Francesco Crispi, lo ‘statista’ double face che represse nel sangue i Fasci siciliani dei lavoratori

Francesco Crispi, lo ‘statista’ double face che represse nel sangue i Fasci siciliani dei lavoratori
4 ottobre 2018

Di Francesco Crispi, voltagabbana e ‘padre’ degli ascari che ancora oggi infestano la politica siciliana (e, per certi versi, anche precursore del fascismo: non a caso di lui pensava molto bene Mussolini), oltre alle nefandezze commesse da politico, va ricordata anche la sua squallida vita privata che fu, come leggerete in questo articolo, un esempio da non imitare…

Ricorre oggi – 4 ottobre 1818-2018 – il bicentenario della nascita di Francesco Crispi. Notiamo un fervente prodigarsi in trionfalismi e celebrazioni da parte dei soliti storici di regime nei confronti di un personaggio biasimevole. Un uomo politico che, nella sua vita privata e pubblica, non fu, a ben vedere, un modello di virtù e, soprattutto, di coerenza. Di questo personaggio ricordiamo la sua capacità di rinnegare, per puro opportunismo da voltagabbana quale fu, tutti quegli ideali per cui all’inizio della sua vita politica si era battuto.

Da repubblicano a monarchico, da fervente sostenitore delle lotte dei contadini a nemico e oppressore degli stessi contadini siciliani. Durante la campagna garibaldina, nella Sicilia del 1860 – la ‘famigerata impresa dei Mille – scriveva decreti per assegnare le terre ai contadini per poi passare dalla parte della borghesia reazionaria. Sua la repressione dei Fasci Siciliani dei lavoratori quando decretò lo stato di assedio in Sicilia.

Ed a proposito dell’impresa dei Mille, il primo giugno 1860 fu, lui, segretario di Stato e teorico del governo garibaldino, che si rese protagonista, assieme a Domenico Peranni, allora ministro delle Finanze dello stesso governo, del saccheggio del Regio Banco di Sicilia. Fu allora che presero in consegna le somme custodite nel Palazzo delle finanze di Palermo: 5 milioni di ducati (l’equivalente di 82 milioni di euro dei nostri giorni ). Soldi trasferito in Piemonte per rimpinguare le esangui e dissestate ‘casse’ del Regno di Sardegna.

Si può dire che questo fu il primo atto di saccheggio e di spoliazione del Sud e della Sicilia ridotta a colonia. Una condizione che dura sino ai nostri giorni ed a cui il futuro Presidente del Consiglio del Regno d’Italia e della monarchia sabauda, Francesco Crispi, diede allora con quell’iniziale appropriazione indebita il suo peculiare contributo.

Un uomo dai tanti volti. Prima rivoluzionario, socialistizzante, repubblicano, cospiratore e antimonarchico; poi la metamorfosi in opportunista e voltagabbana: un tradimento che gli farà guadagnare la presidenza del Consiglio, diventando monarchico, reazionario, alleato della borghesia capitalista, repressivo, propugnatore degli stati d’assedio e persecutore delle classi lavoratrici ed operaie.

Come dimenticare il 22 ottobre 1894, quando in base alle leggi antianarchiche proposte dal suo Governo ed approvate dalla Camera nel luglio dello stesso anno, con le motivazioni dell’emergenza, venivano sciolte le organizzazioni del movimento operaio, i circoli, le sezioni socialiste e lo stesso Partito socialista? Verranno processati e condannati, tra gli altri, Filippo Turati e Camillo Prampolini, esponenti radicali e socialisti. I provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza erano la servile risposta di Crispi alle aspettative della borghesia e del re e della necessità di una “mano forte” e repressiva nella situazione di turbamento economico e sociale dell’Italia dell’epoca.

Allo scioglimento del Partito socialista farà eco, in Sicilia, lo scioglimento e la repressione dei Fasci dei lavoratori. E alla luce di tutto questo, non a caso, la figura di Francesco Crispi fu celebrata durante il fascismo per l’ammirazione che ne aveva di lui Benito Mussolini.

Tutt’altra l’opinione di Antonio Gramsci, che accusò Crispi di autoritarismo, bellicismo ed imperialismo, nonché – e non aveva tutti i torti – di essere il vero precursore del regime fascista. E proprio sul bellicismo e sull’imperialismo che Crispi chiuse la sua biasimevole carriera politica.

La battaglia di Adua, dell’1 Marzo 1896 e la sconfitta italiana ad opera del Negus abissino Menelik posero fine ai sogni coloniali ed imperialisti di Francesco Crispi che, dopo essersi dimesso da Presidente del Consiglio, abbandonerà la politica morendo a Napoli il 12 agosto 1901.

Non da meno della sua vita pubblica biasimevole e censurabile di voltagabbana fu poi, analogalmente, quella privata, con riferimento ai suoi comportamenti senza scrupoli ed abietti nei confronti della sua compagna di ideali e di lotte, Rosa Montmasson, divenuta poi sua moglie nel 1853 a Malta (di cui di recente è stato scritto un interessante libro: “La ragazza di Marsiglia”) e successivamente ripudiata.

Rosa Montmasson fu l’unica donna che prese parte alla spedizione dei Mille appunto al seguito di Francesco Crispi. I due si erano conosciuti a Torino nel 1849 durante l’esilio piemontese del futuro capo del Governo italiano. I due, poi, erano riparati a Malta nel 1853 dove si erano sposati.

Sin dall’inizio la Montmasson aveva condiviso le idee rivoluzionarie e repubblicane del Crispi seguendolo ovunque. Dopo l’impresa dei Mille e la nomina a deputato del marito seguirono alcuni anni di vita relativamente tranquilla. Tranquillità terminata qualche tempo dopo il trasferimento della coppia a Roma, quando venne ripudiata da Crispi, il quale denunciò l’irregolarità del matrimonio contratto a Malta.

Il motivo di litigio tra i due, probabilmente, fu il voltafaccia di Crispi che abbandonò i repubblicani per schierarsi con i monarchici; una scelta che nella visione di Rosa dovette apparire come un tradimento dei compagni di tante avventure e degli ideali per i quali avevano combattuto e in cui lei aveva creduto.

Il 26 gennaio 1878, Francesco Crispi prese in moglie Lina Barbagallo, nobile giovane leccese, dalla quale aveva avuto una figlia cinque anni prima. Il matrimonio provocò un grande scandalo. Una vicenda culminata in un processo per bigamia nel quale Crispi venne assolto, avendo i giudici accertata l’irregolarità formale del matrimonio maltese, dovuta al fatto che il prete celebrante fosse in quel momento sospeso a divinis. Una sospensione successivamente dimostratasi inesistente.

Rosa Montmasson rimase a Roma sola, povera ed abbandonata da tutti, colpevole solo di aver creduto ad un voltagabbana e ad un opportunista, sopravvivendo con la pensione assegnata ai Mille. Morì a Roma il 10 novembre del 1904 in assoluta povertà, tanto che la sua salma venne tumulata in un semplice loculo, concesso gratuitamente dal Comune nel cimitero del Verano ove ancora riposa.

I celebratori dell’anniversario del bicentenario della nascita di Francesco Crispi di tutto questo se ne facciano una ragione, ma soprattutto se ne facciano una ragione di che pasta era fatto il loro ‘eroe’.

Foto tratta da biografieonline.it 



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