Il lavoro perduto nella brutta Sicilia di oggi e la cattiveria gratuita della povertà d’animo

Il lavoro perduto nella brutta Sicilia di oggi e la cattiveria gratuita della povertà d’animo
7 febbraio 2019

Ieri abbiamo scritto che la vecchia politica siciliana sta dividendo con successo i lavoratori della Formazione professionale e delle politiche del lavoro (leggere ex Sportelli multifunzionali) che la stessa vecchia politica ha massacrato. E ci sta riuscendo. Un’amara riflessione su un’inutile guerra tra uomini e donne che dovrebbero invece restare uniti 

da Adriana Vitale
riceviamo e pubblichiamo

Il fenomeno preoccupante dell’uomo mangia uomo si fa sempre più dilagante e provo un peso al cuore. Non una parola gentile, nessuna delicatezza, solo pietre scagliate in pieno viso. Si sentenzia, si offende e si insulta con superficialità, senza tener conto delle altrui sensibilità. Si pronunciano parole che pesano come macigni e fanno male, calci al cane già ferito senza alcun rispetto della altrui vita che è nome, respiro, affanni, lacrime.

Offese miste ad atteggiamenti rancorosi ingiustificati, che personalmente non mi sfiorano, so distinguere la miserabilita umana e ne registro la pochezza, ma non tutti hanno la forza di sopportare ulteriori macigni lanciati sulle ferite del fallimento. Il nemico da combattere è un povero cristo disperato? Non abbiamo capito nulla e l’odio sul quale taluni hanno fatto successo, parlando alla pancia arrabbiata della gente, ha prodotto la fine dell’umanità, una sorta di bullismo adulto che distrugge chi è provato ed emotivamente debole.

Il pane negato a cinquant’anni. La condizione dello stato di lavoratore non è solo pane, ma soddisfazione e gratificazione. La consapevolezza che, attraverso il tuo impegno, sei utile alla società, sai che puoi soddisfare, nel tuo ambito, chi ha bisogno della tua professionalità, qualunque essa sia. Più qualcuno garbatamente ti ringrazia, anche se è dovuto ciò che fai, più ti senti vivo, produci, sei parte viva e attiva. Ogni mattina ti alzi e sai che devi compiere il tuo dovere che cammina a filo diretto con il tuo diritto, il diritto di vivere.

Qualcuno immagina cosa si prova quando, dopo trent’anni di lavoro, da un giorno all’altro, ricevi una lettera? La lettera che preannuncia il licenziamento, che suona come una condanna, la condanna del pane negato e con esso la condanna dell’inutilità della tua esistenza, non sei più necessario, solo tre mesi e poi devi inventarti il quotidiano.

Vivi il tuo dramma mentre l’autostima si frantuma, mentre ti senti inadeguato, insicuro e fragile, sei a lutto. Un lutto che devi elaborare ed è un processo intimo e devastante. Devi adattarti ad altri ritmi di vita che, di fatto, non sono più ritmi, ma il lento incedere di passi stanchi dal peso del fallimento, cammini a testa china, portando sulle esili spalle il peso dell’umiliazione.

Sai che sei in trappola, la trappola di una condizione difficile da ribaltare per ritornare vivo e utile, perché hai cinquant’anni e nessuno ti vuole. Mentre credi che potresti ancora spaccare il mondo ed essere non solo utile, ma necessario, il susseguirsi di porte sbattute in faccia ti scagliano in pieno viso una verità:

“Tutti sono utili, ma nessuno indispensabile”.

E mentre cerchi qualsiasi lavoro, anche il più umile, ti senti dire:

“Mandami tuo figlio”, ed è allora che quelle porte sbattute con tutto il carico del frastuono, quel frastuono che scuote l’anima e che fa vacillare quella certezza della tua utilità alla società, ti fa rivedere inutile, vecchia anzitempo, stanca e povera a cinquant’anni.

Misera e squallida guerra tra poveri, dove il ricco mangia il povero e il povero si scaglia contro l’altro povero. Che pena infinita e che squallore, la cattiveria gratuita della povertà dell’animo.

Foto tratta da rifondazione comunista firenze

 



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