Avete ascoltato ‘Radio Padania libera’ sui meridionali? Ce ne dicono di tutti i colori. E noi? Alcuni al Sud votano Salvini…

Avete ascoltato ‘Radio Padania libera’ sui meridionali? Ce ne dicono di tutti i colori. E noi? Alcuni al Sud votano Salvini…
12 aprile 2016

Vi invitiamo ad ascoltare un ‘pezzo’ di questa trasmissione radiofonica. Credeteci: è uno spaccato impressionante di quello che tanti leghisti del Centro Nord Italia pensano del Sud e di chi ci vive: cioè di noi. La parola più elegante è “tamarri”. Ci hanno “spidocchiato” e “sfamato”. Non sanno nemmeno che senza i contadini del Sud il ‘Triangolo industriale’ avrebbe avuto seri problemi a reperire manodopera. Insomma: sanno poco. E offendono. Poi Salvini viene nel Sud e vuole i nostri voti. Quelli non fanno puzza

Bisogna ascoltarli. Bisogna sentire quello che dicono. Sì, dovere sentire le parole pronunciate da alcuni leghisti su Radio Padania libera (la potete ascoltare qui). Solo ascoltandoli ci possiamo rendere conto di che cosa tanti leghisti che vivono nel Centro Nord Italia pensano di noi meridionali (negli anni ’80 e negli anni ’90 del secolo passato si trovavano quasi tutti al Nord, ora i leghsiti sono presenti anche nelle Regioni del Centro).

Intanto si salutano con un “Buon giorno” o, magari, con un “Salve a tutti”: no, si salutano con la formula “Buona Padania”.

Una signora che non abbiamo capito da dove chiamava – forse dal Veneto – dice, testuale:

“Li abbiamo sfamati e spidocchiati”.

Si riferisce, con molta probabilità, agli anni ’50 e ’60 del secolo passato? Non l’abbiamo capito. Ma è il suo tono che colpisce:

“Questa gente del Sud – dice – ha portato da noi solo una forma di cultura: la cultura mafiosa”.

E tutta la letteratura siciliana? Pirandello, Verga, Sciascia? Ma…

La signora, poi, è un po’ disinformata: non sa che la mafia, a partire dai primi anni della Repubblica, ha sempre avuto teste in Sicilia e tasche a Milano. La vicenda di Michele Sindona è emblematica. Ma dubitiamo che la signora abbia approfondito il tema.

Poi arriva un torinese. Solita battuta:

“Garibaldi non ha unito l’Italia, ma ha diviso l’Africa”.

Il torinese non sa che Garibaldi era al servizio di casa Savoia (sui Savoia potete leggere o rileggere questo). Non immagina che la Sicilia, nel 1860, è stata venduta al Piemonte: con i Savoia che, con i soldi derubati dalle ‘casse’ del Banco di Sicilia (naturalmente da Garibaldi), hanno risanato le proprie mal messe finanze.

Non sa che l’impresa dei mille è stata una sceneggiata: gli inglesi che scortavano Garibaldi, i generali del Borbone che tradivano, i picciotti della mafia che combattevano accanto a Garibaldi e a Nino Bixio. E la corruzione che dilagava.

Chi ‘naschiò’ qualcosa – forse più di qualcosa – fu lo scrittore Ippolito Nievo, morto in circostanze mai del tutto chiarite. Di questo personaggio – autore del romanzo Le confessioni di un italiano – nei libri di storia non si parla. Si fa qualche accenno nei libri di letteratura, avendo cura di non parlare della scomparsa di questo intellettuale che non sembrava molto entusiasta di Garibaldi e, in generale, di tutto quello che aveva visto e a cui aveva assistito.

Nel mare di disinformazione – frutto della non conoscenza degli eventi e della storia – il signore torinese dice una cosa in parte vera: dopo la seconda guerra mondiale, molti meridionali arrivavano nel cosiddetto ‘Triangolo industriale’ e venivano intruppati e indottrinati dal Pci.

La cosa è in parte vera. Il fallimento della riforma agraria – nel Sud Italia in generale e in Sicilia in particolare – è stato funzionale al fabbisogno di manodopera a basso costo che in quegli anni Torino, Milano e Genova richiedevano. Il filosofo marxista siciliano, Mario Mineo, alla fine degli anni ’60 aveva perfettamente capito perché stava fallendo l’Autonomia siciliana: fallimento che andava al di là dell’assorbimento dell’Alta Corte per la Sicilia da parte della Corte Costituzionale (anno 1957) ed era funzionale al capitalismo del Nord Italia.

A un certo punto, in trasmissione, interviene un calabrese. E chiede:

“Ma perché fomentate la guerra tra le due parti d’Italia?”.

E aggiunge:

“Ma lo sapete che dalle vostre parti vivono migliaia e migliaia di calabresi?”.

E che fanno ‘sti calabresi?, gli chiede l’interlocutore.

E il calabrese, al volo:

“Vi faranno fare la fine dei topi”.

Ovviamente gli hanno tolto subito la parola.

Poi arriva una bresciana: un’infermiera in pensione. E via con i luoghi comuni degli infermieri meridionali che non sanno fare nulla, che nelle notti in cui sono di turno dormono e altro ancora.

Il conduttore, bontà sua, ogni tanto interviene e dice che i leghisti non ce l’hanno con i meridionali, ma solo con i meridionali parassiti: in realtà, noi questa distinzione non l’abbiamo colta.

Poi lo stesso conduttore dice una cosa giusta e sbagliata al contempo: ricorda che ci sono certe aree del Sud con una disoccupazione alle stelle, ma per raccogliere la frutta e gli ortaggi gli imprenditori agricoli prendono gli extracomunitari.

Bisognerebbe spiegare ai leghisti che gli imprenditori agricoli del Sud sono in concorrenza con i pomodori cinesi e con altri ortaggi e la frutta Nord Africana. Produzioni che costano l’80-90 per cento in meno dei prodotti agricoli coltivati nel Sud Italia. Così, per quei prodotti che ancora si raccolgono (perché in certe aree del Mezzogiorno ci sono frutti che vengono lasciati sugli alberi, perché i prezzi sono troppo bassi), in alcune aree del Sud si sfrutta una manodopera che fa concorrenza ai braccianti siciliani.

Non è un fenomeno presente in tutto il Sud: ci sono imprese agricole che pagano salari a norma di legge sia braccianti italiani, sia a braccianti extra comunitari; e ci sono altri che approfittano della miseria.

Che dire, alla fine? Che c’è da vergognarsi nel vedere gente che, per racimolare voti, ha bisogno di dare voce a questa gente.

Per carità: non siamo stupiti di quello che la ‘pancia’ dei leghisti pensa di noi meridionali: noi siamo stupiti dal fatto che il leader della Lega, Salvini, stia mettendo radici al Sud.

Anche in Sicilia abbiamo leghisti. E’ evidente che si tratta di siciliani che si realizzano nel sentirsi offendere da gente che, spesso, non ha approfondito tanti temi (e, credeteci, siamo buoni a non aggiungere altro). Sì, gli piace sentirsi chiamare “Terroni” o “Tamarri”: non c’è, non ci può essere altra spiegazione.

Ci sono leghisti colti come Roberto Maroni: ma ce ne sono tanti altri – la maggioranza – che va per semplificazioni, per luoghi comuni, percorrendo i sentieri della non-conoscenza dei fatti. Con la pancia al posto del cervello.

Ci chiediamo e chiediamo: come possono i meridionali e, in particolare, i Siciliani votare per queste persone?

Lo sappiamo: magari ci sono meridionali stanchi del caos portato nel Sud – e in particolare in Sicilia – dagli sbarchi dei migranti. Non tutti nel Sud sono d’accordo per l’accoglienza senza fine. Insomma, siamo pronti a considerare tutto: ma dare il voto a chi pensa certe cose incredibili di noi non è veramente troppo?

 



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