‘Caso’ Apple: 13 miliardi di Euro in meno all’Irlanda. Con tale criterio alla Sicilia 3-4 miliardi

‘Caso’ Apple: 13 miliardi di Euro in meno all’Irlanda. Con tale criterio alla Sicilia 3-4 miliardi
1 settembre 2016

Se passa a livello globale un principio del genere tra gli Stati, non si vede per quale ragione alla Sicilia debba essere applicato un principio più sfavorevole. Se questo principio viene applicato, una parte del reddito Apple ma anche quello delle assicurazioni on line che non hanno ‘aperto bottega in Sicilia va alla Regione siciliana. Parliamo di un gettito che, ad essere prudenti, va dai 3 ai 4 miliardi di Euro l’anno. Abbiamo idea di quante cose si potrebbero aggiustare in Sicilia con tutto questo denaro?

La decisione della Commissaria europea danese di attaccare Apple, per il regime fiscale ultrafavorevole adottato dall’Eire con il quale la grande multinazionale avrebbe sostanzialmente sottratto alle finanze europee tredici miliardi di imposte, è molto più importante di quello che comunemente si pensa. E soprattutto ha implicazioni interessantissime per la stessa Sicilia.

Questa storia non è nuova; qualche mese fa era stato l’Erario italiano a battere cassa, questa volta ai danni di un altro colosso americano dell’informatica, Google. Con i colossi informatici il problema è di tutta evidenza, Google, Microsoft, Apple… ma qui è in gioco un principio molto importante e assai più generale, e vorrei tentare di illustrarlo ai nostri lettori in termini quanto più possibile semplici.

Il problema non è che in Irlanda si paga troppo poco di tasse. Magari il retropensiero della UE, ossessionata dall’austerità depressiva, sarà proprio questo. Ma la questione di principio posta è di tutt’altra natura e senza dubbio assai fondata.

Il punto è – più o meno – lo stesso che i nostri saggi legislatori statutari posero nell’art. 37 dello Statuto, senza dubbio con una terminologia oggi del tutto superata, ma con un’intuizione degna di una scienza delle finanze molto avanzata.

Uno dei gettiti tributari di massima importanza per gli Stati moderni è il “reddito d’impresa”, cioè più o meno l’utile lordo d’esercizio (lordo d’imposta), rettificato in più o in meno secondo vari criteri per tenere conto delle divergenze tra le norme della Ragioneria e del Diritto civile da un lato, e quelle del Diritto tributario dall’altro (le “famose”, almeno per i commercialisti, “riprese in aumento” e “riprese in diminuzione”).

Semplificando, quindi, cioè non tenendo conto di queste “riprese” in più o in meno, l’imponibile è dato essenzialmente dal risultato evidenziato dal conto economico, documento del bilancio in cui si legge la differenza tra le variazioni positive (ricavi) e negative (costi) derivanti dalla gestione aziendale.

Nelle società avanzate, la grande produzione avviene soprattutto in grandi società di capitali anonime (le spa e le srl in Italia e le corrispondenti forme giuridiche all’estero).

FInché abbiamo in mente una piccola impresa a conduzione familiare, che opera su un mercato locale, i problemi sono relativamente semplici, qualunque sia la forma giuridica adottata. Certo, l’imprenditore può cercare (spesso soltanto per sopravvivere da un fisco troppo rapace) di eludere o evadere, ma un buon apparato finanziario è in grado oggi – se solo vuole – di scovare qualunque reddito e di tassarlo (qualcuno dice “confiscarlo”, non senza buone ragioni).

Ma per le grandi multinazionali, o anche solo per le grandi imprese, la storia è diversa. Queste lavorano su più Stati, quindi “a cavallo” di tanti ordinamenti tributari.

Niente di più facile, con artifici contabili che risparmio al lettore, di fare risultare la parte più cospicua degli utili come prodotta nel Paese a più basso carico tributario.

In questo modo si realizza un buon 90 % abbondante dell’evasione fiscale, alla faccia della leggenda metropolitana che tutto sarebbe dovuto all’evasione “miserabile” del contante, che è quasi sempre soltanto l’evasione di sopravvivenza del microimprenditore, o tutt’al più del buon professionista, apparentemente rilevante, ma “microbo” di fronte ai giganti della finanza.

Il problema però non è solo di furbizia. Dietro c’è un problema economico-aziendale assai serio. Se un’azienda opera in due Stati, cioè in due giurisdizione tributarie, come si fa a determinare correttamente il reddito prodotto in ciascuna di queste aree territoriali?

A questo non può che sopperire la disciplina che, modestamente, cerco di professare da alcuni decenni, cioè l’economia aziendale.

Questa scienza, soprattutto nella Scuola Italiana, oggi “dimenticata”, perché dopo la legge Gelmini se non si è “amerikani” non si ha diritto di cittadinanza in Università, insegna che il “Reddito” è frutto di una combinazione produttiva e non è teoricamente distinguibile nelle sue componenti. In metafora, il reddito è come la musica prodotta da un’orchestra. Chiedersi esattamente quale musica sia prodotta dagli archi e quale dagli ottoni, è scientificamente un non senso, giacché le vibrazioni prodotti dal “concerto” degli strumenti non è pari semplicemente alla “somma” dei “rumori” dei singoli archi.

E così la “distribuzione” del Reddito è solo una “convenzione”. Non esiste un “termometro aziendale”, oggettivo, che consenta di determinare con esattezza quanto reddito Apple abbia prodotto in Irlanda piuttosto che in Italia.

Certo è che, se è vero che questo reddito è prodotto “in maniera congiunta” dappertutto, è anche vero che bisogna trovare una “convenzione oggettiva” in modo da spartirsi idealmente questo reddito, per evitare comportamenti elusivi.

Per fare questo – non si scappa – ci vogliono convenzioni internazionali. Non può la sola UE, per quanto “arraggiata” di soldi, stabilire criteri universali senza scatenare una pericolosa guerra protezionista. E come si possono stabilire questi criteri?

Ci sono essenzialmente due logiche di distribuzione del reddito: una basata sui COSTI, l’altra sui RICAVI (che è proprio quella invocata dalla UE). Quella sui costi, privilegia i Paesi produttori fisicamente del bene o servizio, quella sui ricavi privilegia i paesi consumatori.

L’Italia, per ripartire i redditi d’impresa tra le Regioni ai fini dell’IRAP, ha privilegiato la logica dei costi, che avvantaggia le regioni in cui sono concentrate le risorse produttive, cioè il Nord, facendo aumentare la sperequazione territoriale.

Anzi solo su una categoria di costi, quelli del lavoro. Distribuire il reddito solo sulla base delle “sedi” è ancora più distorsivo. Infatti, solo se (come recita il nostro art. 37) ci sono “sedi e stabilimenti”, allora una parte del reddito può essere attribuita a una Regione (o a uno Stato su un piano internazionale). Ma tutti i costi della sede centrale, quelli amministrativi, quelli pubblicitari, legali, etc. che sono sostenuti virtualmente su tutto il territorio, sono così attribuiti solo alla Regione (o Stato) in cui si trova la sede legale della società.

Per contro, se il reddito viene distribuito sulla base dei ricavi conseguiti, si premiano economie che non hanno fatto nulla per fare quel bene, se non consumare le proprie ricchezze per acquistarlo, senza pensare che una tale soluzione potrebbe portare ad arbitraggi di prezzo in cui gli eventuali maggiori carichi tributari potrebbero essere scaricati sui consumatori, “colpevoli” di avere un governo particolarmente esoso.

Ma – d’altro canto – all’estremo opposto, quando la produzione si smaterializza, tenere conto solo dei costi, o – addirittura – della semplice sede legale dell’impresa (che, quest’ultima, proprio nulla significa), significa permettere elusioni fiscali miliardarie ai grandi gruppi internazionali, mentre piccole imprese e lavoratori dipendenti non hanno mai alcun modo di sfuggire.

Insomma, come tutte le convenzioni, anche questa lascia il tempo che trova, e va regolata con prudenza e buon senso.

Secondo noi, non c’è globalizzazione che tenga, alla fine gli Stati consumatori imporranno la tassazione in proporzione ai ricavi. E le multinazionali, con tutto il loro potere, finiranno per piegarsi, almeno in parte.

E che c’entra tutto questo con la Sicilia, voi direte? C’entra, eccome. La Sicilia, per l’art. 37, dovrebbe trattenere le imposte maturate sul reddito “prodotto” in Sicilia. Questo principio, espresso in maniera arcaica dal tenore letterale del suddetto articolo dello Statuto, è stato razionalizzato ed esteso dal preziosissimo art. 4 del DPR 1047/1965 che il nostro buontempone Rosario Crocetta (e compagnia cantante PD-UDC) vorrebbe abrogare, magari dopo essersi “rifatto eleggere” dai Siciliani.

Quest’articolo attribuisce alla Sicilia OGNI gettito il cui presupposto d’imposta maturi in Sicilia, sebbene “per ragioni amministrative” sia riscosso altrove. E quindi, indubbiamente, ogni forma di reddito “maturato” in Sicilia.

Orbene, nessuno ha mai veramente calcolato a quanto ammonta questo gettito perduto dalla Sicilia. I calcoli della Ragioneria generale dello Stato non sono mai stati motivati se non dalla “ragion di Stato” di “non dare niente” alla Sicilia.. E non è che non sia stato calcolato per mancanza di buona volontà. Il problema è proprio di statistica economica.

Come lo dobbiamo ripartire questo reddito? Sono mancate sino ad ora le convenzioni generalmente accettate.

Tempo addietro, la scorsa legislatura, io proposi un metodo “misto”, in cui il reddito sia ripartito al 50% in base ai costi diretti e al 50 % in base ai ricavi.

Se passa a livello globale un principio del genere tra gli Stati, non si vede per quale ragione, solo sul piano interno, alla Sicilia debba essere applicato un principio più sfavorevole. E se questo principio viene applicato, una parte del reddito Apple, ma anche quello delle assicurazioni “on line” che non hanno “aperto bottega” in Sicilia, e così via, va alla Regione, come è giusto che sia. E questo gettito, ad essere prudenti, è fra i 3 e i 4 miliardi l’anno. Abbiamo idea di quante cose si potrebbero aggiustare in Sicilia con tutto questo denaro?

Per dare un’idea, ricordiamo che questa somma corrisponde a tutto quello che oggi lo Stato spende in Sicilia per scuola e università.

Ma chi glielo dice a gente come Crocetta e D’Alia che presentano il regalo dei diritti statutari come una “grande vittoria” per la Sicilia?

 

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