanti. Tornano i concetti di base: capire, pensare, conoscere, connettere, quindi informare e formare. In sinergia con il Centro studi Finocchiaro Aprile, istituiremo corsi alternativi alla Storia ufficiale, alla storia di regime, corsi di diritto regionale e di economia della Sicilia. Istituiremo borse di studio per laureati in diritto regionale e con tesi sul nostro statuto; finanzieremo studi e ricerche sullo Statuto della Regione siciliana da affidare a giovani siciliani che vogliono intraprendere la carriera politica e in futuro svolgere un ruolo disinteressato di guida di nuovi siciliani.

L’Associazione politica è concepita e sarà attuata come uno strumento di educazione alla politica intesa come servizio agli altri e opererà come una fucina di attività ed azioni politiche sul territorio; si porrà come organizzatrice di manifestazioni politiche e dimostrazioni.

Questa e non altra sarà la sua,la nostra ricerca del consenso. La sua essenza è la apartiticità rispetto allo stato dei partiti e dei movimenti che oggi disgraziatamente occupano la scena. E’ inclusiva e includibile in progetti di valenza nazionale, europea e internazionale che abbiano come obiettivo la valorizzazione delle autonomie locali, il dare voce e ricetto morale ai popoli senza Stato, alle costruzioni sovranazionali tra regioni mediterranee in atto inglobate in Stati diversi. L’associazione si ispira a valori di sussidiarietà e di socialità e pone la persona e la sua dignità al centro della sua azione politica.
Sta scritto: “Dio un giorno ci chiederà perché nostro fratello è all’Inferno”.
Che cosa gli risponderemo? Che avevamo altro da fare piuttosto che aiutarlo a risollevarsi, ad allontanarsi dal male? Che erano fatti suoi?

Ci attende una lunga marcia. C’è un deserto da attraversare. C’è però una meta da raggiungere. Mettiamoci in cammino, fiduciosi e determinati, pur sapendo che a molti di noi, fosse solo per un‘anagrafe ostile, non sarà dato, come a Mosè, di entrare nella terra promessa.

Ci entreranno i nostri figli e la nostra terra sarà la terra dei figli dei nostri figli.

 

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