Rocco Chinnici e il filo rosso dei grandi delitti. Ricordiamo un altro Eroe Siciliano

Rocco Chinnici e il filo rosso dei grandi delitti. Ricordiamo un altro Eroe Siciliano
29 luglio 2017

Il 29 Luglio del 1983 moriva il giudice Rocco Chinnici. Aveva intuito troppo. Aveva capito che ormai parlare di mafia significava parlare di economia. Aveva capito che i grandi delitti erano strettamente legati. Le parole di Paolo Borsellino e di Nino Di Matteo

“C’è un filo rosso che lega tutti i grandi delitti: un unico progetto politico”. Così scriveva Rocco Chinnici, indimenticabile capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, sul suo diario. Ucciso davanti casa sua da una tremenda esplosione il il 29 luglio del 1983 in Via Federico Pipitone a Palermo, Chinnici è l’uomo grazie al quale nascerà il pool antimafia.

Con lui muoiono i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, ed il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.

Chinnici aveva intuito troppo. Aveva capito che la mafia era ormai diventata imprenditrice, un grande potere economico che si confrontava con gli altri grandi poteri. Non cedeva di un millimetro ad intimidazioni più o meno velate e alle pressioni che gli arrivavano dal suo stesso ambiente. Aveva osato mettere il naso nelle banche e cercava l’origine dei flussi finanziari.

Chi lo ha ucciso? Non possiamo non rispondere che con le sue parole: “C’è un filo rosso che lega tutti i grandi delitti: un unico progetto politico”. Il suo è certamente un grande delitto. 

Prima di lui erano morti il Presidente della Regione moroteo, Piersanti Mattarella, il segretario del PCI, Pio La Torre, il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, ma anche il giornalista Mario Francese, per parlare dei nomi più noti. Chinnici avrebbe voluto unificare tutte queste indagini, convinto che la regia fosse la stessa. La stessa che avrebbe ordinato il suo eventuale assassinio come lui stesso avrebbe detto ad un amico.

Paolo Borsellino, come ci ricorda Antimafia2000, parlando di lui ne sottolineava le intuizioni: “Le dimensioni gigantesche della organizzazione, la sua estrema pericolosità, gli ingentissimi capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni di oltreoceano e con quelle similari di altre regioni d’Italia, le peculiarità del rapporto mafia-politica, la droga ed i suoi effetti devastanti, l’inadeguatezza della legislazione: c’è già tutto in questi scritti di Chinnici”.

Una pista, quella dei capitali, seguita anche da Paolo Borsellino, come ci ha ricordato la figlia Fiammetta in questa intervista in cui sottolinea che il padre si occupava dei legami tra economia, politica e mafia.

E ancora, sempre Antimafia 2000, ricorda che Nino Di Matteo nel 1996 si occupò a Caltanissetta dell’indagine sull’attentato a Chinnici e che nel suo libro Collusi scrive: “Le parole di Brusca (collaboratore di giustizia che parlò del coinvolgimento dei Salvo nell’attentato, ndr) e i numerosi riscontri emersi nel processo non lasciano spazio a interpretazioni: questa volta, Cosa Nostra aveva agito su input di altri. A dare il via era stato un vero e proprio potentato economico-politico, costituito da soggetti la cui autorevolezza criminale derivava dall’inserimento in un circuito esterno all’organizzazione mafiosa.” I cugini Salvo, scrive ancora Di Matteo, “avevano potuto chiedere e ottenere un omicidio eccellente di quel tipo proprio perché rappresentavano lo snodo più importante di contatto e penetrazione del potere politico nazionale”.

Il 24 giugno 2002 la Corte d’appello di Caltanissetta conferma 16 condanne (12 ergastoli e quattro condanne a 18 anni di reclusione) accogliendo la tesi secondo cui l’omicidio di Rocco Chinnici fu chiesta dagli “esattori” Nino e Ignazio Salvo. E da chi altro?

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