Un’Ars senza soldi si interroga sul nulla in attesa dell’inciucio romano Renzi-Berlusconi

13 febbraio 2018

Il problema è che se a Roma PD e Forza Italia, dopo le elezioni politiche del 4 marzo, non saranno nelle condizioni di dare vita a un ‘Governo delle larghe intese’ (o dell’inciucio), per la Regione i problemi diventeranno serissimi. In questo momento Musumeci, Armao e compagni non sono nemmeno in grado di portare in Aula il Def. Così Sala d’Ercole gira a vuoto. Cateno De Luca vuole abolire le Camere di Commercio

Assemblea regionale siciliana: ancora nessuna notizia della nuova manovra economica e finanziaria 2018. Unica novità: la scomparsa del ‘disavanzo’ di 5 miliardi e 900 milioni di euro: cifra venuta fuori da chissà dove, che esiste solo nelle teste di chi ha inventato questo numero. In realtà, all’appello, per far quadrare i conti della prossima manovra, mancherebbero solo 400 milioni di euro. Ciò non significa che mancherebbero solo questi soldi, perché ormai tra quello che viene scritto nel Bilancio e nella Finanziaria e la realtà non c’è più alcuna coincidenza.

Il vero dato politico è che non ci sono soldi. Le ‘casse’ della Regione consentono di tirare a campare con il Bilancio in dodicesimi, ma non consentono di approvare la legge regionale di Stabilità 2018. E non danno la possibilità al Parlamento siciliano di approvare leggi di spesa.

E’ questo il motivo per il quale l’Assemblea regionale siciliana si riunisce per discutere solo di questioni che non prevedono spese: solo parole, spesso chiacchiere inutili.

Uno di questi argomenti da salotto, ad esempio, è la norma che avrebbe consentito ai sindaci delle città con meno di 5 mila abitanti di farsi eleggere per la terza volta (per ora i mandati sono due). La norma è stata ‘bocciata’ dalla prima Commissione legislativa (Affari istituzionali) tra gli ‘strali’ del capogruppo di Forza Italia, Giuseppe Milazzo, sponsor del provvedimento. Vi risparmiamo i commenti dei vari deputati.

Un’altra questione che tiene banco è l’abolizione della doppia preferenza di genere, proposta sempre da Milazzo: altra occasione per le chiacchiere: quello è d’accordo, quella è contraria e bla bla bla.

Nei fatti, la doppia preferenza di genere, nei Comuni siciliani, è stata un fallimento. Utilizzata non per valorizzare le donne in politica, ma per consentire ai candidati maschi di ‘usare’ le candidate donne per i propri interessi di bottega (COME POTETE LEGGERE QUI).

Nel complesso, ‘aria fritta’. L’unica cosa seria da fare sarebbe quella di chiedere al presidente della Regione, Nello Musumeci, e all’assessore all’Economia, Gaetano Armao, di portare in Aula il disegno di legge su Bilancio e Finanziaria.

Ma, da quello che si capisce, se ne parlerà dopo le elezioni politiche nazionali del prossimo 4 marzo. Il perché è presto detto: se Renzi e Berlusconi riusciranno a varare il Governo dell’inciucio (chiamato pomposamente ‘Grande coalizione’), la Regione siciliana potrebbe riuscire a varare una manovra accettabile sotto il profilo formale (i soldi mancherebbero comunque).

Se, invece, Renzi e Berlusconi, nel futuro Parlamento romano, non avranno una maggioranza – ed è la cosa più probabile – lo scenario per la Sicilia si complicherà e l’Ars dovrà approvare il solito Bilancio con i ‘buchi’.

In questo secondo scenario i primi a farne le spese saranno le ex Province e i Comuni.

Le prime – questa volta per davvero – rischierebbero la chiusura, a meno che non vengano messi in atto ‘magheggi’ contabili per finanziarle, in modo improprio, con i fondi europei (in pratica, con una ‘distrazione’ di fondi).

I Comuni siciliani, invece, sono già nel caos. Lo scorso anno il Fondo regionale per le Autonomia locali, da 340 milioni di euro, è stato ridotto a 280 milioni di euro. Un taglio folle, irrazionale, se è vero che questo Fondo, nel giro di pochi anni, è passato da 900 milioni di euro circa ai già citati 340 milioni di euro.

Siccome lo scorso anno gli ‘ascari’ che governavano la Regione si sono fatti scippare altri soldi da Roma, il vecchio Governo e la vecchia Assemblea regionale siciliana hanno pensato bene di tagliare altri 60 milioni di euro ai Comuni!

Non solo. Dei 280 milioni di euro del 2017 la Regione ha erogato 210 milioni di euro circa. Così, quest’anno, i Comuni dell’Isola non hanno ancora ricevuto né i 280 milioni del 2018, né i 70 milioni di euro di arretrati.

Direte: come fanno ad andare avanti i Comuni senza soldi? Risposta: ‘spremendo’ i cittadini, in primo luogo elevando al massimo tasse e imposte comunali. E siccome non bastano, ecco i fantasiosi autovelox, poi le ZTL (non è solo Palermo ad averla istituita), le multe a ripetizione per i commercianti (questa è una leva importante, perché questi ultimi, per non chiudere, sono costretti a pagare subito), contravvenzioni varie, una parte dell’IMU, l’Imposta di soggiorno (che alla fine scoraggia i turisti: ma che importa?) e altre diavoleria varie.

Bastano queste penalizzazioni ai cittadini a tenere in piedi i Comuni? No. Ecco che vengono così tagliati i servizi: a cominciare dalle strade, quasi tutte scassate. Poi i tagliai trasporti. Quindi i tagli alle categorie deboli, che sono quelle che non si possono difendere: anziani, disabili (che a Palermo, in verità, lo scorso anno hanno scatenato un finimondo: parliamo dei disabili gravi).

I Comuni – questo gli va riconosciuto – salvano solo i debiti fuori Bilancio: un metodo collaudato che serve per pagare gli amici: ma questo non si deve dire… (si fa e basta).

Certo, in tutto questo il Governo Musumeci potrebbe far arrivare a Sala d’Ercole il Def, il Documento di economia e finanza (che ha preso il posto del Dpef, il Documento di programmazione economica e finanziaria.

L’ex assessore-commissario Alessandro Baccei ne ha presentato uno. Che al Governo Musumeci non piace. Dovrebbe essere riscritto. Ma, evidentemente, almeno in questo momento, Musumeci, Armao e compagni non sono nemmeno nelle condizioni di approntare tale documento. E questo dà la misura della confusione che sussiste in Sicilia in materia di conti pubblici.

Le cronache registrano anche una presa di posizione sulle Camere di Commercio del parlamentare Cateno De Luca:

“Dobbiamo chiederci se l’attuale sistema delle Camere di Commercio sia ancora rispondente alle necessità del nostro sistema imprenditoriale e soprattutto se sia ancora uno strumento al passo con i tempi. Perché continuare a costringere il piccolo imprenditore a recarsi fisicamente agli sportelli quando viviamo ormai nel tempo delle banche dati online e della accessibilità? Credo sia giunto il tempo di avviare una riflessione se questo sistema delle Camere di Commercio abbia ancora una ragione di esistere”.

Insomma, da quanto si capisce Cateno De Luca vorrebbe sbaraccare le camere di Commercio dell’isola. E infatti immagina “un’unica struttura regionale, cercando di valutare attentamente quali servizi far gestire e come gestirli, abolendo articolazioni territoriali che non hanno più una ragione se non quella di dare medagliette prive di utilità per il territorio e per le imprese”.

Per De Luca, al di là della forma organizzativa, occorre fare chiarezza sui compiti che si vuole affidare al sistema Camerale:

“Concordo – dice – sulla necessità di chiudere la fase di quelle che qualcuno ha chiamato ‘le Repubbliche indipendenti’, e lavorare verso la costituzione di un ente o al massimo due enti. Ma credo che dobbiamo fare chiarezza a monte: dobbiamo chiarire che un nuovo Sistema Camerale, quale che sia la sua forma organizzata, deve rispondere alle necessità degli utenti e dell’impresa. Anche in questo caso, mettendo a frutto la capillarità degli sportelli per le attività produttive dei Comuni ed unendolo all’accessibilità telematica, si può realizzare una rete più diffusa, ma allo stesso tempo più efficace di quella esistente”.

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