Cosimo Gioia sulla crisi dell’agricoltura: sì agli interventi strutturali, ma serve anche la moratoria

Cosimo Gioia sulla crisi dell’agricoltura: sì agli interventi strutturali, ma serve anche la moratoria
6 febbraio 2019

Cosimo Gioia, titolare di un’azienda agricola nelle aree interne della Sicilia dove produce grano duro, si dice d’accordo sugli interventi strutturali sollecitati dal presidente di Confagricoltura Sicilia, Ettore Pottino. Ma illustra anche perché serve la moratoria, peraltro prevista dalle leggi   

da Cosimo Gioia (nella foto sotto, a destra)
riceviamo e pubblichiamo

In relazione all’articolo pubblicato su I Nuovi Vespri dal titolo: “La crisi dell’agricoltura, tra prezzi bassi e lo spettro di case e terreni venduti all’asta per quattro soldi!” (QUI L’ARTICOLO IN QUESTIONE) vorrei precisare che il mio disaccordo non riguarda gli interventi strutturali sollecitati dal presidente di Confagricltura Sicilia, Ettore Pottino, su cui sono perfettamente d’accordo. la questione è un po’ più complessa e proverò a sintetizzarla.

Parliamo da anni di valorizzazione dei prodotti autoctoni, di controlli sull’import di grano duro, dell’olio d’oliva tunisino, delle le arance tunisine, la salsa cinese etc… Mi pare che niente, a livello isolano, sia stato fatto, tranne un roboante controllo, all’inizio della legislatura, su una nave con grano Kazako poi rientrato… E poi silenzio assoluto…

Mi viene da dire: scrusciu di scupa nova…

Bisogna valorizzare i nostri prodotti, certamente, più salubri in tutti i modi possibili e mi pare che ne abbiamo parlato spesso. Il mio dissenso è dovuto alla contrarietà del presidente di Confagricoltura Sicilia, Pottino, alla moratoria di cui si accennava e sulla quale non si trova d’accordo.

Faccio presente che da tanti anni gli agricoltori siciliani, specie delle aree interne e, quindi, cerealicole lavorano in perdita, indebitandosi con banche e usurai vari. Il prezzo del grano duro, ormai da anni, non consente di pagare le spese di coltivazione, mentre il costo dei mezzi tecnici aumenta.

Ci sono agricoltori che operano nelle suddette aree interne della nostra Isola che, per tirare avanti, hanno dovuto ipotecare case e terreni per fare fronte ai pagamenti INPS, ai mutui bancari, all’ISMEA e via continuando. Gente disperata che chiede attenzione ed un po’ di protezione: cose che la politica, assolutamente disattenta a queste problematiche, non dà.

Gli eventi calamitosi di quest’anno hanno fatto il resto. Il 40% circa degli agricoltori ha dovuto lasciare i terreni incolti, il resto li ha mal seminati, con mezzi non idonei e, in molti casi, raddoppiando i costi di gasolio, manodopera, sementi e concimi.

Per non parlare dei costi che le aziende agricole dovranno sostenere per rimettere in sesto i terreni flagellati da frane e dalle alluvioni che si alternano alla siccità.

Ben vengano gli interventi strutturali, ma sappiamo bene che i risultati potranno venire, nei migliori dei casi, a medio termine. Oggi, però, bisognava immediatamente correre ai ripari. Come si può pensare che un agricoltore possa far fronte ai pagamenti di cartelle e quant’altro che arrivano quotidianamente? E’ un massacro totale! E poi, senza terreni, che se ne fa degli interventi strutturali di cui sopra?

E’ vero, è giusto: i debiti si devono pagare sempre, ma posticiparli di 24 mesi, in attesa che la situazione si normalizzi e gli interventi strutturali producano effetti mi pare indispensabile.

Preciso che i 24 mesi di moratoria sono molto importanti, sia perché possono dare agli agricoltori la possibilità di risolvere positivamente i problemi aziendali, sia nel caso in cui gli stessi agricoltori decidano di vendere una parte dei propri terreni per fronteggiare l’indebitamento. Perché un conto è vendere un terreno con l’acqua alla gola – che significa svenderlo – mentre altra e ben diversa cosa è vendere un terreno con calma, senza la necessità di realizzare in tempi brevissimi!

Allora mi chiedo e chiedo: vogliamo svendere le aziende in attesa del favorevole effetto di questi interventi strutturali (sui quali nutro molti dubbi, perché, con rispetto parlando, non vedo la politica particolarmente interessata ai problemi dell’agricoltura: mi auguro che le cose cambino, ma in questo momento sono un po’ pessimista), oppure blocchiamo tutto e aspettiamo di normalizzare la situazione?

Non per niente il legislatore, visto che l’agricoltore è soggetto ad eventi calamitosi non prevedibili e non può fare, quindi, bilanci di previsione ha definito la figura con la legge 2135 c.c. stabilendone la non fallibilità: che poi non significa niente, perché una volta che i terreni li ha persi cosa ha di diverso dall’imprenditore fallito?

La legge 185, poi modificata con la 102/04 agli artt. 5 -6 -7 recita, in maniera chiara che, in caso di stato di calamita, è previsto, dal Fondo di Solidarietà nazionale, tra le tante misure, anche il rinvio di 24 mesi dei pagamenti di cui ho accennato.

Questa, secondo me, è una misura urgentissima, in attesa che gli interventi strutturali producano effetti. O aspettiamo il prossimo suicidio?

A questo punto, visto che chiedere lo “Stato di calamità” spetta alla Regione mi domando se è stata presentata la richiesta: e se sì, che fine ha fatto? Le organizzazioni di categoria hanno chiesto di attivare questo stato e, quindi, l’applicazione della suddetta legge?

Foto tratta da economy sicilia

La crisi dell’agricoltura, tra prezzi bassi e lo spettro di case e terreni venduti all’asta per quattro soldi!

 



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