Franco Busalacchi: reddito di cittadinanza e lotta alle mafie. Ecco il mio programma

Franco Busalacchi: reddito di cittadinanza e lotta alle mafie. Ecco il mio programma
1 aprile 2017

Altri due capitoli del programma di governo di Franco Busalacchi, candidato alla Presidenza della Regione siciliana. Mentre le altre forze politiche parlano di alleanze, di posti nelle liste, di tradimenti, noi preferiamo parlare delle cose che si devono fare. Cose concrete

Proseguiamo con la pubblicazione del programma di governo del candidato alla Presidenza della Regione siciliana, Franco Busalacchi. In questo primo post avete potuto leggere quella che potremmo definire la ‘filosofia’ di questa candidatura: perché ha deciso di scendere in campo, con quali motivazioni e con quali prospettive. In altre parole, le ragioni di un impegno (mentre qui potete leggere il suo curriculum).

Adesso cominciamo a scendere nel dettaglio. Si tratta di un programma articolato (85 pagine in tutto) che spiega, passo dopo passo, ogni singola soluzione proposta. Quattro i nodi principali: infrastrutture, reddito di cittadinanza, lotta alla mafia e all’illegalità, precariato). 

Delle infrastrutture torneremo ad occuparci in seguito perché un piano già c’è: è stato sottoscritto dall’Amministrazione statale e dalla Regione nel lontano 1999, e si chiama Intesa istituzionale di programma. E le risorse pure. E’ quasi tutto ancora da fare perché i Presidenti e i governi della Regione dal 2002 ad oggi l’hanno messa in archivio. Quell’accordo costituisce l’ossatura del programma, perché se le cose che dovevano essere fatte non lo sono state, sono ancora da fare. Vi ricorderemo prossimamente cosa prevede.

Occupiamoci ora di una novità assoluta contenuta nel programma: il reddito di cittadinanza. E poi un tema che sta alla base di tutto: la lotta alla mafia e all’illegalità. 

Il disagio sociale e il cosiddetto “reddito di cittadinanza”

di Franco Busalacchi

La crudezza dei dati presentati nell’Osservatorio della Fondazione RES sulla povertà e sulla disoccupazione in Sicilia, mi spinge a sviluppare e ragionare su un tema assai controverso e dirompente: il reddito di cittadinanza.
Troppi, per ignoranza, tanti in mala fede(dirò poi perché) equivocano sul significato e sulla vera funzione di questo strumento.
E quindi credo necessario, prima di entrare nel merito della questione precisare un concetto: questo strumento NON E’, ripeto NON E’ un regalo, anzi. E’ un’integrazione di un reddito già esistente, che ne è il presupposto indispensabile. Non è, ripeto non è, un sussidio di disoccupazione che esiste ma disciplina altre fattispecie. Chi non un lavoro non ha diritto all’integrazione. Ma, se ne ha titolo, alla disoccupazione,che ripeto ha altri presupposto e altra disciplina. Spero che sia chiaro una volta per tutte. Chi fa confusione pesca nel torbido.

Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia …) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito.
Questo è l’abc dello stato sociale.

L’esistenza in Europa di questo istituto spiega molte cose che in Italia vengono riproposte in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia dove non è un valore come nel resto di Europa, ma un’arma di ricatto), spiega l’assenza di lavoro nero (perché l’esistenza del lavoro deve essere ufficiale), spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni (perché è un rapporto praticamente obbligato), spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia).
Si capisce benissimo perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che il governo di centro sinistra non abbia ancora provveduto. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.

Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa. Non è uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone nell’Unione europea è assolutamente normale.

Noi dobbiamo sapere che un’altra società migliore di questa in cui viviamo, non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni.
Questo sarebbe veramente “rivoluzionario”. 

Per fare capire bene lo strumento esaminiamo il sistema tedesco, di uno stato cioè che spero nessuno voglia accusare di prodigalità, o di sperperare i soldi del contribuente. La spesa annua complessiva in Germania è di circa 50 miliardi di euro per 7 milioni di destinatari
L’indennità di disoccupazione tedesca dura 12 o 18 mesi. Dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. Non è poca cosa. Non sembra un dettaglio trascurabile Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo Stato più di 1800 euro mensili. Chi vuole può documentarsi sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che lavorano negli altri paesi europei e in particolare in Germania.

Credo sia importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza, persino nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa.

“Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea, ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri;

In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria Due paesi dei privilegi ed uno parafascista.

Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? In altri paesi europei molti giovani fanno un’infinità di mestieri; È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana).
È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni.

Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc.
Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell’alloggio, e un’altra è la precarietà con il niente?

Il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della società completamente diverse.
Ma non bisogna trascurare un effetto economico dell’integrazione. E’ un effetto keynesiano. Una spesa pubblica sul modello delle costruzione di grandi infrastrutture pubbliche che danno lavoro e producono ricchezza.
L’ostacolo principale contro cui cozza ogni tentativo di introduzione dello strumento è quello del relativo al reperimento delle risorse. Ovviamente il sistema è modulare: maggiori sono gli investimenti, più larga è la platea dei beneficiari dell’integrazione in una scala graduata di bisogni e di condizioni.

Presenterò un’ipotesi in cui vengono impiegate le somme in atto spese per i vitalizi dei parlamentari regionali. Così sarà tutto più chiaro.

Franco Busalacchi

 La lotta alla mafia e all’illegalità

La lotta alla criminalità organizzata al punto in cui è arrivata è per due terzi un’operazione militare e per un terzo un’operazione socio-culturale. 70 anni fa il rapporto era esattamente al rovescio. Allora sarebbe bastato un grande sforzo educativo sui temi dell’educazione civica e sui concetti di onestà e di giustizia, e una maggiore determinazione da parte delle forze dell’ordine. Grande, imperitura deve essere la nostra riconoscenza per l’intelligente, possente sforzo di due Eroi siciliani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Come Lutero mandò a catafascio la Chiesa delle indulgenze, che speculava su ciò che aveva il dovere cristiano di dare gratis; come Kopernico demolì la teoria tolemaica per cui ancora oggi il sole girerebbe attorno alla terra; come Darwin confutò vittoriosamente il creazionismo secondo il quale il mondo conta poco più di seimila anni; così, senza Falcone e Borsellino, ancora assisteremmo alla vergogna delle pavide assoluzioni dei mafiosi per insufficienza di prove che rafforzarono in pochi anni la mafia. “Pericolosissima è l’ingiustizia munita di armi” ci ammonisce Aristotele. La presenza distruttiva dell’ingiustizia e della corruzione proprio dove deve esserci la forza giusta e implacabile è tripla rispetto alla forza che agisce con giustizia. Un traditore fa da solo più danno del bene che per converso fanno insieme dieci giusti.
Le vicende evolutive della mafia in Sicilia (da fenomeno rurale a holding internazionale) sono sotto gli occhi di tutti e ciascuno può esprimere il suo giudizio e formulare i più arditi pensieri, specialmente in questi tempi avvelenati da uno scontro istituzionale al massimo livello sulla “trattativa”.
Quindi, ad oggi, spetta allo Stato l’opzione militare. Dobbiamo incalzarlo perché faccia presto e bene.
Una riflessione però mi sento di farla.

Secondo un recente  rapporto del Censis in Italia meridionale ben 13 milioni di persone convivono con la criminalità organizzata. Si tratta di un documento di assoluta importanza che sarebbe dovuto diventare oggetto di discussione parlamentare e di assunzione di immediate iniziative politiche e giudiziarie e di polizia. Invece è finito nel dimenticatoio, e ha fatto una fine forse peggiore di un analoga ricerca fatta nel 1876 da Franchetti e Sonnino la cui unica conseguenza fu la risposta esclusivamente militare, truce, brutale e insensata.
Dall’indagine è emerso che in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia è stata registrata una maggiore presenza delle organizzazioni criminali. Qui un comune su tre, per l’esattezza il 37,9% è impregnato dalla presenza mafiosa. Su 1.608 comuni, 610 hanno un clan o un bene confiscato, o ancora sono stati sciolti negli ultimi anni.
Se si considerano le singole regioni è la Sicilia ad avere la maggiore quota di comuni coinvolti. Sono dati impressionanti. Su un totale di quasi 17 milioni di abitanti , in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, 13 milioni appunto convivono con le mafie. Infatti nel 2007 il Pil medio pro capite delle quattro regioni è il più basso del Mezzogiorno e il tasso di disoccupazione il più alto. “Gli indicatori sociali ed economici dimostrano che la Sicilia, la Calabria, la Puglia e la Campania, sono le 4 regioni più lontane dal resto del Paese con un Pil pro capite sotto il 75% della me dia europea e il 65,7% della media nazionale”. Il che vuol dire che senza la cappa mafiosa il Pil delle regioni meridionali sarebbe uguale a quello delle regioni del nord.
La legalità non si promette né si proclama, si esercita e basta e, come tutte le grandi opere, si fa in silenzio. Ho lavorato per quasi due anni a fianco del Presidente della Regione Piersanti Mattarella. Mai gli sentii pronunciare proclami contro la mafia. Lui agì contro la mafia. Fece del suo lavoro e del suo esempio uno possente strumento di lotta contro la mafia. A differenza di tanti che sproloquiano,che strumentalizzano e campano con l’antimafia gridata. Piersanti Mattarella è vivo, quelli sono morti e non lo sanno. Io non farò reboanti proclami antimafiosi,né sottoscriverò mitici protocolli di legalità. Ma pretenderò di essere presente in tutti gli organismi istituzionali di contrasto alla criminalità organizzata come ad esempio i Comitati provinciali per la sicurezza.

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