La Prima guerra mondiale? Inutile come i Savoia che la imposero all’Italia!

La Prima guerra mondiale? Inutile come i Savoia che la imposero all’Italia!
31 luglio 2018

Della Grande guerra, che costò all’Italia 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati (in buona parte meridionali) è responsabile Vittorio Emanuele III di Savoia, che la impose al nostro Paese contro la volontà del Parlamento. Non solo l’Italia tradì i propri alleati della Triplice, ma ottenne, alla fine, quello che avrebbe potuto ottenere senza spargimento di sangue. Un’altra delle tante pagine nere di casa Savoia

Sono in itinere i preparativi per le manifestazioni celebrative del centenario (1918-2018) della grande guerra che il prossimo novembre si terranno in diverse città italiane. Novembre mese appunto in cui si concluse nel 1918 vittoriosamente lo sforzo bellico dell’Italia contro l’Austria e sancito dal bollettino di guerra n. 1268 pubblicato alle ore 12 del 4 novembre a firma del comandante supremo del Regio Esercito Armando Diaz che così recitava:

“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.

Un bollettino celebrativo e trionfalistico di una vittoria che costò all’Italia, in quel mattatoio senza fine che fu appunto la Grande guerra, 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati.

Morti, feriti e mutilati: la maggior parte di questa “carne da macello” era composta da meridionali. Una strage che poteva essere evitata se fosse prevalso il buon senso, anziché mandare al massacro per il disegno criminale di coloro che, Vittorio Emanuele III in testa contro la volontà del Parlamento e della maggioranza degli italiani, volevano la guerra ad ogni costo.

E’ bene, per questo, raccontare e documentare quelle verità nascoste che come al solito i libri di storia e i testi scolastici ci hanno sempre occultato. L’Italia allo scoppio della grande guerra il 28 luglio del 1914 era vincolata dal patto della Triplice alleanza con Germania e Austria, patto militare difensivo sancito nel 1882, che obbligava questi tre Paesi ad intervenire a difesa uno dell’altro nel caso uno dei contraenti fosse stato aggredito.

Allo scoppio della guerra nel luglio del 1914 l’Italia, pronta a saltare il fosso, con il solito opportunismo che l’ha sempre contraddistinta, si tirerà fuori dalla Triplice alleanza con Austria e Germania e, in attesa degli eventi, assumerà una posizione di neutralità, che durerà sino al 23 maggio 1915, giorno in cui dichiarerà guerra al suo precedente alleato, ovvero all’Impero Austro-Ungarico che si era dichiarato disponibile a vantaggiose concessione territoriali a patto che l’Italia non entrasse in guerra contro gli imperi centrali.

Ma che cosa era successo e quali furono gli avvenimenti che intercorsero in quei dieci mesi tra lo scoppio della grande guerra il 28 luglio del 1914 e l’entrata nel conflitto dell’Italia sino allora neutrale il 23 maggio del 1915? Furono mesi in cui l’ Italia, pronta ad offrirsi al miglior offerente, veniva blandita e tirata dalla “giacchetta” dagli imperi centrali da un lato e dalle potenze alleate dell’intesa dall’altro.

I primi – Austria-Ungheria e Germania, con cui l’Italia come detto aveva a suo tempo sottoscritto il patto di non aggressione della Triplice alleanza – spingevano e si auguravano, per non essere costretti ad aprire un ulteriore fronte di guerra, che l’Italia rimanesse neutrale, offrendo in cambio al governo italiano vantaggiosissime concessioni territoriali che avrebbero consentito, senza spargimento di sangue, il completamento del processo di Unità nazionale.

I secondi – i Paesi dell’ Intesa con Francia e Inghilterra in testa – al contrario spingevano con tutti i mezzi perché l’Italia entrasse in guerra per aprire così un nuovo fronte sul versante italiano e mettere in difficoltà gli imperi centrali e, in primo luogo l’Austria, offrendo a loro volta a guerra conclusa altrettante e vantaggiose concessioni territoriali.

Furono mesi di attesa, dal luglio del 1914 al maggio del 1915. Trattative che andavano avanti mentre nel Parlamento, nel Paese e nelle piazze, senza esclusione di colpi, si accendevano e si consumavano gli scontri tra neutralisti ed interventisti.

Uno dei più convinti sostenitori della neutralità fu, in quei frangenti, Giovanni Giolitti, che tra l’altro su questa sua linea della neutralità godeva di un’ampia maggioranza in Parlamento e nel Paese e per la qual cosa subì duri e violenti attacchi da parte degli interventisti che arrivarono al punto di minacciarlo fisicamente fin sotto la sua abitazione romana.

Giolitti, mentre il capo del governo, Antonio Salandra, sotto traccia segretamente lavorava per un accordo con i Paesi dell’Intesa che si concluderà con la firma del patto di Londra del 26 Aprile del 1915, convinto della debolezza militare dell’Italia, credeva a ragion veduta che la strada migliore fosse quella della trattativa diretta con l’Austria al fine di ottenere “parecchio”(consistenti concessioni territoriali) senza entrare in una sanguinosa guerra che avrebbe portato lutti e tragedie, come del resto poi avvenne.

Giolitti in buona sostanza era fermamente convinto che l’Italia, rimanendo fuori dal conflitto, avrebbe potuto ottenere, senza spargimento di sangue, il soddisfacimento di tutte le sue rivendicazioni territoriali. Di Giolitti e dell’età giolittiana gli storici dovrebbero farne una opportuna rivalutazione anziché continuare a descriverlo, per un episodio a se stante, da sempre come il “Ministro della malavita”.

Con la firma del patto di Londra da parte del Presidente del Consiglio Salandra, il 26 aprile del 1915 l’Italia si schiera con le forze dell’Intesa e scende in guerra contro i suoi ex alleati della Triplice alleanza, Germania ed Austria. Invano ai primi di Maggio del 1915 la diplomazia austriaca offrirà sino alla fine generosissime concessioni territoriali al governo italiano quali: la cessione del Trentino e di tutta la riva occidentale dell’Isonzo, la sovranità su Valona e sull’isola di Saseno, l’autonomia del porto e della città di Trieste, nell’ambito della duplice monarchia (Italiana e austriaca) e la possibilità di un accordo su Gorizia e le isole dalmate.

Era il massimo o per meglio dire il “parecchio” come lo definiva Giolitti, che l’Italia poteva ottenere e non ottenne perché il governo Salandra tramite l’ambasciatore a Londra il marchese Guglielmo Imperiali aveva segretamente già firmato il 26 aprile del 1915 il patto di Londra e non si poteva più tornare indietro e il problema fondamentale, per lui, era quello di trovare il consenso necessario nel Paese e nelle forze politiche per entrare in guerra e tutta la sua azione fu rivolta a questo fine.

Ma Il 13 maggio 1915, preso atto che il governo era in minoranza e la maggioranza della Camera decisamente neutralista, rassegnò le dimissioni. Falliti tutti i tentativi di formare un nuovo governo la situazione veniva rimessa nelle mani del re Vittorio Emanuele III che era notoriamente favorevole alla guerra. E la guerra divenne inevitabile e così il 23 Maggio viene inviata la dichiarazione di guerra all’Austria.

In buona sostanza, la drammatica e criminale conclusione fu che Salandra e il suo governo, tramando in segreto con il re alle spalle del Parlamento e del Paese, riuscirono a trascinare l’Italia in guerra. E sarà, come avvenne, una guerra funesta, non solo per lo sproporzionato tributo di vite umane e di mezzi che essa richiederà al Paese, ma per gli effetti sconvolgenti che avrà successivamente sull’assetto della società italiana con l’avvento del fascismo.

A questo punto, come spesso si suole dire, la storia non si fa con i se e con i ma. Ma se il governo italiano e il re avessero accettato le convenienti concessioni territoriali che l’Austria ex alleato aveva insistentemente offerto perché l’Italia non entrasse in guerra, alla fine del conflitto non ci sarebbero stati certamente più di 650 mila morti e più di 2 milioni di feriti e di mutilati con contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. ‘Carne da macello’ fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni.

Una guerra inutile, una “inutile strage” come ebbe a definirla il papa di allora, Benedetto XV°, e che, a quanto abbiamo visto, si poteva responsabilmente e con buon senso evitare e che ricade sulla coscienza di chi, come il re Vittorio Emanuele III di Savoia, il suo stato maggiore il governo e i politici guerrafondai non si fecero scrupolo di mandare al massacro la migliore gioventù di quel tempo.

E se l’Italia, alla vigilia delle guerra, allora avesse accettato le concessioni territoriali offerte dall’Austria che poi, per vastità e dimensioni, non si discostarono di molto da quei territori conquistati alla fine della guerra con il sacrificio di milioni di vittime non saremmo a celebrare il prossimo novembre il centenario (1918-2018 ) di una vittoria che costò un altissimo prezzo in vite umane a centinaia di migliaia di famiglie italiane. Di celebrare quell’inutile massacro che passò alla storia con il nome di “vittoria mutilata” ne avremmo fatto e ne faremmo oggi volentieri a meno.

Foto tratta da meteoweb.eu 



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