Cari Siciliani, Roma ci tratta come una colonia. Liberiamoci da uno Stato che ci deruba

Cari Siciliani, Roma ci tratta come una colonia. Liberiamoci da uno Stato che ci deruba
11 novembre 2016

Che Stato è uno Stato che, nell’arco di 26 anni, si trattiene ben 152 miliardi di Euro nostri? Che Stato è quello che si prende annualmente il 30% delle entrate nostre? Ma la libertà, prima di esser politica, deve essere culturale. Prima di essere sancita nelle Carte, deve essere ben chiara nelle nostre teste e nei nostri animi. E nella nostra agricoltura. Liberiamoci di tutti i prodotti tossici che arrivano sulle nostre tavole. E torniamo ai nostri prodotti di eccellenza, dal nostro grano alla nostra ortofrutta 

Qual è il primo passo verso la libertà? L’aver compreso che in atto non siamo liberi. E’ il passo decisivo e il più difficile, perché con il loro perpetuarsi, le condizioni in cui viviamo ci appaiono normali, le uniche possibili. E così diventa normale che uno Stato che ha il compito di educare e proteggere e migliorare la vita di tutti i suoi cittadini ne tratta alcuni come esseri inferiori, tenendoli in uno stato semicoloniale.

Nel nostro blog abbiamo fatto denunce di una gravità assoluta nei confronti dello Stato. Che ci sottrae risorse di nostra spettanza a sette zeri, che ci dirige attraverso proprio commissario (leggere l’assessore Alessandro Baccei): insomma. una sorta di armata coloniale con il compito di tenerci prigionieri, traendone i massimi benefici.

La circostanza che anche con il cambio di maggioranza al governo – da centrodestra a centrosinistra – in Sicilia nulla è cambiato, ci deve far capire che la nostra soggezione non è una questione politica, ma di sistema: un sistema di rapporti cui la politica, questa politica, soggiace.

Ma la riuscita di questa operazione non sarebbe possibile se non ci fosse stato nel tempo ed esista ancora, più agguerrito che mai, il circolo delle belle gioie: gli intellettuali e i giornalisti, gli ascari della penna venduta che fanno apparire il desertum un ordinem, sia quando devono tenere la linea di galleggiamento, ma soprattutto quando lo Stato francamente esagera e allora sono costretti a dire che ce lo siamo meritato, come conseguenza della nostra manifesta inferiorità culturale e civile. Come se anche questo, anche se fosse, non sarebbe il risultato cercato e voluto di una politica di  abbandono e diffamazione.

In questo contesto la ricerca della libertà personale e della libertà civile coincidono necessariamente e tutto trova il suo fine nella ricerca dell’indipendenza. Un‘indipendenza che, prima di esser politica, deve essere culturale. Prima di essere sancita nelle Carte deve essere ben chiara nelle nostre teste e nei nostri animi.

L’imperialismo non si misura con la vastità delle terre conquistate al di fuori dei propri confini storici, né nel col numero dei popoli assoggettati. La misura dell’imperialismo è anch’essa un fatto culturale. I Savoia che fanno le loro piccole guerrette di espansione sono mossi dallo stessa causa che ha costruito l’impero inglese. Ma noi non l’abbiamo capito. Noi purtroppo non abbiamo avuto un generale nemico che ci abbia detto con la stessa brutale franchezza con cui Custer lo disse a Toro Seduto: “Voi siete un popolo militarmente sconfitto”.

Ci hanno detto che ci civilizzavano. E i nostri nobili e la nostra striminzita ma colta borghesia ce l’ha fatto credere. Almeno sarebbe chiara la nostra reale condizione dall’unità ad oggi. Una condizione che, messo alle strette da una rivoluzione, lo Stato sostanzialmente riconobbe con la concessione dello Statuto. Quantomeno, nei suoi istituti autonomistici, si azzeravano 85 anni di sfruttamento e di prevaricazioni, e i siciliani venivano riconosciti come creditori in termini economici e morali.

Sulla carta però, perché dal giorno dopo l’attitudine imperialista riprese il sopravvento e, attraverso la sua armata coloniale, non ci dette il nostro e si ripigliò tutto quello che ritenne suo. Peggio dei Borbone, che almeno la Costituzione la davano al bisogno e la ritiravano, para para, al cessato pericolo, senza tatticismi!

Che Stato è uno Stato che, nell’arco di 26 anni, si trattiene ben 152 miliardi di Euro nostri?

Che Stato è quello che si trattiene annualmente il 30% delle entrate nostre?

Perché dovremmo ancora farne parte?

Voi pensate che di fronte ad una classe politica autorevole e determinata tutto questo sarebbe stato possibile senza conseguenze?

Ricordate però l’esempio della rana bollita (ve l’abbiamo raccontato qui).

Questo noi siamo stati finora in maggioranza, facendo il gioco di chi vuole tenerci in condizione di minorità.

Noi non cerchiamo, come è stato in passato e come ripetono in tanti ancora oggi, di fare breccia nel sistema: “Basterà che riusciamo ad eleggere all’Assemblea regionale siciliana anche un solo deputato e faremo la guerra”. Di solito questo lo dice chi spera di essere lui quel solo. Noi vogliamo molto, molto di più.

La libertà, prima che politica, deve però essere economica. Noi dobbiamo lottare contro il colonialismo alimentare, la concorrenza sleale di prodotti fatti nel terzo mondo e buoni per il terzo mondo; dobbiamo lottare per l‘affermazione dei nostri prodotti, per le nostre eccellenze. Dobbiamo scalzare dai banchi di vendita i prodotti tossici e velenosi che ci impongono ed essere liberi di acquistare quelli fatti in Sicilia.

Il nostro obbiettivo non deve essere il guadagno di pochi centesimi in più, il nostro obbiettivo è consegnare la guida della Sicilia a chi produce, lavora e si impegna per dare alla Sicilia quello di cui ha bisogno.

Se dopo questi ultimi 70 anni la Regione, come per un sortilegio, sparisse nel nulla, che cosa testimonierebbe ai posteri il suo passaggio nell’Isola? Qual è il monumento, il documento, la testimonianza gloriosa che lascerebbe dietro di sé? Non so rispondere.

Dunque consapevolezza del nostro attuale stato, convincendoci e ripetendoci freudianamente: “Non è colpa nostra, non è colpa nostra, non è colpa nostra”. Non per assolverci, ma per reagire ed agire.

Foto tratta da studistorici.com

 

 

 



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