10
Gen
2017
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Burkina Faso: basta cotone OGM. Esempio per Sud e Sicilia che debbono puntare sul proprio grano

In Burkina Faso la Monsanto, nel 2009, era riuscita ad imporre varietà di cotone OGM. A distanza di sette anni gli agricoltori di questo paese si sono accorti che i benefici promessi non ci sono. Anzi. Così sono tornati alle varietà tradizionali. Un esempio per il Mezzogiorno – soprattutto per Sicilia, Puglia e Basilicata – che debbono valorizzare le proprie varietà di grano duro eliminando i contratti di filiera che favoriscono solo la grande industria della pasta

Oggi vogliamo illustrare una notizia che riguarda la coltivazione del cotone nel Burkina Faso non per i riflessi che potrebbe avere in Sicilia (nella nostra Isola il cotone non si coltiva più da tanti anni e i tentativi che ci sono stati di reintrodurre tale coltura non hanno mai avuto successo), ma per l’importanza culturale di quanto sta accadendo.

Per la cronaca, il Burkina Faso viene fuori da poco da una dittatura trentennale. In questo Paese il cotone è considerato una sorta di “oro bianco”.

Nel 2009 la multinazionale americana Monsanto – parliamo della stessa grande azienda che produce e commercializza pesticidi ed erbicidi in tutto il mondo, a cominciare dal tristemente noto glifosato – ha proposto al Burkina Faso di eliminare le coltura tradizionali di cotone e di puntare sul cotone OGM, cioè sui semi di cotone geneticamente modificati (la sigla OGM, com’è noto, sta, appunto, per Organismi Geneticamente Modificati).

In Burkina Faso i coltivatori di cotone avevano problemi con gli insetti, on particolare riferimento ai bruchi (lepidotteri) che danneggiano il raccolto.

La Monsanto ha proposto agli agricoltori di questo Paese semi di cotone geneticamente modificati che – queste erano state le promesse – avrebbero dato vita a piante resistenti agli insetti. Insomma, per gli agricoltori del Burkina Faso che si dedicano alla coltivazione del cotone ci sarebbero stati solo risultati positivi: meno lavoro, maggiore produzione e guadagni maggiori.

A distanza di sei-sette anni i risultati sono negativi, se non disastrosi. Si sono presentate malattie delle piante che prima non esistevano e la qualità del cotone ottenuto è scadente.

Già nel 2012 il mercato richiedeva meno cotone prodotto con i semi OGM.

“Il nuovo direttore generale della Sofitex, una delle principali compagnie cotoniere – leggiamo su green report.it – ha fatto il bilancio di danni prodotti dal cotone BT della Monsanto: da 20 a 30 franchi Cfa in meno per libbra di cotone, un danno non solo economico, ma anche morale e di immagine per il cotone burkinabè, l’oro bianco del Paese, la seconda risorsa del Burkina Faso dopo l’oro vero, ha perso la sua reputazione. Per questo l’Aicb, dopo trattative discrete con Monsanto, ora reclama apertamente risarcimenti multimilionari in euro. L’Aicb ricorda che la ragione principale  per la quale è stato adottato il cotone OGM era la lotta ai bruchi che distruggevano i raccolti, ma Otto anni dopo il Burkina Faso attualmente incontra problemi con questa speculazione, perché essendo corta la lunghezza della fibra gli stakeholder non sono più molto interessati”.

Insomma alla fine gli agricoltori del Burkina Faso sono tornato in massa a coltivare le varietà di cotone tradizionale del proprio Paese, abbandonando gli OGN.

Qui potete leggere per intero l’articolo di green report.it

Che cosa insegna questa storia?

In primo luogo, una cosa che già tutti sappiamo, almeno in Europa: che gli OGM è meglio lasciarli perdere. Non vanno bene per la produzione dei prodotti che poi finiscono sulle nostre tavole; e non vanno bene nemmeno per l’agricoltura legata all’industria tessile.

La seconda cosa che insegna è molto importante per le Regioni del Sud Italia dove si coltiva il grano duro, con particolare riferimento alla Sicilia, alla Puglia e alla Basilicata. Il messaggio è chiaro: queste Regioni debbono valorizzare le varietà di grano duro locali. 

La grande industria della pasta propone agli agricoltori – con l’incredibile appoggio di alcune organizzazioni agricole che non sembrano fare gli interessi degli agricoltori – di coltivare varietà di grano non locali. Parliamo dei contratti di filiera, forse una delle peggiori invenzioni dell’agricoltura.

La logica è simile alla vicenda Monsanto-Burkina Faso. La Monsanto – che oggi opera in coppia con la multinazionale tedesca Bayer (come potete leggere qui) – prova, e spesso ci riesce, a rifilare i propri prodotti (e tra questi anche le sementi) non per filantropia, ma perché ci guadagna.

La stessa cosa fa la grande industria della pasta: nel caso del grano duro, prova imporre agli agricoltori varietà che presentano caratteristiche organolettiche convenienti per la stessa industria: e, cioè, varietà che producono grano duro molto ricco di proteine (cioè di glutine).

Il grano iperproteico – ovvero molto ricco di glutine – conviene alla grande industria della pasta, perché le consente di produrre a costi più bassi (la pasta di secca in due ore invece che in ventiquattr’ore).

Ma questo comporta l’abbandono, da parte degli agricoltori del Sud Italia, delle varietà locali di grano duro che fanno parte della tradizione. Il tutto per produrre un grano duro che qualità scadente, che serve solo all’industria della pasta, ma non serve ai consumatori, perché la pasta iperproteica non è un toccasana per la salute umana.

Gli agricoltori del Sud Italia vengono attirati a sottoscrivere i contratti di filiera perché allettati con i prezzi maggiori. Per ora, ad esempio, l’industria paga il grano duro prodotto con i contratti di filiera circa 28 Euro al quintale. Un prezzo sicuramente maggiore di quello spuntato sul mercato del grano duro italiano, che si attesta intorno a 22 Euro al quintale.

Solo che dentro i 28 Euro, come ha spiegato Cosimo Gioia, un produttore di grano duro siciliano (la sua azienda si trova a Valledolmo, in provincia di Palermo), ci sono anche le pratiche agronomiche previsti dai contratti di filiera (per esempio, pesanti concimazioni azotate) i cui costi sono a carico degli agricoltori. Il guadagno, per gli agricoltori, si riduce.

Tra l’altro, quando partiranno le CUN (Commissioni Uniche Nazionali per la determinazione dei prezzi dei cereali) finiranno le speculazioni al ribasso sui prezzi del grano duro e i contratti di filiera non saranno più convenienti.

Ma il vero messaggio – come insegna la vicenda del cotone nel Burkina Faso – è che gli agricoltori del Sud Italia che producono il grano duro devono coltivare e valorizzare le rispettive varietà locali e non quelle che la grande industria della pasta cerca di imporre con i contratti di filiera.

Il grano duro del Mezzogiorno d’Italia è uno dei migliori del mondo sotto il profilo della qualità. Ed è giusto che i primi a valorizzare questo prodotto siano i consumatori del Sud, che non hanno motivo di mangiare pane, pasta e altri derivati del grano prodotti con grano duro estero che, spesso, è di pessima qualità.

Su questo punto, già da tempo, si è impegnata GranoSalus, un’associazione che vede insieme produttori di grano duro di tutte le Regioni del Sud e consumatori.

 

 

 

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