4 aprile del 1860: la rivolta della Gancia apre la porta a Garibaldi e ai picciotti della mafia

4 aprile del 1860: la rivolta della Gancia apre la porta a Garibaldi e ai picciotti della mafia
4 aprile 2018

Grande pietà cristiana per le ‘tredici vittime’ di Palermo. Ma non bisogna dimenticare che dietro la rivolta della Gancia c’erano sì i ‘liberali’, ma c’erano anche i mafiosi con i quali i ‘rivoluzionari’ della Sicilia che volevano cacciare il Borbone si erano messi d’accordo. Picciotti che verranno poi contattati da Rosolino Pilo e da Giovanni Corrao per metterli al servizio di Garibaldi, a propria volta al servizio dei Savoia nella prima trattativa tra Stato e mafia. Tutto questo alla fine per che cosa? Per consegnare la Sicilia e il Sud a una dinastia sgarrupata, banditesca e criminale

“All’erta tutti ppi lu quattru aprili, sangu ppi sangu,nni l’avemu a fari, sta sette impia l’avemu a finiri, la Sicilia l’avemu a libbirari”.

Queste erano le parole d’ordine che il 4 aprile di 157 anni fa i congiurati del convento della Gancia cantavano a squarciagola agli ordini dei capipopolo Francesco Riso, mastro fontaniere, e Salvatore La Placa, sensale di bovini. Era la fine di febbraio del 1860 quando il comitato liberale i cui autorevoli rappresentanti erano Michele Amari, Filippo Cordova, il marchese di Torrearsa, Mariano Stabile, Matteo Reali, Vito D’ondes Reggio contattarono appunto Francesco Riso e Salvatore la Placa, due capipopolo in grado, grazie al loro ascendente, di raggruppare gente sveglia e pronta a menar le mani.

Poi fu necessario incontrare i baroni e, attraverso loro i vari gabelloti di riferimento, vennero messe a punto le operazioni che portarono, inevitabilmente, ad accordi con la mafia per preparare e favorire lo sbarco di Garibaldi.

Racconta il barone Brancaccio di Carpino, a proposito del reclutamento dei volontari da arruolare:

“Era dura necessità reclutare gente di ogni risma, vi si era costretti da forza maggiore, e non potendo essere arbitri della scelta si doveva accogliere tutti coloro che dicevano di essere pronti alla scelta”.

E in tal senso che vennero reclutati, con i loro picciotti ed adepti, alla bisogna ed alla scelta dagli autorevoli rappresentanti del comitato liberale i già citati capipopolo Francesco Riso e Salvatore La Placa.

Il 4 aprile del 1860, dunque, era il giorno fissato per l’nsurrezione. Quale centro delle operazioni fu scelto un convento di frati minori Osservanti della Gancia dove il Riso, da qualche tempo, aveva cominciato, ad ammassare armi e munizioni.

Nella notte tra il 3 e il 4 aprile i rivoltosi – una sessantina circa – si introdussero nel convento, dove attesero il mattino per dare inizio all’insurrezione. Alle 5, infatti, il suono a stormo delle campane della chiesa, che avrebbe dovuto fungere da segnale anche per i gruppi armati appostati sulle montagne, diede avvio ai primi colpi d’arma da fuoco.

Il capo della polizia di Palermo dell’epoca, Salvatore Maniscalco, non si fece, però, trovare impreparato. Egli, infatti, informato il giorno prima da un confidente, aveva fatto appostare i militari borbonici del 6º Reggimento di linea nei pressi del convento. I soldati penetrarono nel convento soffocando sul nascere l’insurrezione. Tra i rivoltosi si contarono 20 vittime. Francesco Riso, ferito, morì in ospedale. Altri 13 uomini furono tratti in arresto.

Si salvarono due cospiratori: Gaspare Bivona e Francesco Patti che, trovandosi nel convento, si nascosero sotto i morti e riuscirono quindi a fuggire tramite un foro praticato sul muro esterno da allora chiamato Buca della salvezza.

Nei giorni successivi, in città, si fecero preoccupanti le avvisaglie di una nuova sollevazione e ciò contribuì a rendere esemplare la sentenza per i rivoltosi della Gancia che furono tutti fucilati, senza processo, il 14 aprile 1860, malgrado Francesco II fosse propenso alla grazia.

In quella esecuzione accadde un fatto che si può definire eccezionale. Alla doppia scarica di fucileria sopravvisse uno dei cospiratori, Sebastiano Camarrone, che fu finito crudelmente con un colpo alla testa. La stessa cosa accadrà a Bronte a Fraiunco, lo scemo del villaggio: messo al muro dagli uomini di Nino Bixio e sopravvissuto alla scarica di fucileria, verrà finito con un colpo alla fronte dall’ ‘eroico’ generale garibaldino.

E fu nei giorni successivi ai fatti della Gancia che tornarono in Sicilia Rosalino Pilo e Giovanni Corrao “i dioscuri del ’60” per preparare lo sbarco di Garibaldi, tenendo accese le tensioni rivoluzionarie, ma soprattutto i collegamenti con le bande mafiose. Furono, in quel periodo, numerosi i summit che i due tennero in vari paesi per la mobilitazione dei picciotti di mafia e dei loro capi.

“E senza l’aiuto determinante della mafia – come dice lo storico Giuseppe Carlo Marino nel suo libro Storia della Mafia – Garibaldi in Sicilia non avrebbe potuto fare molta strada”.

Si può dire che le disgrazie della Sicilia cominciarono in quel lontano 4 Aprile del 1860 quando i due capipopolo Francesco Riso e Salvatore La Placa accesero una miccia che, con la venuta di Garibaldi e con la conquista della Sicilia costò, sino ai nostri giorni, lacrime e sangue alla nostra povera terra.


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