Vincenzo Di Bartolo, il navigatore di Ustica che sfidò inglesi e olandesi sui mari del mondo

Vincenzo Di Bartolo, il navigatore di Ustica che sfidò inglesi e olandesi sui mari del mondo
19 settembre 2018

La storia di un grande siciliano nativo dell’Isola di Ustica. Navigatore eccellente, Vincenzo Di Bartolo raggiunse con il suo brigantino l’Indonesia e Sumatra, aprendo la ‘Via del pepe’. Da allora lo Stato delle Due Sicilie non fu più obbligato a subire i prezzi imposti dalle Compagnie Indiane Orientali inglesi, olandesi, danesi e svedesi

di Domenico Iannantuoni

Mia madre mi accompagnò a scuola, anche se ormai spesse volte questa la raggiungevo da solo, perché quella mattina aveva degli impegni presso la sartoria che stava lì vicino e forse mi avrebbe aspettato fino all’orario di uscita. Mentre camminavamo non parlai mai perché i miei pensieri andavano continuamente alla bella lettera di mio padre.

Giunto a scuola baciai mia madre e distrattamente entrai. Ma quel giorno sarebbe stato per me e per tutti i miei compagni un giorno veramente speciale.

Il mio maestro sbrigò in fretta le rituali formalità, attese un paio di minuti per veder entrare Antonio Loffredo (sempre in ritardo canonico) poi, si avvicinò alla porta e si rassicurò che fosse veramente chiusa. Con fare coinvolgente della sua mimica si avvicinò a noi camminando in punta di piedi e pose il dito indice sulle sue labbra in posizione verticale emettendo un sibilante – Sssssssssh – segno di richiesta di silenzio totale.

Poi a bassa voce ci disse:

“Oggi ragazzi, è una giornata speciale… la giornata del racconto mensile!”.

Rimanemmo tutti di stucco e silenti. Il maestro proseguì:

“Oggi vi parlerò, anzi vi leggerò di un grande uomo delle Due Sicilie che risponde al nome di Vincenzo di Bartolo…ma mi raccomando, massimo silenzio per avere la vostra massima attenzione”.

Poi aprì un libro di una certa dimensione e iniziò a leggere:

“Vincenzo Di Bartolo nacque ad Ustica (PA) nel 1802 e vi morì nel 1849. Egli fu un grande navigatore ancora oggi orgoglio della nostra marina Duo-siciliana.

Il padre Ignazio e sua madre Caterina Pirera, fecero non pochi sacrifici per fargli frequentare il pregiatissimo Istituto Nautico di Palermo. Poi Vincenzo, finita la scuola nautica, iniziò a navigare con impegni sempre nuovi e con armatori diversi. Egli però era anche un vero navigatore internazionale ed osservava come le grandi potenze del Nord Europa avessero formato un monopolio su alcuni prodotti delle terre lontane e principalmente quelle asiatiche.

Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca e Svezia avevano fondato tutte una propria Compagnia delle Indie orientali e stabilito così una specie di ‘cartello’ monopolistico per la vendita di tutte le spezie. Tra queste vi era una spezia molto importante per noi: il pepe nero! Esso era venduto a cifre elevatissime dalle Compagnie delle Indie delle nazioni sopra richiamate costringendo gli Stati a loro vassalli ad un vero e proprio salasso economico.

Il pepe non veniva usato solo per le sue caratteristiche culinarie, ma soprattutto perché la sua funzione negli alimenti era quella di coadiuvarne la loro conservazione. Aprire una via del ‘pepe’ che fosse solo dello Stato delle Due Sicilie rimase il suo cruccio fondamentale per diversi anni, finché trovò maniera di far conoscere questa sua idea all’Ammiraglio della Marina mercantile delle Due Sicilie.

L’ipotesi giunse quindi sul tavolo del re Ferdinando II, il quale ne rimase favorevolmente colpito, e direi addirittura entusiasta. Quindi approvò il progetto, ma con pochi denari. Mise a disposizione del capitano Vincenzo Di Bartolo uno stipendio fisso, ma non gli garantì quello per la ciurma. Quindi gli concesse in uso il brigantino Elisa da 248 tonnellate di stazza. Ma al resto dei soldi doveva pensarci Vincenzo di Bartolo il quale, anziché annichilirsi, rimase felicissimo dell’intenzione di Ferdinando II.

Procurarsi i soldi per lui era semplicissimo avendo a disposizione una nave.
Contattò di lì a poco alcune aziende siciliane e calabresi dedite alla produzione del sapone derivato dall’olio lampante d’oliva. Questo era un pregiatissimo prodotto di cui le Due Sicilie andavano veramente fiere, e con queste aziende egli stabilì un pagamento della merce a vendita avvenuta, cioè al ritorno dal viaggio. Assunse poi una ciurma esperta di navigazione con promessa di pagamento a viaggio effettuato e a Palermo non ebbe difficoltà a trovarla.

Caricò il suo brigantino e con le armi delle Due Sicilie spiegate al vento salpò da Palermo diretto a Boston, in America del Nord. In America la fame di sapone era nota a tutti gli europei e le Due Sicilie erano la prima potenza industriale produttrice d’Europa. 

Giunto che fu a Boston, gli advisor portuali comprarono tutto il carico del Di Bartolo, ad ottimo prezzo, e questi, quasi subito, tornò a Palermo gioioso e pieno di dollari.

A Palermo, Vincenzo di Bartolo subito si recò presso la sede del Banco di Sicilia (Socia del Banco delle Due Sicilie) per farsi cambiare i dollari in ducati, saldò tutti i suoi debiti verso i produttori di sapone e della ciurma, ma gli rimase a disposizione ancora una cospicua cifra per il suo viaggio verso le Indie Orientali. Era raggiante.

Sapendo che le acque di Sumatra e dell’Indonesia in genere erano pullulanti di navi pirata, fece dipingere il brigantino con i colori di una nave da guerra ed all’uopo montò a prua una piccola colubrina che fosse ben visibile.
Caricò dunque il vascello di tutte le produzioni tipiche delle Due Sicilie, quali vasi e ceramiche, specchi, sete, lane e tessuti, scacciapensieri e strumenti musicali, ed una gran quantità di ciò che noi chiamiamo cianfrusaglie, ma di impatto per una eventuale compravendita.

Poi lanciò il bando per la ciurma, ancora di dodici persone, ma questa volta la selezione fu più accorta e predilesse chi aveva già fatto qualche circumnavigazione dell’Africa.

Completato l’equipaggio e stabiliti i salari, si dedicò con il suo vicecomandante appena nominato ai rifornimenti di acqua e vino e quindi dei viveri tra cui predilesse arance, mandarini, mele “annurca” e Cotogne e altre mele dolci e frutte di stagione durevoli, molti boccacci di frutta conservata e fichi secchi. Quindi farina per una buona panificazione di bordo e pasta secca in abbondanza, salumi e formaggi dei colli Nebrodi siciliani in gran quantità. Non mancarono diversi barili di buono e forte vino nero e bianco di sicilia e quindi di “Marsala”ed acqua a iosa.

Sul molo, al momento di salpare, si raccolse una gran quantità di gente ed anche una banda musicale di Palermo che rallegrò il saluto ai nostri viaggiatori con l’inno al Re.

Il viaggio iniziato in un giorno di aprile fu bellissimo e gli scali per approvvigionarsi di acqua fresca furono alle Canarie, a Capo Verde, a Città del Capo, e quindi fu affrontato il tratto più lungo del viaggio con arrivo a Sumatra, dopo soli 68 giorni di navigazione; era il primo di luglio del 1839!

Era la prima volta che un veliero del Regno delle Due Sicilie si spingeva così lontano nelle Indie Orientali, rompendo il monopolio del commercio del pepe mantenuto sino a quel momento da marine mercantili potenti e agguerrite come quelle inglese e olandese. Marine che non avevano certo a cuore un libero scambio di prodotti come lo era nella mente del nostro comandante.

Vincenzo di Bartolo ed il suo equipaggio furono accolti con gentilezza dagli indigeni i quali apprezzarono subito lo scambio di doni con gioia e festosità. Una nota particolare va al grande apprezzamento non solo dei tessuti e dei manufatti in genere quanto al gusto eccellente dei prodotti alimentari delle Due Sicilie. Gusto unico al mondo!

In breve dunque la porzione sud occidentale dell’isola di Sumatra iniziò la raccolta del ‘pepe nero’ e della ‘noce moscata’ e di altre spezie sconosciute al di Bartolo, ma un problema sopraggiunse immediatamente: il carico era leggerissimo e il brigantino non avrebbe retto il mare.

Anche in questo caso l’amicizia del capo-villaggio fu tale che in breve furono portate al porticciolo grandi quantità di prodotti di Sumatra tra i quali non mancavano oro e pietre preziose che nella loro cultura non rappresentavano grande valore commerciale. La parte bassa della stiva fu colmata con questi preziosi doni e sopra questi trovarono alloggio le leggere spezie.

Dopo pochi giorni il comandante Vincenzo di Bartolo, salutati i responsabili degli indigeni e stabiliti con loro rapporti di commercio continuativo, volse la prua all’oceano indiano ed iniziò il viaggio di rientro. Verso il finire del mese di ottobre dello stesso anno 1839 il porto di Palermo era già visibile all’orizzonte.

La gioia ed il tripudio di gente, al suo ingresso in porto, fu enorme. Anche il vicerè delle Due Sicilie si aggiunse alle personalità di spicco cittadine. Tutta la notte fu poi rischiarata da bellissimi fuochi d’artificio e a Di Bartolo ed al suo equipaggio fu donata una ricchissima cena di ‘bentornato’.

La via del “pepe”, autonoma ed autarchica, era aperta definitivamente e lo Stato delle Due Sicilie non fu più obbligato da quel giorno, a subire i prezzi imposti dalle Compagnie Indiane Orientali inglesi, o olandesi, o danesi, o svedesi.

Il pepe nero, di ottima qualità, entrò quindi a prezzi minimi, oserei dire insignificanti fino ad allora, nelle produzioni alimentari casearie e dei salumi per la loro conservazione, nonché grande fu l’uso in cucina e nella farmacia delle Due Sicilie.

Ferdinando II nominò il comandante Vincenzo di Bartolo Ammiraglio della marina mercantile. Egli fece molti altri viaggi verso l’Indonesia e Sumatra non solo a carattere commerciale ma anche diplomatico. A lui, inoltre, dobbiamo riconoscere l’apertura delle ambasciate delle Due Sicilie in quei Paesi dell’estremo oriente”.

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